Infrastrutture: è il “momento di cambiare il passo”

Ferruccio Dardanello, presidente Unioncamere

“Il binomio infrastrutture sviluppo è l’unico su cui possiamo giocare qualche sfida per aprirci all’Europa e al mercato estero”. Così il presidente di Unioncamere Ferruccio Dardanello chiudeva il convegno di presentazione del I° Rapporto sullo stato delle infrastrutture in Italia, tenutosi a Roma lo scorso aprile.

Alla luce dell’importanza strategica delle infrastrutture, quale dunque la situazione italiana? Lo stesso Dardanello evidenzia dal 2004 in poi “un trend negativo – tuttora in atto – che ha riportato l’ammontare degli investimenti in valore assoluto ai livelli di metà anni ‘90”. Infatti, la dotazione infrastrutturale nazionale fotografata dallo studio di Unioncamere e Uniontrasporti mostra un ritardo incolmabile e la necessità di una netta inversione di tendenza.

L’enorme gap della rete autostradale

Oggi il nostro Paese conta 6.600 km di autostrade a fronte dei quasi 13mila della Germania. Il confronto è spaventoso se si considera che quarant’anni fa l’Italia, con 4.000 km, veniva subito dopo la Germania, che ne aveva invece 6.000. In nove anni, mentre quest’ultima ha ampliato la sua dotazione autostradale di circa mille km, il Belpaese si è bloccato a quota 151. In aggiunta, la rete è disomogenea: molto fitta al Nord e sempre più rada verso Sud, quasi inesistente al Centro. Manca quell’idea del legame crescita-infrastrutture di cui parlava Dardanello e l’ammodernamento della rete viaria nel suo insieme è fermo da anni, soprattutto per mancanza di fondi. Cosa gravissima considerato che - rivela il rapporto - il 91% del trasporto merci viaggia su gomma e l’82% dei passeggeri usa mezzi privati.

Ferrovia a binario unico

Il ritardo della rete ferroviaria e portuale

Dei 16mila km di rete ferroviaria, solo mille sono ad alta velocità. E il Sud viaggia ancora per lo più su binario singolo non elettrificato. Le principali criticità mostrano una rete disomogenea e di bassa qualità, che non riesce a competere con l’autotrasporto (solo l’11% delle merci viaggia infatti su rotaia).

Anche i porti, nonostante siano quasi 800, presentano enormi difficoltà. Scarsi i collegamenti intermodali e modeste le sinergie con le altre infrastrutture, che continuano a operare in solitudine. I nostri attracchi marini non reggono il confronto con i “grandi” del Nord a causa della vicinanza ai centri urbani, che ne limitano l’espansione, e alle poche attività a valore aggiunto. Il porto di Genova, il primo italiano nella classifica Ue, è solo al decimo posto.

Il fenomeno low cost

Le nuove sfide dei low cost e le opere strategiche

All’interno del settore aeroportuale, poi, si rileva l’insediamento dei vettori low cost in molti scali secondari. Ciò ha determinato l’allontanamento dal modello hub&spoke, concentrato sui due scali di Roma e Milano e, di conseguenza, la necessità di competere in un nuovo scenario dominato dal fenomeno low cost.

Infine, solo 3 delle 18 opere strategiche previste dalla Legge Obiettivo sono state realizzate, mentre la spesa per infrastrutture è in costante e progressivo calo. Insomma, come suggerisce il titolo del convegno, è giunto il “momento di cambiare il passo” trasformando i “costi del non fare” in opportunità concrete per il futuro.

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