Lavori interiori in corso
In queste settimane non so cosa scrivere. Dev’essere il blocco dello scrittore, evidentemente. Ogni
tanto accade. Nella testa, nel cuore o nella pancia girano tante cose, ci sono mille spunti da cui
attingere per rinnovare, regolarmente, questa cosa innata di essere un mezzo per riportare delle
storie, attraverso il nero su bianco. Il meccanismo a quanto pare, o almeno per quel che mi riguarda,
non è una scienza esatta e si inceppa. E’ che tutto diventa troppo, troppe cose da riportare e alla
fine, preso atto che le mani sono troppo lente per il pensiero, non si scrive niente. Ci si mette
davanti a un foglio bianco e che bianco rimane. Ammiro i giornalisti, che quotidianamente tirano
fuori qualcosa di sensato.
Scrivere, allora, che le maestranze del trasporto pubblico francese sono un territorio franco fatto, quasi
esclusivamente, da donne autiste di ogni età? Oppure, ancora del tempo e che qua, a centotrenta
chilometri dalla costa inglese tanto desiderata, piove e nelle ore più calde (!) del giorno si è arrivati
addirittura alla pazzesca misura di diciotto gradi, mentre al mattino siamo sui tredici gradi?
O, forse, dovrei confessare che alla fine, schiavo del mio personale senso del progredire e del
mettersi in discussione sempre, o più semplicemente in balìa della pragmatica necessità di far cassa,
sto seriamente pensando di abdicare le mie riluttanze per convertirmi al fornello da campo (sempre
abiurato), come qualsiasi camionaro internazionale? Che poi, quello che mi preoccupa di più di
questo fatto, è che dovrò rivoluzionare la sistemazione delle mie cose in cabina e chi mi conosce sa
quanto sia autistico e maniacale in tal senso.
Magari dovrei riportare qualcosa sullo sciopero non fatto, ripetermi su come la penso e insomma,
prendere in considerazione per l’ennesima volta i problemi di casa nostra?
Ah no no, ecco! Vi racconto del fatto che per lavarmi la testa, sono passato dalla bottiglia al
lavandino? Questo fine settimana, in Francia il divieto di circolazione è iniziato alle ventidue di ieri
sera (venerdì), fino alle ventidue di domenica sera, e ho beccato l’autogrill senza le docce.
Comunque è divertente (un’umiliazione) toelettarsi in mezzo a bambini curiosi e padri imbarazzati
che non sanno cosa rispondere quando i pargoli chiedono loro, cosa sto facendo. A tal proposito mi
torna in mente una scena di tempo fa, quando una bambina… ah ma l’avevo già scritto! Niente
divagazione allora, ve la risparmio.
Tutti questi spunti, come altri, in realtà in questo momento non mi interessano davvero. Per questo
non riesco a scrivere di essi.
Sono in pieno scavo sulla mia ambiguità sentimentale verso questo lavoro. Lavori interiori in corso
insomma. Mai smessi a onor del vero, ma siamo agli straordinari e per non farmi capire dal resto,
uso la calamita haha!
Di recente, ho letto una riflessione molto bella sulla solitudine, scritta da IronDuckMoni sul “buona
strada lady truck etc.” (propongo un acronimo!) e da allora ci ripenso a questa cosa, alla solitudine.
E mi ha fatto tornare in mente, un passaggio del capitolo dedicato a questo stato d’animo, nel mio
primo libro.
“Più lontano vado, più mi sento legato e vicino a quello che ho. Più lontano vado, più mi sento
solo. Più mi sento solo e più mi sento forte, particolare, capace di imprese che non sono da tutti.”
Mi ha fatto tornare in mente tante cose, tante strade, tanti momenti. Tante solitudini quante le
persone che si incrociano.
Se provo a pensarmi senza il camion e senza tutte le emozioni che mi ha fatto provare, mi sento
monco, diversamente abile. Ma salta fuori anche il classico, e perdonate il turpiloquio, “chi cazzo
me l’ha fatto fare?”.
Per una volta, non mi interessa Fabrizio, e non scriverò che tutto è stato fatto per me che dovevo
evolvermi in un certo modo e che dovevo fare un certo percorso (senza GPS!). No, tutto quello che
ho fatto e sto facendo, è per qualcun altro. Anzi, qualcun’altrA. In questa qualcun’altra c’è la
risposta ai miei personali lavori in corso. In questo periodo io e mia figlia siamo più uniti che mai e
me la godo tutta mentre le insegno a guidare. E mi sento figo a darle suggerimenti extra, imparati
solo perché faccio il camionista. Solo un camionista può aggiungere certi input su come affrontare il
binomio tra meccanica e asfalto. Mi sento giusto, mi sento una vita addosso a mia misura se tutte le
mie virtù vanno a suo vantaggio. Se tutti i miei sbagli le servono da monito su come NON fare. E’
buffo, incredibilmente sincronizzato, come lei sia diventata maggiorenne nel momento in cui sua
nonna, mia madre, moriva. L’anello di congiunzione tra questi simboli sono io. L’anello forte che
tiene le redini ora sono io. Lo scudo difensivo e spartiacque per lei, sono io. Che ormai ho spalle
larghe e non sono più figlio, solo genitore. Allora va bene il freddo, il fornello da campo, la bottiglia
o il lavandino. Va bene la solitudine che continua a esercitare il suo fascino bivalente. E va bene
tutto quanto il corollario appresso, che tanto un motivo per tutto questo ce l’ho ed è bello che vivo e
presente.
Ecco, non so inventarmi nulla, sono piuttosto arido a fantasia pura e posso scrivere solo di ciò che
sento davvero. E mi sono concesso di parlare d’Amore perché è l’unica cosa che sento davvero in
questi giorni. Il resto lo sento lontano.
Mh, ora magari il meccanismo riparte… buona strada.
Ps: su quarantacinque camion parcheggiati: tre rumeni, tre tedeschi, tre olandesi, otto spagnoli,
quattro portoghesi, quattro lituani, cinque belgi, dodici polacchi, due bulgari e un solo misero
italiano, ovvero io…








Ciao Fabrizio!
Grazie per essere tornato a scrivere e…grazie della citazione!
Dici di essere in un momento di crisi da scrittura, secondo me invece hai scritto delle riflessioni molto belle, e parola dopo parola sei forse arrivato al nocciolo della questione.
Guardiamo quello che ci circonda, l’assimiliamo, ci stupiamo a volte di cosa ci “tocca” fare, come lavarsi la testa in un lavandino, cucinare in cabina col fornelletto, ci chiediamo chi ce lo fa fare, soffriamo la solitudine ma ne abbiamo anche bisogno, andiamo lontano per sentirci vicini a quello che ci aspetta al ritorno…
Tutto questo in nome dell’Amore, quello che si ha dentro e si desidera condividere con le persone a cui teniamo di più. E’ fortunata tua figlia ad avere un papà cosi. Spero che non smetterai di fare il camionista perchè questo mestiere, secondo me, ti ha arricchito e forse non saresti arrivato a questo punto, a questi pensieri, a queste riflessioni se non avessi provato a viaggiare e vivere di emozioni. Quelle che solo la vita su strada ti sa dare. Tu sai di cosa parlo…
Buon weekend e buona strada sempre!
IDM…