Se questo è un uomo…
Ci sono cose private e altre cose molto private. Per uno abituato a scrivere anche e soprattutto, di se
stesso, questo confine è spesso messo in discussione. Poco per mera vanità, molto per cercare,
attraverso il racconto di un’esperienza personale, il confronto. Le domande che mi pongo sono
sempre quelle: quanti hanno vissuto tal cosa/evento, come me? Quanti peggio? A quanti va meglio?
Per motivi semplici: capire, imparare, crescere.
Oggi più che mai, mi trovo davanti all’enigma del “lo scrivo o non lo scrivo?”. Come un paio di
articoli fa. Alla fine, lo scrivo. Che tanto, almeno faccio del bene a me stesso tirando fuori ciò che
desidero comunicare.
Forse era il 2008. Non lo so per certo ma poco importa. L’autista M.P., viene colpito dalla perdita
del padre. Il titolare dell’azienda per cui lavorava (e credo lavori ancora) ovvero F.G., nonostante
avesse sotterrato sua madre solo una settimana prima e quindi, presumo, col dolore ancora vivo,
obbligò l’autista a un viaggio. Solo poi lo lasciò libero di raggiungere il padre estinto.
Aprile 2012. A G.S., autista della’azienda D.G., mentre se ne va in direzione Spagna ed è già in
Francia, gli comunicano che la madre è morta. Chiede di poter rientrare subito a casa, ma come si
fa? Solo dopo due giorni prende un aereo per la Romania e arriva che la compianta è già sottoterra.
21 maggio 2012, ore 21.30. Ho varcato il confine e calpesto il suolo francese da un’ora, quando mio
padre mi chiama: “La mamma si è aggravata, sarebbe meglio se tornassi indietro”. Giro di
telefonate, assicurazioni per l’indomani, cuore che palpita e concentrazione che se ne va a quel
paese. L’indomani e cioè il martedì, passa senza notizia alcuna. Da parte dell’azienda s’intende. A
casa chiamo tre volte. Il mercoledì passa allo stesso modo, intanto certi momenti faccio fatica a
capire cosa devo fare. Il pensiero di casa mi investe, ma tengo duro. Giovedì i famigliari mi dicono
che lei aspetta me. Allora metto da parte l’orgoglio (loro han detto che si fan sentire dall’ufficio e
loro devono chiamare!) e chiamo in azienda. “Stiamo vedendo come fare per farti tornare”, la
risposta che sa tanto di presa per il culo. Alla fine, dopo 31 consegne in Parigi città, alle 19.38 di
venerdì giro il camion verso il rientro e apro la porta di casa sabato sera alle 22 passate.
Venerdì era ancora vigile mia madre. Sabato non più. Oggi, nell’incoscienza che è l’anticamera
della morte, comunque le ho detto “ti voglio bene, fai buon viaggio”. E ha smesso di respirare.
Così è stato, mi ha aspettato davvero. Mi ha sentito davvero.
Ma mi è stato negato di vederle gli occhi aperti un’ultima volta. E’ stato negato a lei, di guardare il
mio sorriso. Unico sorriso tra tanti, a farne spuntare uno di rimando anche sul suo volto altrimenti
ormai sempre tirato dalla sofferenza della malattia.
Uomo. Dignità. Rispetto.
Un’insieme di lettere che formano parole dal significato pesante, importante. E che, anche
attraverso questi comportamenti, vengono sistematicamente macinate e violentate.
Vasco dixit: “fate attenzione, gli spari sopra sono per voi”…
Buona strada








Ciao Fabri, inizio con un abbraccio grande e di sincero affetto per te, perchè al di la’ di questo “sfogo” giusto e sacrosanto, capisco il tuo dolore che per me è ancora vivo nonostante siano passati gia’ 30 anni…. Si da’ la possibilita’ ai lavoratori , uomini o donne , di fare i genitori con leggi giuste che finalmente a quanto sò vengono rispettate… ma il nostro mestiere sembra essere sempre fuori da questi ormali comportamenti e leggi sociali.. ancora e sempre noi, che pur facciamo un lavoro socialmente utile e indispensabile alla comunita’, siamo i sacrificabili e sacrificati… sembra che solo noi dobbiamo portare questa croce… e non è giusto… abbiamo forse dato noi l’abitudine che fare l’autista settore merci, vuol dire niente famiglia, niente vita sociale, niente di niente , perchè ti rispondono non ti ha costretto nessuno, fai un’altro mestiere se vuoi fare la tua vita come tutti gli altri… e almeno ci fosse un riscontro economico.. niente neanche su quel fronte !!!! Ma in questi casi “particolari” ci dovrebbe essere una legge che ci tutela e ci consente il rientro immediato autorizzato dalla ditta a fronte di sanzioni e denuncia….ma noi non siamo persone, non per tutti ma per troppi : autista= robot telecomandato al servizio dell’umanita’….. un abbraccio di cuore !!!
Ciao Fabrizio, un pò in ritardo, ma ti mando anchio un abbraccio forte. Ci sono dolori che non hanno bisogno di parole, solo di rispetto. A te è stato negato. Mi dispiace per come è andata. E condivido appieno le tue parole e quelle di Tiziana.
Purtroppo sempre più noi non siamo cittadini, persone come tutte le altre, sembra che l’aver scelto questo mestiere ci neghi automaticamente dei diritti, quasi che questo lavoro fosse una punizione.
Forse esagero? Eppure a guardarsi in giro se ne vedono e se ne sentono troppe contro di noi.
Ma non è il momento giusto per parlarne. Ora avrai cose più importanti a cui pensare, ricordi da imprimere nel tuo cuore per non dimenticarti mai di lei. Io volevo solo mandarti un abbraccio e augurarti ancora e sempre di più buona strada.