LETTURE!

Ho voglia di scrivere, quindi da subito vi informo che la prendo da molto lontano…
Il primo giudizio della maestra, valutando il primo trimestre scolastico, della prima
classe elementare, iniziava così: “Fabrizio è un bambino molto vivace…”. Il secondo
giudizio, valutando il secondo trimestre scolastico, proseguiva così: “Fabrizio è
ancora più vivace…”. E mi vien ancora da ridere a leggere le pagelline di quei tempi.
In effetti ero un infante che oggi verrebbe, e viene definito, iperattivo. E questa
iperattività me la sono portata dietro per molti anni, tanto da caratterizzare anche la
mia adolescenza e non solo. Facendomi vivere sempre a mille all’ora, spesso
pericolosamente sul confine fra la legalità e l’illegalità, conbinandone di cotte e di
crude e facendo dei miei genitori, due santi in terra. La precoce paternità, unita agli
impegni quotidiani di uomo e di lavoratore, mi misero in riga, e pian piano capii e
imparai a canalizzare la mia energia esplosiva, in un obiettivo alla volta. Insomma,
crebbi e, come si dice dalle miei parti, gli anni fanno i cristiani.
Il mio primo editore, nonché oggi amico, è anch’egli uno scrittore e pure di un certo
livello. Il primo libro che scrisse, si intitola “Gioventù d’asfalto” e racconta la vita di
alcuni giovani sgangherati e perdenti, di periferia. Il libro fu tanto apprezzato che la
compagnia teatrale della sua città e cioè Pordenone, creò ad hoc, una
rappresentazione tratta dal suo lavoro letterario. Un insieme di lettura, recitazione e
proiezione video. Andai alla prima, con Massimiliano (l’editore scrittore), suo fratello
(il boss della casa editrice che mi pubblicò) e un pugno di altri artisti. Cenammo
insieme prima, e assistemmo all’evento dopo, con la promessa di andare tutti assieme
al pub, a fine spettacolo. Il libro mi piacque molto ma veder rappresentata una parte
della propria vita su un palcoscenico, fu dirompente. Un terremoto mi squarciò dentro
e mi emozionai parecchio. Calato il sipario e presa l’uscita del teatro, non fui in grado
di seguire gli altri al pub. “Scusa Max, non ce la faccio. Sono troppo scombussolato,
devo stare solo.” Mi congedai dall’estemporanea compagnia con le parole appena
riportate, presi l’auto e vagai ore nella notte. Percorsi circa 300km, rovistandomi
dentro (“Libera-mente”, l’ottavo capitolo del mio secondo libro “Radici nel cuore
rami nell’altrove”, nacque in questa notte di vagabondaggio solitario).
Passa qualche anno e mi trovo al Traspo Day di Caserta. E posso guardarmi la
proiezione del film TIR, del regista Roberto Fasulo. A due mesi di distanza, una
persona che posso definire amica e che è pure collega, mi chiede un parere sul film.
Non è riuscita a vederlo e mi scrive così: “che ne pensi? Da camionista e non da
critico cinematografico!”
Dopo la risposta in privato, ho pensato se “recensire” pubblicamente il film o meno
ma, detto fuori dai denti e con onestà, mi scocciava essere critico verso un’opera che
comunque ha il valore intrinseco di parlare di noi. Poi ho ricordato l’aneddoto del
teatro che ho scritto sopra e, cambiando idea, eccomi qua, a scrivere quel che penso
del film, da camionista… Da camionista, non mi ha trasmesso nessuna emozione.
Vedere sul grande schermo un’altra parte della mia vita e anzi, una buona parte della
mia vita, pensavo dovesse destabilizzarmi, dovesse darmi emozioni forti come pugni.
Invece non ho provato nulla, zero, calma piatta. Quindi, a me il film non è piaciuto. E
riflettendo sui (pochi) lavori fin qua svolti da artisti e studiosi al nostro rigurado, noto
che “loro” hanno una visione comune e limitata, perchè puntano sempre sulle stesse
cose. Ho l’impressione che tutti siano figli di una concezione artistica comune,
peccando in originalità. In attesa di un artista che “legga” il nostro essere da una
posizione anticonformista e più profonda, buona strada!

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