Martiri, nostro malgrado!

“C’è un cazzo da lamentarsi. Nessuno è stato obbligato a fare questo lavoro. E se lo si
è scelto, è perché faceva comodo così. Facevano e fanno comodo, certe situazioni,
seppur estreme. Non siamo nè martiri, nè eroi.” Sostanzialmente sono queste le
parole, pronunciate da un camionista, che riassumono un ragionamento sulle
condizioni di vita che tutti noi abbiamo vissuto e viviamo facendo il mestiere che
facciamo. Tal pensiero, più o meno fa il paio a quanti dicono che, “non te l’ha
ordinato il dottore di fare il camionista, o ti va bene così, o quella è la porta.”
I Pirenei lato francese, a duecento chilometri da Lerida (Spagna), sono coperti fino
alle caviglie da una sottile ed astratta foschia che, per come si mostra e come si
volatilizza a seconda della rifrazione della luce bluastra dell’alba, sembra quasi più
frutto dell’immaginazione o di qualche strano gioco visivo, piùttosto che il risultato
naturalistico dell’ effetto climatico. Buon’ora e musica tranquilla a basso volume, mi
fanno muovere lento verso il primo scarico della giornata. Gioco con le linee bianche
continue a terra, cercando di non calpestarle ma solo di sfiorarle, mentre curvo e
ricurvo in questa stretta e serpeggiante Dipartimentale pedemontana.
Intanto continuo a ragionare su quello che mi è stato detto domenica e che ho
riportato all’inizio. E siamo già a mercoledì. Già tre giorni sullo stesso dilemma! Mi
fermo un momento per scattare una foto ad un laghetto ed ecco che Eureka!, tiro le
fila conclusive della mia opinione al riguardo. Non che non ne avessi una (e in tempi
passati mi espressi già, nei miei libri, su ragionamenti simili), ma rivalutare di tanto
in tanto le proprie convinzioni non fa male. Non è detto che le si cambino, però.
E’ vero, nessuno ci ha mai obbligato a fare, questo lavoro. Nessuno ci ha mai
obbligato a essere, questo lavoro. Ed è pure vero che tutti, ma proprio tutti dai,
abbiamo per tempi più o meno lunghi, con più o meno ingordigia, cercato, e
cerchiamo, di aproffittare dell’occasione e delle occasioni, per guadagnare di più, per
arrivare prima a casa, per ottenere in sostanza, il massimo col minimo. Per cavarcela
al meglio. Beh, che male c’è? E’ istinto naturale di ogni essere vivente, dall’uomo ai
sassi, migliorarsi. E’ il senso della vita, cambiare e andare avanti, in meglio o
credendo che sia in meglio.
Ma nemmeno Gandhi o MariaTeresa di Calcutta furono obbligati a sacrificarsi per gli
altri. Allora, non siamo in odore di santità come questi due giganti dell’umanità, non
siamo nemmeno da accostare a questi personaggi della storia o ad altri a cui nessuno
ha detto di fare questo o quello. Però sì, un po’ martiri e un po’ eroi invece, nel nostro
piccolo lo siamo eccome. Perché prestarsi ad una vita estrema, com’è quella del e
della, camionista, è da eroi. Gente disposta a crescere, a diventare uomo e donna,
attraverso l’arricchimento di una scuola, la strada, che non ha pari. Attraverso
l’inseguimento di una passione che ti mette in discussione ogni giorno, ogni notte,
ogni ora di questi giorni e di queste notti, e che ti regala palpiti macchè dico palpiti,
ma sobblazi del cuore, per le emozioni date dalla natura, dalle difficoltà superate,
dall’umanità che si incontra e si intreccia attraverso milioni di chilometri, milioni di
asfalti e sterrati. Attraverso l’assecondare il desiderio di scoperta. Noi, eredi naturali
di quei geni nel DNA che dei pazzi avi, dall’alba dei tempi ci hanno tramandato e che
serivirono a loro per tracciare le prime vie e le prime rotte dell’umanità, del mondo
globale. Noi, veri abbattitori di confini, veri promotori sul campo, della comunione,
della diversità e dell’interazione fra i popoli. Noi, tanti quanti una Nazione nomade e
che risiede ovunque. Sì, siamo eroi. E siamo diventati martiri. Nostro malgrado.
Perché questo sì, non ci è stato ordinato, ma ci è stato imposto. Perché in realtà, nel
cercare bene, fra le parole di critica, di rabbia, di disillusione, di sconforto, di
preoccupazione e di una generale stanchezza di, per e verso, questo mestiere, che
sempre più camionisti/e pronunciano, io ci scovo non una perdita di passione o di
voglia di sgranare gli occhi per lo stupore e la gioia di scoprire il mondo, non un
disamore verso il sacrificio che bisogna compiere per essere eroi, ma un avvilimento
causato da una sempre maggiore presa di coscienza verso l’annientamento di quei
valori umani e professionali che hanno caratterizzato fino a pochi anni fa questo
lavoro (e chiamarlo lavoro iniza ad essere riduttivo). Annientamento generato e
perpetrato dalle esigenze di bilancio industriali. Dalla scellerata politica economica
dell’Unione Europea.
Guidare un camion e svolgere le mansioni correlate, a seconda di cosa si trasporta,
rimane bello. Sono le condizioni in cui si lavora che tolgono gli entusiasmi. Il
scoprire che un bravo, una pacca sulle spalle, una stretta di mano sincera, un rispetto
reciproco, un abbastanza equo riconoscimento monetario, oggi sono solo puttanate
per la stragrande maggioranza delle persone. Scoprire che conta di più il numero di
targa davanti al camion, che il proprio nome sulla carta d’identità. Questo è quello che
fa male davvero, è che fa sentire martiri dopo una vita dedicata all’asfalto.
Lo so, chi è daccordo con il pensiero delle prime righe, mi dirà che è il mondo stesso
dell’autotrasporto che ha permesso e promosso tutto questo. E anche se non condivido
l’affermazione dell’amico camionista che mi ha portato a scrivere quello che sto
scrivendo, anch’io non ho difficoltà a cercare responsabilità dentro il nostro mondo.
Chi mi legge, sa il mio senso critico. Ma ciò è vero solo in parte. Non è tutta una
palta. Per centinaia di aziende colluse, per qualche migliaio di autisti ambigui, ve ne
sono dieci volte tanto che subiscono le decisioni e il fare di alcuni. E comunque di
fronte alla follia dell’Unione, pilotata dai banchieri e dagli affaristi, difronte alle
scelte geopolitiche internazionali, difronte alle coordinate di potere e potenza che
vengono spostate da un continente all’altro, con la bugia che bisogna ridistribuire il
benessere sociale mentre quel che conta è solo il far crescere i guadagni sempre in
tasca ai pochi che governano davvero (anche i politici sono pedine che a conti fatti
non governano un cazzo ma asserviscono), soprattutto noi dell’autotrasporto, che è il
mezzo indispensabile per smuovere materialmente tutto, siamo i primi a pagare,
siamo niente. Anzi,

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