Ohmmmmmmm!

sbuffate d’acqua vaporizzata che mi hanno tenuto compagnia negli ultimi due giorni,
si placano fino a scomparire. Le nubi nere, per la forza d’inerzia lasciata da Eolo, si
spostano quel tanto che basta a farmi intravedere una porzione di tramonto e di
arcobaleno che durano davvero poco. Le luci in autostrada si diradano. L’ora di punta
è scivolata via anche questa sera e il traffico riprende un ritmo e una densità, vivibile.
Anche il gran viavai del venerdì sera dei camion, si perde nell’abbraccio del fine
settimana che sancisce il meritato riposo. Io invece, proseguo nel mio scorrere ancora
un paio d’ore. A buio inoltrato, finisco la mia corsa in un autogrill. Non è il massimo
essersi fermati qua, considerato che devo ancora provvedere alla spesa ma è problema
di domani. Cena leggera, doccia di mezzanotte e branda.
Il domani arriva sotto forma di un sole insperato e gradito che mi invoglia ad una
lunga passeggiata, fino al primo paese utile fornito di negozio. Con fare stupidamente
innocente, ciondolo un po’ sotto lo sguardo freddo e vigile di una telecamera. Prendo
la via dell’uscita ad esclusivo uso del personale e mi incammino attraverso la
campagna. Quindici chilometri a piedi e di buon passo, fra andata e ritorno, sono un
buon allenamento, fatta eccezione per i piedi, martoriati alla fine della commissione,
dalle scarpe antinfortunistiche non propriamente adatte a tanto camminare. Ma la mia
soppravivenza a buon mercato ora è garantita. Il parcheggio che mi ospita, ad occhio
e croce può contenere un’ottantina di camion. Siamo in quattro e ovviamente,
nonostante tutto lo spazio a disposizione, il lituano e l’ucranio che arrivano, si
mettono poco lontano da me. Che male c’è? Oh no, niente. Solo che non so che razza
d’impianto stereo abbia il ragazzo lituano, fatto sta che, da dentro la mia cabina e con
le cuffie alle orecchie per ascoltare i dialoghi di un film, sento distintamente i
bumbumbum della musica tecno che il giovine sta scoltando. Alla sera, anche se la
musica in questione mi piace, il bumbumbum che continua incessante da ore mi ha
rotto le palle. Scendo, mi avvicno ai due che stanno nella stessa cabina/discoteca.
Noto una vomitata a un metro dalla portiera. Busso molto, ma molto forte, ma nulla.
Riprovo e questa volta l’autista mi vede. Spiego il mio fastidio e lui sembra capire
tanto da scusarsi. Ma nel giro di un minuto la cosa riprende. In compenso poco dopo,
quando già progettavo come farli fuori, i due vengono a chiedermi vino, o vodka, o
birra. L’importante per loro è continuare a bere, sfasciarsi d’alcool, vomitare, ri-bere e
ri-sfasciarsi. E spaccarsi i timpani. Avessi avuto anche una rivendita di alcolici, non
avrei dato loro nulla. Lo so come vanno queste cose. Se tiri fuori qualcosa, va da sè
che poi devi partecipare e fare comunella almeno un po’ e io di voglia di fare
comunella con degli ubriachi sconosciuti, che arrogantemente e superficialmente ho
battezzato come degli stupidi idioti del cazzo, non ne ho. Martedì sera sono stato a
cena, a casa di un cliente e della sua famiglia quindi, per questa settimana, la mia
tolleranza sociale è satura. Meglio perdermi in me. Meglio finire di leggere le ultime
duecento pagine del libro “Un altro di giro di giostra” di Tiziano Terzani. E’ un bel
libro. Lungo, ma quasi sempre affascinante. Detta in soldoni ma senza voler svilire le
cinquecento e passa pagine che lo compongono, l’autore racconta il percorso interiore
che intraprese, una volta scoperto d’avere il cancro. Racconta i suoi cinque anni
vissuti alla ricerca del sè, alla ricerca della risposta alla domanda “chi sono io?”,
attraverso un pellegrinaggio fatto di spostamenti in quell’Oriente fatto di Cina, India,
Filippine, Tibet, etc., che già bene conosceva per lavoro e che riscopriva attraverso la
frequentazione e lo studio delle più svariate credenze, religioni, meditazioni e stili di
vita antichi, di quei paesi. Esperienza che lo portò a ritirarsi in un eremo
sull’Himalaya. Il libro offre al lettore molti spunti di riflessione e di indagine, e
sempre in modo gentile, umile, dignitoso. Mi ha colpito il fatto che l’autore era
un’estremista del vivere. Prima, a pieno titolo attivo nel mondo occidentale con la
rincorsa contraddittoria alla realizzazione materiale tipica della nostra era consumista.
Dopo, a pieno titolo attivo all’abbandono di tutto fino a rintanarsi in una casupola a
tremila metri di quota nel silenzio e nell’isolamento più spinto.
Ho pensato a me, ho pensato a noi. Che nella praticità del nostro quotidiano, nella
semplicità del nostro vivere, nell’ambiguità di essere su due mondi (quello fuori la
strada e quello dentro la strada), abbiamo giocoforza imparato in modo più o meno
consapevole, a mediare fra materiale e spirituale. A trovare un compromesso fra stare
in società e stare soli con se stessi. A capire che se si sta male o si sta bene dentro, si
sta male o bene ovunque, in casa come a duemila chilometri da essa. A battere una
via, quella della vita, che magari comprendiamo meglio di altri.
Haha!, sta a vedere che dopo eroi e martiri, siamo pure santoni! Ma no, noi siamo
solo discepoli. Il vero santone è la strada.
Buona… strada. Ommm!

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