Partire è un po’ morire…

In paese, la festa annuale dedicata al Doge e alla fu Repubblica Marinara di Venezia,
sta raggiungendo l’apice nel suo terzo e ultimo giorno. Il sole è ancora alto, nugoli di
ragazzi e ragazze sono assiepati al cospetto dei tanti chioschi allestiti per l’occasione.
Bevono, ridono e ballano, seguendo i ritmi sincopati dei generi musicali più disparati,
che da ogni angolo vengono sparati a decibel più o meno legali. Un fiume di coppie
rilassate, di bambini che trotterellano beati e di carrozzine con neonati ignari o
urlanti, si muove compatto con anziani e perdigiorno vari. Tutti assieme riempiono
all’inverosimile, la piazza del centro e le vie circostanti.
E’ la gente normale, che fa le cose normali. Poco più in là, qualche chilometro più in
là, nel silenzio della mia utilitaria, abbandono fisicamente e mentalmente festa ed
amici, e mi dirigo verso il camion perché devo partire per l’ennesimo viaggio. Il
camion, questo oggetto incredibilmente misterioso per molti, per tutta quella gente là,
normale. E non è mai facile partire. Partire, dare inizio al viaggio di lavoro
allontanandosi da casa e dagli affetti, è sempre come un po’ morire ogni volta. E’ una
cosa lieve, è un trauma rapido e sottopelle. Quasi inconsapevole. Ma che lascia
sempre un graffio. E se tocca partire la domenica sera e, andando all’estero, anche due
ore prima degli altri, questa sottile violenza che si rinnova ogni volta, la sento ancora
di più. In inverno, col buio, con la gente infagottata nel riparo delle loro calde dimore,
con le strade deserte e indurite dal freddo, è meno faticoso. Ma con la bella stagione,
con la domenica da stroncare sul più bello, è una noia.
Da Pordenone, inizio a salire verso le montagne e, alla volta di Cortina D’Ampezzo, il
cordone ombelicale con casa e con la festa in paese, è reciso. Da Brunico in poi, le
stazioni radio italiane iniziano a lasciare il passo a quelle altoatesine e austriache.
Passato il Brennero, è reciso anche il cordone ombelicale con l’Italia. Casa, festa,
Italia. Sono già lontane, sono già ieri.
La prima notte in cuccia è passata e al ripartire, visto il lungo spostamento ancora da
compiere, mi vesto comodo come facciamo un po’ tutti. Tuta ginnica spaiata e
declassata da bella a utile solo per lavorare e zoccolo ciabattato in gomma stile
infermiere. La barba, fatta sabato pomeriggio, inizia ad essere ben visibile e i capelli
spettinati stile “chi se ne frega che in cabina nessuno mi vede”, completano l’opera.
Fabrizio amico, Fabrizio moroso, Fabrizio padre, Fabrizio scrittore e tutti i Fabrizio
che compongono il mio privato e la mia vita fuori dalla cabina, non esistono più.
Rimane solo il Fabrizio umile mangia asfalto uguale ad altri milioni di macina
chilometri sparsi in Europa.
Attraversare l’Austria è sempre una pena per i continui cambi di velocità e per le
autostrade menomate. Tutto sommato però, il tratto Innsbruck – Bregenz non è male,
se raffrontato alla piccolina da farsi costeggiando il lago di Costanza, una volta entrati
in Germania. Bella, panoramica, non c’è che dire. Le ville circondate dai vigneti
collinari a cadere sul lungo lago, sono una bellezza. Il clima mite tutto l’anno e il
luccichio della luce sull’acqua, sono una romanticheria. Ma che traffico! Un
supplizio! La strada del cucù ovvero la B33 da Villingen a Offenburg, è chiamata così
perché in queste zone fanno gli orologi a cucù. Anche qua, speri sempre che Dio la
mandi buona, ma è sempre distratto da altro. Fra una frenata e l’altra, semafori,
autovelox fissi e tratti meno impegnati, la civiltà lascia spazio al verde lussuoso e
imperante e allora il confine con la Francia è vicino. Dopo una seconda notte
tranquilla e dormita alla grande, riprendo la corsa passando sopra al Reno e
ammirando sulla destra una palafitta esagonale di colore blu, circondata da barchette
per innamorati in gita fuoriporta. Avanti dritti ed ecco Strasburgo. Anch’essa riserva
sempre sorprese in quanto a traffico e anche in questo caso, tutto si gioca sulla
fortuna e sull’orario in cui la si attraversa. Da qui a Metz e da Metz a Lussemburgo
(la città dà il nome al granducato e non viceversa), affronto la noiosa tranquillità
francese spegnendomi e viaggiando in stile robot automatico. Al confine mi fermo
per pagare l’eurovignette e ne approfitto per ridestarmi. Mi riaccorgo che ormai casa è
davvero roba lontana, mentre mi muovo con un’agilità data solo dall’abitudine, fra
parcheggio e shopcenter. La tecnologia, per quanto utile e per quanto abbia accorciato
il mondo, non arriva a limare i chilometri che dividono, quando uno ad uno, te li sei
caricati in schiena. Quando ti sei mangiato ogni tipo di asfalto, quando ti sei calato
nella camaleontica parte di dover guidare con uno stile diverso per ogni Stato che
attraversi…

to be continued

Lascia un Commento

Devi aver fatto il login per inviare un commento

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla newsletter

DALLE AZIENDE
Video News
Pit stop

Guidare senza patente di guida, da oggi non sarà più reato

Seguendo alcune trasmissioni televisive, in qui era presente il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, si è appreso che la cancellazione del reato di guida senza patente è ormai imminente. Da f[...]
Leggi l'articolo e ascolta o scarica l'intervista...
Dai nostri blog
Link consigliati
Categorie
Dai nostri partner