Parole per Erre – prima parte

Sbuffando a pieni polmoni l’aria dalla bocca, in piena rassegnazione, Erre gettò uno sguardo al tramonto infuocato che stava eslpodendo nello specchio retrovisore, in un misto di colori a metà strada tra l’arancione e il rosa.
Il panorama era esaltato dal cielo, che se non fosse stato per il posto, l’ora e la fretta, sarebbe stato romantico e da godersi in buona compagnia, rigorosamente in silenzio.
Ma, come spesso accade in questo lavoro, i bisogni, i desideri e le aspettative delle persone normali vengono annullati dal senso del dovere che fare il camionistra, o la camionista nel suo caso, richiede.
A quell’ora, se fosse stata impiegata, maestra o casalinga, si sarebbe potuta godere quello spettacolo unico dalla finestra della sua cucina, mentre ad ovest tutto finiva, donando al glicine e agli oleandri del giardino una luce soave, quasi nobile.
Poi, quasi sicuramente, avrebbe spalancato le porte, inspirato aria a pieni polmoni, e inclinando un pò la testa e con una piccola smorfia, avrebbe affidato i suoi pensieri agli ultimi raggi del sole.
C’è sempre un istante, in ogni tramonto o alba, in cui apri gli sportelli dell’anima e lasci che tutto esca, come granelli di polvere che si perdono nel vento.
Il tutto dura pochi istanti, questione di secondi, per poi richiudere e ricominciare a vivere.
Invece no.
Altro destino.
Niente glicine profumato.
Niente pensieri, finestre e luci da favola.
Aromi decisamente più intensi hanno deciso di seguirla, di farle compagnia. Profumi fatti da olio, gasolio,gomme… quell’odore di plastica calda che hanno i teloni delle centine d’estate, oppure quello dei rimorchi frigo che assumo a seconda del carico che stai trasportando, e poi i caffè degli autogrill, le notti insonni e i giorni lunghi e stonati, passati tra un magazzino ed una statale, tra una canzone ed un sospiro.

Tangenziale Ovest, direzione Sud, sei di sera.
Iveco Eurostar nero, corsia di destra.
Colonna, tanto per cambiare.
Il baglio delle ultime luci del giorno è riflesso senza sosta dai tetti delle auto che la circondano, mentre il motore al minimo del suo camion continua ad invadere la cabina.
Tutto il resto, la fuori, è fretta e solitudine.
In quell’unico nastro metallico e luccicante che è la classica coda del venerdi sera (e non solo), fatta di pensieri, rientri e stanchezza, Erre vede il termine della sua seconda settimana consecutiva dall’alto della cabina,giocando con il cambio, la frizione.. coi ricordi.
Sa soltanto che è partita da Rotterdam quasi un giorno prima, correndo come una disperata, perchè sa che il carico di ananas che ha sopra deve arrivare a Latina entro la mattinata successiva.
Un viaggio normale, se vogliamo, anche se contornato da svariati episodi, fatti da code, colleghi gentili e colleghi che ti trattano con menefreghismo e arroganza, ha respinto un paio di avance pesanti ed urlato la sua rabbia, quando ha scoperto che per un errore di schedulazione, il suo carico era stato anticipato, con tanti saluti alla pausa ed a una doccia calda.
Passandosi il polso sulla fronte per detergere le goccioline di sudore che le imperlavano la fronte (la mano era coperta dal guanto da lavoro sporco), ha fatto passare la sua incazzatura assistendo al posizionamento del carico, vincendo le risatine stupide e le troppe occhiate di certi facchini (nel caso, il palo ferma carico era sempre li a disposizione), si è bevuta un caffè ed è ripartita.
Ed ora era qui, a concedersi qualche piccola distrazione nella cornice del tramonto.
Un ultimo sguardo al retrovisore di destra, che non sia mai che qualche BM s’infili proprio sotto il rimorchio, marcia bassa dentro e si conquistano altri dieci, venti metri.
Tanto se va bene i chilometri di coda saranno una decina, quindi tanto vale prenderla con filosofia.
La radio canta a bassa voce, con canzoni che (forse) meriterebbero maggiore attenzione. E invece sono li, a disperedere le note inutilmente, mentre le parole vanno a stamparsi sui finestrini per poi svanire come neve al sole.
Tra l’altro, è appena entrata nel suo primo anno di volante.
Un anno intenso, vissuto, passato attraverso mezza europa, sempre fuori casa, da sud a nord e ritorno.
Non facile per nessuno, soprattutto se si è donna.
Soprattutto se si è belli come lei.
Alta, capelli ricci al vento, occhi verdi dentro i quali qualsiasi persona vorrebbe perdersi…
Di quelle ragazzi che ti aspetti di vedere dietro alla vetrina di un negozio, o al bancone di un bar, che mentre di portano il cappuccino ti sganciano un sorriso spontaneo che non può non rallegrarti la giornata.
Ma ha deciso di fare la camionista.
La strada è una brutta droga…..

Filosofia on the Road (dedicato a te)

Come diceva un vecchio amico francese” Mon ami, la route c’ette un implacable amie” (vedi carissimo, la strada è un amica indomabile).
Ed è vero.
Questa striscia d’asfalto, di terra, di ghiaia, mi ha preso.
Preso per il cuore, per l’anima, il cervello.
Per tutto.
Vedi, l’unico modo per capirlo veramente è solcarla giorno dopo giorno.
Ora dopo ora.
Metro dopo metro.

Con il sole a picco della bassa, nei pomeriggi d’agosto.
Quando sembra che il catrame sotto di te sia sul punto di liquefarsi, e dietro ogni curva potrebbe esserci benissimo il diavolo a fare l’autostop, e probabilmente gli daresti anche un passaggio, tanto sarebbe una cosa normale.

Con la pioggia che viene giù, mentre il nero lucido della corsia ti mangia la luce dei fari, e intanto preghi che le gomme tengano d’aderenza, mentre corri sollevando nuvole d’acqua dietro di te, con i tergicristalli impazziti, quasi ad ipnotizzarti.

Con la neve, fottuta e candida, che ti riduce a stare dentro una palla di cotone, con tutto ‘sto bianco che ti circonda. E intanto vai avanti, occhi aperti e marcia bassa, guidando quasi in punta di piedi, come se temessi di svegliare qualcuno.

E la nebbia puttana.
Che ti sparire il muso dell’auto, ti avvolge, ti agguanta e ti trascina dove vuole lei.
Poco importa se sia la via giusta, un muro o un disgraziato come te che arriva nel senso opposto.
Il trucco sta nel non fermarsi.

E la polvere.
Quel magico aroma misto di nafta, bitume, merda, che ti becca tutte le volte che ti fermi.
Ti segue come un cucciolo ammaestrato.
Ti guida.
Ti impregna i vestiti, quasi come se fosse una seconda pelle.

Oh, se solo potessi capire!
La regola fondamentale è rispettarla, la strada.
Tutto qua.
Non importa quanti cavalli tu abbia nel motore, quanta fretta tu abbia o dove stia andando.
Rispetto.
E nient’altro.
Lei è come una donna.
Va trattata bene.
Curata, coccolata.
Viziata, a volte.
Ma non prenderla in giro, non irriderla, altrimenti sono guai.
Ho visto dei duri, di quelli che incontri nei corridoi di scuola, e ti scansi per cedere loro il passo…. Beh, quegli stessi duri li ho visti piangere in corsia d’emergenza, di fronte all’ennesima gomma scoppiata.
Panne du papiere.
Il guasto quando il buio sopraggiunge.
Il pericolo.
Troppa gente si ammazza perché non conosce il proprio limite.
E’ molto semplice.
La strada non ha colpa.
Lei è li.
Ti attende.
Ti ascolta.
La percorri, la esplori, vi conoscete.
Un po’ come quando si fa l’amore per la prima volta con la ragazza che ami.
All’inizio si sonda il campo, alla scoperta del punto di piacere.
Poi, mano a mano, su e giù, sempre aumentando il ritmo, sempre più forte, finchè si può, finchè c’è né.

Ecco cosa vuol dire per me la strada.
Io non guido, io faccio l’amore con lei.
Dovunque andrò, so che lei ci sarà.
La mia certezza.
Il mio domani.

Buona strada a tutti.

The Winner take it All

Notte raminga qui a Gurbulak, frontiera turco-iraniania, notte fredda e di attesa.
Siamo quasi a Natale, 1977, e sono qui a parlare col volante mentre fisso come ipnotizzato i fari rossi del bilico olandese che mi precedere.
Notte limpida e stellata, mentre con le mani tremanti per il freddo pungente cerco di farmi un caffè con la moka, ma non riesco: sono parcheggiato sono una strada a schiena d’asino , pendo da una parte, la cabina è sbilanciata.
Coda di 20 km, sono li da una settimana, e di muoversi non se ne parla, facendo a botte con i miei pensieri solitari, ed ho voglia di gridare….

Tutto questo è iniziato in una nebbiosa mattinata ai primi di dicembre, ero appena rientrato a casa dopo uno dei miei soliti viaggi verso la penisola araba, roba da poco, diecimila km e fuori un mese da tutto e tutti. Avevo fatto il ritorno praticamente volando, perché sapevo che oltre Fernetti mi aspettavano la mia famiglia ed un Natale accanto all’albero tutti assieme. Avrei potuto finalmente godere del privilegio di poter dormire nel mio letto, svegliandomi accanto alla mia donna e poter vedere lei e non il sedile del mio camion. Per non parlare dei pasti caldi, doccia, cose che alla gente comune sembrano scontate, ma per quelli come me sembrano quasi un premio, una vittoria dopo una fatica inimmaginabile.
Comunque, ecco come andarono le cose: apro la porta di casa, poso i due borsoni con i vestiti sporchi per terra. Squilla il telefono, rispondo: è il capo.
Bisogna ripartire subito, devo sostituire un collega.
Destinazione Teheran.
Riparto il pomeriggio stesso, tempo trascorso con la famiglia: cinque ore.
Prometto loro che per Natale rientro.
Arrivo in piazzale, salgo al volo sul mio 170, neanche l’ho lavato, solo un controllo a gomme, olio, luci, faccio gasolio e riparto.
Mi assicuro che la borsa con i documenti sia a posto, con quelli non si scherza.
La nebbia mi tiene compagnia fin dopo Trieste, sono in Yugoslavia, buche, piove, un po’ di sole a intermittenza mentre attraverso paesini popolati da contadini, muli e vacche che ti attraversano la strada come ridere, carretti dovunque.
Guido come un pazzo, diciassette, diciotto ore al giorno, mi fermo il minimo indispensabile, giusto per far tirare il fiato al motore,, dormo sul volante appoggiando un cuscino, devo battere il Natale in corsa…..

Guido meccanicamente e senza alcuna emozione. Vado avanti perchè ho il pensiero fisso di rientrare a casa. Voglio stare con loro, devo stare con loro!
Maledetto lavoro!
Non sento il sonno, ne la stanchezza, ne altro.
Mangio qualcosa giusto per far tacere lo stomaco. Niente di più.
Turchia, niente Londa Camping, niente giorni di relax.
Sempre avanti, sempre dritto!
Per il momento tutto liscio, incredibile!
Ho un scoglio ancora da superare, ed è forse quello che mi preoccupa maggiormente.
Uno scoglio da 2.500 metri di altezza, chiamato Tahir.
Inizia la neve.
E la serenità sino ad ora presente comincia lentamente a sfumare.
Neve dovunque, in questo paesaggio lunare.
E’ mattina presto quando arrivo alla base del Tahir, devo mettere le catene, doppie, semplici.
C’è poco traffico, salgo, nervi tesi all’inverosimile, eppure ce la faccio, davvero stupefacente!
Contento sono a Gurbulak, trafelato, stanco, gambe e schiena a pezzi, passo Dogubayazit, e nella fretta mi dimentico di comperare il pane, tutto procede , quando dopo una curva capisco che l’incubo peggiore mi si è appena materializziato davanti…..

20 km di coda.
Colonna ferma da una settimana.
Con tanti saluti al Natale.
Maledizione!
Rallento, mi accodo dietro ad un bilico, un altro disgraziato come me, probabilmente.
Passa il tempo e nulla accade.
Spengo tutto, scendo, mi accendo una sigaretta.
Mi guardo attorno, se per caso ci fosse un italiano.
..aspetta.. olandese, due francesi, un… come si legge.. Akeri? Ah,si , uno svedese….
Bene, neanche un cane con cui parlare.
Scende il buio, e lo stomaco brontola.
Il parabrezza si copre di fiocchi di neve, che lentamente cominciano a scendere, rendendo lunare tutto il panorama che mi circonda.
Non si va avanti, ogni tanto mi sporgo dal finestrino per cercare di capire cosa posso fare, per vedere se per caso si verifica un miracolo e tutti di colpo ci muoviamo.
Niente.
Guardo l’orologio, sono le otto di sera.
Chissà cosa staranno facendo adesso a casa.
Seduti a tavola, staranno parlando della festa, dei regali, di cosa mangeranno per la cena della vigilia.
Già, il menù.
Dovrei mangiare, ma ho lo stomaco stretto.
Vinco la stanchezza e la tristezza che mi avvolgono, e cerco di prepararmi un piatto di pasta.
Accendo il fornello, ma sono tutto storto, perchè la strada è stretta a dorso di mulo, mi devo buttare tutto a destra per poter lasciare spazio libero a chi m’incrocia in senso opposto.
La temperatura cala, mentre la neve se ne frega e continua a cadere.
L’acqua inizia a bollire e come per magia la colonna si muove.
E ti pareva.
Non riesco a raddrizzarmi e allo stesso tempo far continuare la cottura, percui devo spegnere tutto e buttare l’acqua fuori dal finestrino.
Facciamo qualche metro, non riesco a quantificarli.
Poi tutto fermo di nuovo.
“Sicuramente domani mattina si sblocca tutto”,penso, e mentalmente faccio il calcolo di quanti km dovrò fare al giorno per poter salvare il mio Natale.
Il sonno ha la meglio, è notte fonda, ha smesso di nevicare.
Mi faccio un caffè con la moka, la pasta magari un altra volta, e mangio un pò di pane e una scatoletta di carne.
Tento di riposare, ma sono teso, non riesco a dormire per davvero.
Ogni ora apro gli occhi per accendere il motore, devo tenere su l’aria, altrimenti rischio di piantarmi e tutti gli altri mi passano davanti.
Alba.
Apro un’occhio, poi l’altro.
Guardo il termometro che ho fissato sul cruscotto: meno 20°!
Merda, se il gasolio non si è congelato è perchè c’è un dio anche per quelli come me.
La colonna, durante la notte, non si è spostata di un metro.
Provo a girare la chiave.
Scatti a vuoto.
Riprovo.
Nulla.
Ok, stai calmo, dai bello,’ fa no schers….

Al quinto, sesto tentativo, il motore decide di partire.
Grazie, 8V.
Lo lascio girare al minimo, e insieme ci svegliamo.
Il cielo è grigio, striato di nero.
Il monte Ararat, dall’alto, mi osserva silenzioso.
Le ore passano lente, senza che nulla cambi.
Ogni ora accendo il motore, poi lo spengo.
MI sgranchisco le gambe, mangio qualcosa.
Il freddo è maledetto, qua, non posso permettermi di stare giù dalla cabina per più di dieci, quindici minuti, altrimenti rischio di congelarmi le orecchie!
L’unico compagno di lunghe chiaccherate è il volante.
Ho inoltre realizzato il fatto che non ho tante provviste con me, percui raziono anche il cibo.
Passo un altro giorno in coda.
Un metro alla volta.
Il natale mi sta superando, e non credo che possa fare molto questa volta.
Che bella idea che ho avuto!
Continua a nevicare, tutto è bianco, tutto molto, dannatamente, natalizio.
Mi sono accorto di aver sbagliato i conti del gasolio, avrei dovuto farne almeno duecento litri in più, cosi avrei potuto tenere in moto il camion per più tempo. Invece no, quindi accendo e spengo in continuazione.
Di notte dormo vestito, con giaccone, maglia, scarponcini, pronto per spostarmi appena ne ho l’occasione, oltre che per vincere il gelo che mi avvolge.
Ci sono gli autisti turchi, quelli con le motrici, che ti sorpassano alla grande, non curanti della tua attesa.
Sono camion a due, tre assi, sovraccarichi, sono in cabina pigiati come sardine, ti passano ad un millimetro dalla cabina, e io sono qua zitto ad ingoiare.
Quando cala il buio, poi, sono pazzeschi: hanno delle torce, e non appena vedono un buco tra un camion e l’altro si mettono a segnalare agli altri loro colleghi la posizione, e via, partono e ti entrano praticamente in branda pur di fragarti quel metro che hai davanti al muso.
Ha smesso di nevicare, finalmente.
Peccato che di colpo adesso siamo a quasi meno trenta gradi,impossibile spegnere il motore.
E’ il terzo giorno coda……..
Basta non ne posso più!
Voglio il MIO natale!
Ho la sensazione di aver sprecato cosi, la mia vita.
Tra una dogana e l’altra, senza possibilità di alternativa.
Polvere e neve.
Con i documenti in mezzo.
Intanto mi sto perdendo la mia famiglia, i miei figli, sono quasi uno straniero per loro.
Magari la prossima vita rinasco dottore, o impiegato, o al diavolo, qualsiasi cosa pur di passare più tempo con chi voglio. E ‘fanculo alla mia voglia di avventura.
Credo che….cosa succede?
Aspetta, si è mosso l’olandese! metto dentro la marcia bassa, vado avanti….
Strano, ancora avanti.
Bello,dai che forse….. No, ho conquistato ben trecento metri!
Sono isterico, parlo da solo.
Ho letto talmente tante volte i volè del mio Carnet Tir che le so a memoria.
Ma non credo che ci siano quiz a premi con queste domande.
Sospeso, ecco come mi sento.
Non una parola gentile, non un gesto che possa, in questa impossibilità della ragione, darmi una mano per andare avanti almeno con l’anima……

Altro giorno, altro metro conquistato.
Se va avanti cosi, arrivo per Natale a casa, ma quello del prossimo anno.
L’unica sensazione che ho, oltre alla fame, è la rabbia.
Non è possibile andare avanti cosi, arriverò ben alla frontiera.
Lo chiedo al cruscotto, al volante, a tutta la cabina : arriveremo a casa?
Nessuna risposta dal 170.
Solo il suo ton ton ton ton cadenzato dei cilindri che ballano, stanchi anche loro.
Scendo per provare a parlare con un tedesco dietro di me.
MI avvicino, lui,intabarrato come me fino agli occhi, mi batte una pacca sulla spalla.
Stentatamente proviamo ad imbastire un discorso, lui mi indica con la mano il retro del trattore.
Non capisco, non lo sento, non lo so.
Mi dice di guardare, si sforza. S’infila tra rimorchio e motrice, indica il rubinetto dell’aria, sento un sibilo che non mi piace, lui mi fissa e mima con il braccio ed il polso come se dovesse chiudere qualcosa.
Adesso ho capito! Ha bisogno di stingere la valvola.
Lui non ce la fa, e capisco perchè. Si sfila il guanto, ha le dita quasi congelate, sono viola dal freddo.
Usando tremila sillabe mi riferisce che ci ha provato durante la notte, ma non ce l’ha fatta.
Ok, gli sorrido, mi volto e vado verso il cassone sotto il mio rimorchio dove ho gli attrezzi.
Stingere un paio di dadi non è poi nulla di che, ma farlo a meno venti è un attimo complicato.
L’unica cosa positiva, se cosi si può dire, è che passo il tempo.
Scorgo alcuni ragazzini che girano con delle carriole piene che gridano “ Yumurta” e “ Ekemk” (uova e pane). Sembra quasi invitante.
Naturalmente non dicono che le carriole sono state usate per trasportare del cemento, e, naturalmente, uova e pane sono buttati dentro cosi, quindi mangi pane, uova con contorno di cemento.
Il tutto mentre gli Apachi con le loro motrici stracariche sfrecciano indisturbati.
Basta, non ne posso più!
I giorni sono sempre uguali, freddo, metri avanti, neve, pane uova e cemento, sto sprecando gasolio, sto sprecando la mia vita qua, in questo girone infernale.
Non vedo l’ora di raggiungere la dogana, ma a questo punto non spero nemmeno più.
L’ennesimo Tonka mi sorpassa, basta adesso!
Scendo dalla cabina, lascio la porta aperta.
Intravedo il mio volto riflesso nello specchietto: barba lunga, occhiaie, tirato, stanco.
Mi inginocchio e frugo sotto la coltre bianca dei sassi, graffiandomi le dita per prenderli.
Passa una motrice dei loro, la punto come una preda,aspetto che mi passi accanto e le tiro i sassi contro
Rimbalzano contro il cassone, ma uno va a segno sul finestrino, che si rompe in un esplosione di cristalli.
Non si ferma, lui, il turco, va avanti.,
Accumulo altre pietre, le tengo con me sul sedile.
Vendetta, voglia di tutto, tranne che di rimanere qua.
Settimo giorno…..

Mi sveglio con il collo indolenzito, alzando lentamente la testa dal volante, quasi per paura che con un movimento brusco mi si stacchi dal resto del corpo.
Non tocco la branda da tre giorni.
Con occhi socchiusi, fisso con distacco la neve che ha ricominciato a cadere.
Accanto al mio sedile, i sassi che ho usato stanotte contro i turchi.
Un ghigno perfido mi sale da un labbro.
Altra notte passata a lottare contro un tuo collega, quasi un paradosso, ma qui non esistono regole,se non quella del più forte.
Prendo la moka, mi faccio un caffè, mentre apro la mia agenda e strappo la pagina con la data di oggi: 25 dicembre.
Poi dal portafogli tiro fuori la foto della mia famiglia e la metto sul volante, accanto alla pagina appena strappata.
Verso il caffè nella tazza, niente zucchero, finito anche quello.
Potrei provare a polverizzare un pò del cemento che ho attaccato alle uova famose, ma non credo sia una grande idea.
Buon Natale a voi, dico, alzando la tazza in segno di brindisi.
Ho voglia di piangere, perchè l’unica cosa che provo adesso, qui, nel buco del culo del mondo, è solo un gran vuoto dentro.
Avrei voluto essere con loro adesso, vivere l’attesa dei regali, del panettone, di tutto.
Cose normali per persone normali che hanno una vita normale.
Io, alla fine, di normale non credo di avere nulla.
Il cielo è nero come l’inchiostro, mentre per vincere le lacrime che stanno per sgorgare scendo dalla cabina e faccio il mio solito giro attorno al camion.
Nessuna traccia di Babbo Natale.
Nessun cenone in vista.
Solo la bandiera del confine, che in lontananza sembro scorgere. O forse è un miraggio e basta.
Mentre mi appresto a risalire, il rimorchio attira la mia attenzione.
Avvicinandomi, incredulo, alzo le braccia al cielo : merda!
Gomma bucata!
Ed è una gemellata interna, per giunta!
Stavolta è davvero troppo, troppo di tutto.
Appoggio le braccia alla sponda, cercando un solo motivo per poter andare oltre questo momento.
E’ il mio lavoro, l’ho scelto io.
Indietro non si torna.
Dovessi campare altri mille anni, andrei avanti cosi.
Lo so, mi contraddico, dopo quasi due settimana passate qui nel nulla più assoluto.
Ho scelto questo lavoro per spirito d’avventura.
Per denaro ed avventura.
E’ difficile poter spiegare quello che provo quando faccio, quando vivo il mio mestiere.
Cosi come è difficile digerire la durezza del sacrificio che si compie stando lontani da casa per settimane intere.
A conti fatti, ho capito che la mia vita o è cosi o semplicemente non è.
Arrivare a casa per tempo, a questo punto, non ha più alcun senso.

Prendo i ferri e comincio a cambiare la gomma.
Sempre sotto un cielo nero.
Il natale, la famiglia, la dogana e la coda aspetteranno.
Domani farà più chiaro.

Sono quasi le sei di sera quando, dopo nove giorni di coda, finalmente entro nel varco doganale.
La volè del carnet tir ha il timbro con la data 25 dicembre.
Passo attraverso il portale, e dopo i soliti controlli di rito mi ritrovo finalmente ad ingranare le marce del mio camion. Incredibile come mi mancassero questi movimenti!
Percorro circa una ventina di chilometri, trovo uno spiazzo, ho un sonno arretrato da fare paura, ma prima voglio mangiare qualcosa con un pò di calma.
Metto su l’acqua per la pasta, e mentre aspetto di poter finalmente cacciar giù qualcosa di caldo e, soprattutto, concentrandomi sul piatto e non su quello che mi capita attorno osservo il panorama dal parabrezza. Tutto scuro, non si vede quasi nulla, se non il mio volto riflesso nei vetri sporchi di polvere, fango, neve.
Mangio usando il cruscotto come tavolo e sento il sonno che sale velocemente.
Sistemo la cabina, ridotta uno schifo, e finalmente mi corico. MI aspetta qualche ora di sonno, finalmente sdraiato.

A svegliarmi, ne sono quasi sicuro, è stato un camion che mi è passato accanto, che con le ruote ha sollevato un sasso che è finito dritto sulla lamiera che ho in corrispondenza della testa. Un colpo secco, e ho aperto gli occhi.
Mi sento stranamente rinvigorito da questo riposo; guardo l’orologio, sono le otto del mattino.
Bene, ho dormito quanto basta per farmi arrivare a Teheran entro domani sera, al più tardi nelle prime del mattino seguente.
Caffè, altrimenti non carburo. Per contorno il famoso pane al cemento.
Apro la portiera, aria frizzante e dolce come l’alito di un neonato che mi accoglie.
Sole.
Finalmente!
Metto in moto, mentre faccio un giro rapido attorno al rimorchio: tutto in ordine,per fortuna.
Fango, pioggia e neve accumulati sulla carrozzeria durante tutti questi giorni di guida forzata, di code e strade impossibili hanno creato un sorta di vela marrone che parte dalla parte posteriore del trattore e allargandosi a ventaglio arriva fino ai montanti posteriori del rimorchio.
Mi stiro la schiena, allargo le braccia e inspiro profondamente, incamerando tutto l’ossigeno che posso, come se fossi stato prigioniero di una bolla d’aria.
Il rumore di una cambiata di marcia troppo frettolosa, da parte di un bilico che sta sopraggiungendo, attira la mia attenzione. Mano a mano che si avvicina noto nel trattore, un Volvo F89, un qualcosa di conosciuto, come un dejavù di una vita precedente quasi.
Anche lui sporco,arranca sullo sterrato che ho percorso anche io.
Il vetro, diviso a metà, è pulito solamente dalla parte del guidatore.
E’ a circa cento metri da me, addesso lo sto fissando attentamente, qualcosa mi attira, fissando il paraurti: la targa! E’ italiano!
Mi butto in mezzo alla pista, gesticolando e saltando come un pazzo.
Gli urlo “ Ehiiiiiii!!!” e lui, un mio collega, un mio connazionale, in quella babele di uomini e nazioni, a sua volta mi riconosce, batte i fari, si ferma in mezzo alla strada.
Scende, e ci battiamo due pacche sulla spalla.
Incredibile: a qualche migliaio di chilometri da casa, dopo tutto quello che ho passato, parlo la mia lingua!
Cominciamo a parlare, mentre preparo un altro caffè, il primo in compagnia da quando ho lasciato il deposito e casa.
Sta andando anche lui a Teheran, decidiamo di viaggiare assieme.
Era anche lui in coda, proprio come me ma, mi dice, era indietro di almeno due giorni.
“Sono uscito ieri sera attorno alle sei, poi ho guidato ancora un pò e mi sono fermato qui a dormire. A proposito, anche se con un giorno di ritardo, buon natale!”.
“ Un giorno?” fa lui “ Amico, guarda che oggi ne abbiamo 27! Hai dormito due giorni di fila, cazzo!”

Il viaggio di colpo mi sembra meno faticoso, adesso che ho un compagno di strada.
Ci fermiamo a mangiare a circa 200 km prima di Teheran, in un posto chiamato Zanjian.
Non parlando la loro lingua, se non qualche sporadico vocabolo, indico con il dito i piatti che vedo: il pollo che mi viene portato ha l’aria molto sospetta, oltre che un colore giallo direi fuori luogo, ma la fame mi porta a fregarmene altamente. Sorpresa, il gusto è gradevole, mentre il riso che lo accompagna è passabile. Certo, non posso pretendere di essere al grand hotel, è già un miracolo poter sedermi ad un tavolo e mangiare ciò che trovo!
Sono ancora abbastanza sbalordito dal fatto che ho dormito per quasi due giorni, due giorni filati, senza mai svegliarmi, senza un interruzzione, niente.
La stanchezza regna sovrana.
Mentre mangio, rifletto sul fatto che ho praticamente mandato a puttane tutta la mia vita, per inseguire un sogno misto di avventura, gloria e merda dal quale difficilmente potrò uscirne indenne.
Siamo una ciurma di zingari, senza patria quasi, viviamo ai margini della società, in silenzio, e svolgiamo il nostro lavoro come se si trattasse di normale routine, come un medico o un postino.
Eppure a nessuno frega nulla.
Ad ogni metro che percorro non so quanti me resteranno ancora, se arriverò a scaricare, se arriverò vivo alla sera che mi attende. Ho imparato davvero il significato del vivere alla giornata, non per scelta, ma per obbligo,perchè l’unica cosa certa, qui, oltre all’attesa, è il tuo destino che ti viene addosso.
E devo essere bravo a smarcarlo, fartelo amico, e vedere cosa succede poi dopo.

Arriviamo a Teheran, mi piace come città.
E’ capodanno, 1978.
Abbiamo appena lasciato i nostri camion alla dogana Karaji. Tutto a posto, sono stati scaricati e ora dormono in un piazzale sterrato davanti all’ingresso. Stiamo percorrendo una via parallela alla dogana, ci sono tanti bilici parcheggiati su entrambe i lati della strada. Alcuni con le tendine tirate, altri con le portiere aperti ed i loro conducenti stanno chiaccherando da un sedile all’altro, altri accanto ai rimorchi, con un braccio appoggiato sulle sponde.
Qua è un giorno come tanti altri, nessuna festa in vista, tutto procede nel suo caotico ordine. Mi sembra di essere quasi dentro un formicaio gigante, mentre cerchiamo di raggiungere il telefono internazionale.
Entriamo, ci sono diversi sportelli, diamo il numero che vogliamo (che vorremmo) contattare e la nazione.
Il baccano dentro questa stanza è incredibile. Persone piovute da ogni angolo d’europa sono qui in attesa che qualcuno dall’altro capo della linea risponda. E nell’attesa sperano. C’è un inglese, altro, imponente, con la barba rossiccia e le braccia arabescate di tatuaggi, che parla animatamente allo sportello alla mia destra, probabilmente lamentandosi del fatto che da queste parti non c’è nemmeno l’ombra di un pub!
Poi vedo un paio di francesi, li riconosco vagamente, forse ci siamo incrociati a Erzican, mi riconoscono, salutano; ungheresi, pfiu, qui ne hai quanti ne vuoi. Ne arrivano a frotte assieme ai bulgari. Loro però stanno in disparte, non parlano mai con nessuno, solo tra di loro, va a capire perchè’?!
Non vedo l’ora di parlare con la mia famiglia!
Quante cosa avranno da raccontarmi,e pure io, ne ho! Chissà i regali che hanno ricevuto i piccoli, gli saranno piaciuti? E il pranzo? Avrà nevicato?? Dai, su, telefono, muoviti muoviti muoviti!
Aspetto due ore per poter parlare con casa, per sentire come sono andate le feste,
raccontare il mio viaggio, tutto… Risponde mia moglie, le voci dei bimbi di sottofondo, sono felice di sentirli. Riesco a malapena a dirle un ciao , quando con un tono freddo, da brividi, lei mi fa “ Ah, ciao! Sarai contento vero? Proprio non hai capito che cosa hai combinato nel non esserci stato a natale? Cosa vuoi?”
“Niente”, rispondo io” da un bacio ai bambini”.
Sbatto giù il telefono, esco dal locale e mi accendo una sigaretta.

E’ da due ore che sto vagando senza meta per Teheran, la giornata sta volgendo al termine.
Cammino a testa bassa, mani nelle tasche dei pantaloni, e come al solito sono al punto di partenza.
Dopo quello che è successo ieri con mia moglie, non è che ho tutta stan gran voglia di tornare, perchè mi sento come tradito nella fiducia, nel cuore, nella mente.
Sa benissimo il lavoro che faccio, il sacrificio è alla base del nostro rapporto, oltre all’amore, so che non è facile sopportare le lunghe assenze (mie), ma la mia vita è cosi. Prendere o lasciare.
E io, nell’incertezza, prendo.
Ritorno al mio fido 170, compagno di lavoro e di lunghe ore passate a parlare col volante.
E’ cosi, potrà sembrare assurdo, e forse lo è, c’è chi affida i propri pensieri ad un diario, un amico, mentre io li do al volante. Perchè è quello che vedo, che tocco, la parte del camion con la quale ho maggiormente a che fare.
Mi butto in cabina, non prima di essermi fermato in un bazar a comprarmi provviste di cibo per il viaggio di ritorno, che volente o nolente, dovrò fare.
Nei miei piani l’idea era quella di restare per un paio di giorni qua, per riposarmi, ma dopotutto ho capito che mi sento molto più vivo mentre sfido il destino sulle strade del deserto, o più ancora lassù, tra le curve e le roccie dei passi.
Volevi una vita non ordinaria? Eccoti servito!
Dopo aver mangiato qualcosa, comincio l’opera di sbaraccamento del rimorchio: tolgo telone, montanti, stecche, sponde, tutto questo un pò per prassi, un pò per sfogare la rabbia che ho dentro.
Dispongo le sponde verso la testa del rimorchio, accanto a quella lo separa dalla cabina, ne metto una sopra l’altra, due file da quattro, e passo due cinghie. Poi è la volta delle stecche di legno, che posiziono sul pianale con sopra il telone piegato (a dire il vero per piegarlo ho chiesto aiuto a due ragazzi danesi, con i quali mi sono sdebitato con caffè ed una cena a base di spaghetti, pomodori e carne in scatola). Altro giro di corde, e il rimorchio snellito è pronto.
E’ oramai il tramonto mentre lascio la città, sotto un cielo che sembra una lavagna rosata contro la quale qualcuno gli ha lanciato contro una prugna matura, donandogli cosi sfumature rosse, viola, gialle.
Pochi camion incrociano il mio passaggio, qualche locale, europei ne trovo due, tre, diretti verso la notte iraniana.
Poi nulla, solo io, la luce fioca del cruscotto e la strada.
Torniamo a casa, vecchio mio, dico al camion, torniamo verso nord, e sia quel che sia.

Tabriz, direzione nord.
Ho incontrato pochi camion, perlopiù locali, quasi nessun europeo e nessun italiano nel senso opposto di marcia, e penso che sia dovuto alle feste.
La maggior parte delle fabbriche sarà a ritmo ridotto, quindi il grosso delle spedizioni ripartirà da dopo la Befana. Avverto come un campanello d’allarme nel mio subconscio, ma non riesco a decifrarlo.
Percui lo ignoro e vado avanti.
E’ notte, mi sono fermato per qualche ora di sonno, dopo aver mangiato di nuovo a Zanjian.
Nonostante il giorno di riposo a Teheran, mi addormento quasi subito.
Sogni balordi, decisamente non belli, mi accompagnano fino all’alba, quando apro gli occhi per iniziare un nuovo giorno.
Il freddo mi accoglie nel suo gelido abbraccio, mentre accendo il motore e scosto la tendina: neve.
Il paesaggio che fino a poche ore prima era di un giallo scolorito, collinare, polveroso, di colpo si è trasformato nell’incubo lunare che ho vissuto all’andata.
Mi preparo un caffè, faccio colazione, mi accendo una paglia e medito sul da farsi.
Scendo dalla cabina, e ad un primo impatto con il suolo capisco che il fondo per il momento sembra consentirmi di viaggiare senza troppi problemi.
Decido di prepararmi comunque le catene.
Prendo una sbarra di ferro dal rimorchio, e rischiando la fronte m’infilo sotto al trattore, dove accanto alle luci posteriori ho fatto saldare due uncini, ai quali attacco le catene. Le batto ben bene, pochi colpi secchi, diretti, e le stacco, per poi distenderle a terra e riappenderle su due ganci simili fissati sul tutta la lunghezza del rimorchio: mia moglie (o dovrei dire ex moglie, ancora non lo so per certo) stende le lenzuola, io le catene.
Le tengo cosi in modo tale da velocizzare il più possibile il loro fissaggio sugli assi del trattore e del rimorchio.
Risalgo, è ora di partire.
Per tutta la durata dell’operazione non ho visto un solo camion.
La cosa non mi piace per niente.
Il famoso campanello del mio subconscio continua a squillare con insistenza, ma non riesco a capirne il perchè.
Procedo piano, sondando il fondo stradale, occhi aperti.
Dopo circa 50 km mi fermo, devo mettere le catene, mentre la tempesta sta aumentando d’intensità.
La mia tabella di marcia odierna prevede, neve permettendo, l’arrivo a Bazargan nel pomeriggio, per poi puntare diretto verso il Tahir, che sono altri 500 km circa. Sempre se questa bianca coltre che si sta inspessendo mano a mano mi lasci andare avanti. Sempre che il camion regga. Sempre che non ci siano altri imprevisti. Sempre se ho fortuna.
Guido meccanicamente, quasi apatico, mentre i tergicristalli lavorano senza sosta nello spazzare via i fiocchi che come tanti moscerini ghiacciati finisco sul parabrezza, diventano goccie e in breve spariscono.
Il riscaldamento sta facendo gli straordinari, ovviamente non posso permettermi il lusso di poter viaggiare senza il giaccone pesante che indosso. Mi sento impacciato nei movimenti, quasi bloccato, ma devo essere pronto a saltare fuori ad ogni metro, quindi meglio essere coperti, visto il clima.
Poco dopo una curva, finalmente la sagoma di un bilico che mi precede!
Va piano anche lui, siamo a circa un centinaio di metri l’uno dall’altro, non riesco a capire da dove arrivi, ma di sicuro so che sta facendo la mia stessa strada, quindi mi sento come consolato da tutto ciò.
E’ incredibile come in questo niente assoluto si possa davvero trovare conforto nelle piccole cose, come il sapere che posso mangiare perchè ho scorta di cibo, gasolio, un motore in ordine, parlare con qualcuno che non hai mai visto prima e che sicuramente non reincontrerai più, oppure sapere che davanti a me c’è uno zingaro, mio simile, che condivide con me questo calvario. Vorrei avvicinarmi di più, stargli negli specchi, cosi potremmo, una volta passato questo tratto insidioso, fermarci per un caffè.
Stavo pensando a tutto questi, quasi felice, quando la strada bruscamente cala in una discesa ripida, fondo ghiacciato e dannatamente brutto. Il mio compagno di viaggio inizia a scendere, sembra che tenga, affronta la prima curva senza problemi, quando……

“E questo da dove è saltato fuori??”
Davanti a me, saranno una cinquantina di metri, una massa bianca non meglio precisata si muove di colpo, buttandosi sulla strada, emettendo una colonna di fumo nero, denso, oleoso.
E’ un pullman, lo capisco perche la neve che si sposta dal vetro posteriore ne svela la coda, si capisce, insomma.
Con una mossa al limite dell’impossibile s’incunea tra me ed il collega che mi precede.
Ho paura a toccare i freni, comincio a scalare, sento che il rimorchio vuoto comincia ad intraversarsi, nonostante le catene, ma alla fine si assesta, e con un tocco del volante riesco a tenerlo in strada.
Il conducente, non contento dell’azzardo, comincia a ballare dietro al camion che lo precede, spostandosi ora a destra, ora a sinistra, noncurante della neve, delle pessime condizioni della strada, dei suoi passeggeri e delle altre persone che incontra.
Nel corso di questi anni, trascorsi sulle rotte del medioriente, di storie su questi bus ne ho sentite a centinaia, tutte con lo stesso denominatore comune : prepotenza.
Sono uno dei pericoli maggiori di queste piste, perchè sono imprevedibili, pericolosi, sembra che ti superino sulla sinistra, allora tu li agevoli e tenti, per quanto possibile, di spostarti sulla destra, e loro che fanno? Tagliano di colpo e vanno dall’altra parte, ti stringono contro i cigli erbosi, i burroni, tutto.
Carichi all’inverosimile, hanno la parte posteriore della carrozzeria che striscia quasi a terra, a causa dei portapacchi di ferro fissati sui tetti, dove trovi praticamente tutto.

Il kamikaze che ho davanti non deve aver gradito la nostra presenza, perchè ha deciso che deve superare.
Fine. Sta guidando, da quanto riesco a vedere, a circa un metro dal culo del rimorchio che lo precede.
Mi sto immedesimando nel collega alla guida del camion, avrà i nervi tesi come le corde di un violino.
Comunque, si accorge che a sinistra non riesce a superare, ci sono due curve, la strada è sporca, impossibile accelerare. Ma c’è sempre il lato destro.
Dal finestrino sfessurato sento che si attacca costantemente al clacson, reclamando spazio, ed il bilico sta facendo davvero di tutto per farlo passare.
Giunti su un rettilineo, dopo una curva in discesa (neve sempre presente naturalmente) , tenta di buttarsi a sinistra di nuovo, ma un convoglio di tre bulgari con i loro Berliet TR 280 lo fanno rientrare.
Allora l’autista, buttando fumo e neve attorno, ritenta a destra, a cavallo di una cunetta, si affianca al rimorchio, mentre il collega si sporge a sinistra.
Dalla mia posizione riesco a vedere i due mezzi affiancati, come se fossero cavalli che traiano un carro, capisco che il bilico sta rallendando, ma frenare di colpo su queste piste, cosa che verrebbe naturale fare, equivale ad ammazzarsi, percui decelera piano piano.
Quest’azione non piace al bus, che lo stringe ancora di più.
La strada sta per terminare in una curva, uno dei due deve cedere.
Cristo, li vedo sempre più vicini, vorrei chiudere gli occhi, ma non posso, devo rimanere vivo e attento, pronto a tutto.
Con un ultima mossa disperata, il pullman si butta in carreggiata, urtando la cabina del bilico all’altezza dell’asse anteriore, che per il colpo e il ghiaccio cede, facendo intraversare il trattore con il rimorchio.
Procede per metri che sembrano chilometri perpendicolare alla strada, si gira, si chiude a portafoglio e finisce la sua corsa in un campo, mentre il bus, con un ultimo colpo di clacson, caracolla indisturbato oltre e procede sulla sua strada.

Con il cuore in gola, mi fermo in mezzo alla pista innevata, e mentre mi dirigo verso il camion del collega inciampo e cado nella neve almeno due volte.
La cosa che mi stupisce più di tutto questo è il cono di silenzio che ci avvolge, come se fossimo dentro ad una sfera di cristallo, e tutto il nostro mondo ruotasse attorno ai pochi metri che ci circondano.
Apro la porta dal lato del guidatore, la cabina non sembra aver subito grossi danni, a parte il parabrezza distrutto, ridotto ad una ragnatela. L’autista, un francese, è piantanto sui gomiti sopra il volante, non sembra essersi fatto nulla, per fortuna.
Lo aiuto a scendere, mentre smadonna come un pazzo contro, penso, tutto l’universo creato.
Continua a nevicare, nessuno che passa, nessuno pronto ad aiutarci.
Il cameratismo è d’obbligo in questo caso.
Cercando di tenerci in equilibrio, facciamo un giro attorno al bilico, paraurti del rimorchio distrutto, i cavi delle luci penzolano da ciò che rimane del telaio, telone tagliato, sponda piegata.
Il resto sembra in ordine. La cabina è leggermente imbarcata a destra, in corrispondenza dell’urto con il bus.
Proviamo a metterlo in moto, sbuffando nuvole bianche dalla bocca per il freddo, e dopo una serie di scatti a vuoto finalmente s’accende.
Resta solo un problema: il toglierlo da li.
Mi porto avanti con il mio camion, rinculando verso di lui.
Solo per accostarmi mi ci vuole mezz’ora, perennemente con la testa fuori dal finestrino.
Attacchiamo la barra fissa al suo trattore, mettiamo tutte le catene possibili ed immaginabili sugli assi, risalgo in cabina, coperto di fango, neve, sudore, di tutto, innesto la marcia, pattino, non va maledizione.
Mi fermo. Riprovo ancora.Nulla.
Ad ogni tentativo giro a vuoto, mentre il suo camion rimane piantato.
Prendiamo due pale, cominciamo a scavare via la neve da sotto l’asse trattivo del bilico fuori strada.
Tanto per non farci mancare nulla, fa buio, di smettere di nevicare non se ne parla.
La sola luce è data dai fari dei nostri due camion.
Il Daf del francese sembra seriamente intenzionato a stare li dove si trova.
Passano le ore, non riesco a quantificarle, mentre tentiamo ogni possibilità di disincagliarlo.
Eppure, nonostante siamo entrambe vuoti, nulla cambia.
Getto la cuffia che ho in testa per terra, sparando una bestemmia, quando all’improvviso…

Due fari ed una sgoma scura tagliano in due la notte che sopraggiunge, mentre io e il francese ci buttiamo in mezzo alla strada. Arranca piano sicuro, è uno Scania, lo riconosco dalla cabina, si avvicina piano piano, non dire il colore, tanto qua è tutto nero o bianco o marrone, altre tinte non esistono.
Si ferma quasi in prossimità del mio Fiat, mentre mi accosto alla sua destra.
Dal finestrino mi appare un ragazzo sulla trentina, forse qualcosina in meno, o forse in più, ma quello che conta è che uno come me, italiano anche lui, quindi mi sento come rasserenato, perchè posso parlare con qualcuno che mi capisce. Occhi scuri, di poche parole, salta giù dal sedile, con una paglia attaccata all’angolo della bocca, e si dirige verso il Daf francese, che giace fuori strada.
Gli spiego cosa è successo, cosa vorremmo fare e cosa abbiamo già provato a fare.
Sale al posto di guida del mio Fiat, provando anche lui laddove noi avevamo fallito.
Uno, due, tre tentativi, ma nulla di fatto, se non un metro conunquistato.
Ora la cabina del Daf è quasi fuori, ma resto tutto il rimorchio da togliere, e la neve aumenta.
Si decide per una soluzione drastica: attaca a stanga il suo camion al mio, a sua volta attaccato con un’altra barra al francese. Mentre fa manovra, io comincio a creare un solco con la pala, togliendo più neve che posso, ma i miei risultati vengono subito vanificati dai fiocchi che cadono, troppi, maledizione, troppi!
I camion sono attaccati, come vagoni di un treno, quando saliamo tutti e tre sui nostri rispettivi mezzi.
Ci accordiamo in modo tale da partire tutti e due allo stesso momento, mentre il francese cercherà di usare solamente lo sterzo per uscire da quel casino
Ci sei? E Tu? Urliamo dai finestrini aperti, imbrattando i sedili, neve che entra e diventa acqua sul cruscotto, gesti a ripetizione.
Motori su di giri, marcia dentro, mentre sento il colpo dello Scania che mi tira.
Pattiniamo entrambe, ma metro dopo metro, riusciamo finalmente a tirare fuori il collega.
Ci fermiamo, scendiamo e ci abbracciamo, come se fossimo vittime di un naufragio.
In fondo un pò lo siamo, penso, mentre il milanese, con pochi gesti sicuri, toglie la barra fissa dalla capana, per essere poi rimessa nel suo alloggiamento sotto il cassone del rimorchio.
Siamo vittime e carnefici di noi stessi allo stesso tempo, perchè sappiamo i rischi che si corrono qua, ma ci stupiamo quando capita a noi, e anche se preparati, sappiamo che ogni minima dimenticanza, anche la più banale, può farti perdere la pelle, e non sto scherzando.
Per festeggiare, anche se non ci sarebbe proprio niente da festeggiare, di cui essere felici, li invito nel mio 170 per un caffè. E li, stipati nell’angusto spazio a disposizione, capisco la vera essenza di questo lavoro, la fratellanza, perchè non ci sono regole, percui te le devi dare da solo, ma la strada difficilmente perdona.
Oggi ho aiutato assieme al milanese un collega, domani potrebbe toccare a me.
Tutti abbiamo un senso, in questi viaggi, che è quello della libertà, rincorrendo forse dei fantasmi o facendo in modo di lasciarseli alle spalle. Credo che la vera meta di ogni mio carico sia me stesso, perchè in fondo c’è che lo trova dietro l’angolo, chi nella fede, altri ancora nella parole. Io lo trovo qui, tra nafta e sabbia, neve e bestemmie, perchè in fondo non è una questione di destino, ma di prova.
Un continuo mettere alla prova il proprio ego, facendo dell’adrenalina una compagna di vita.
In etena contraddizione, ci malediciamo ogni volta che varchiamo Fernetti, pensando a quanto abbiamo lasciato la dietro, la famiglia, i figli, le donne, gli amici, e quello che abbiamo davanti è l’incertezza più assoluta. Eppure ci spingiamo oltre le colonne d’Ercole delle nostre esistenze, persi per sempre a cercar qualcosa che forse non c’è.

Sono le tre del mattino quando ripartiamo, il milanese davanti e io in mezzo, trainando a stanga il francese. Il suo camion ha riportati danni pesanti alla cabina ed al rimorchio, ma sterzo e motore sembrano funzionare, nonostante un albero di natale di spie che ci accendono sul quadro.

Quattro giorni.
Ci abbiamo messo quattro giorni e tre notti per arrivare finalmente a Bazargan, al confine con la Turchia.
Ed in questi quattro giorni abbiamo veramente passato tutte le pene dell’inferno, come se in nostro viaggio fosse stato una passeggiata fino a prima di questa operazione di recupero.
Tanto per cominciare, durante il primo giorno di marcia a stanga la cabina del Daf, già duramente provata dall’impatto con il bus, e anche a causa degli scossoni, pende tutta a destra, rendendo impossibile o quasi governare il mezzo. Allora fermati appena puoi, tira cinghie, corde, funi, quello che hai, per evitare che si stacchi e voli giù da qualche burrone. Tanto per non smentirmi, sono anche riuscito a tagliarmi il dorso di una mano con uno spuntone di ferro. E poi la neve. Tanta, troppa, che ci ha messo a dura prova in più di un occasione.
Solo il milanese sembra essere tranquillo. E’ di poche parole, deciso, freddo come il clima che ci circonda, anche se ha smesso di nevicare adesso, incredibile, dieci chilometri prima neve ovunque, poi un paio di colli ed ecco che il paesaggio muta, erba secca, desertica, passi dal giallo al bianco al grigio in una manciata di secondi.
Dicevo, lui è tranquillo, anche se è attento, lo vedo, cerco di studiare i suoi movimenti, quasi imitandolo. Ogni tanto ci fermiano e mi dice “ Cià, fa su ‘n cafè” oppure, quando io o il francese parliamo della nostalgia di casa e vorremmo, magari, essere altrove che non seduti su un camion, mi fa “ Te me paret un fiulet quando ti lamenti. Se non la pianti ti chiamerò Piangina fino alla fine del viaggio!”
E li la smetto!
Dicevo, siamo a Bazargan, probabilmente il peggior posto al mondo, dove passata la stanga per l’accesso al cortile, ti trovi attorno ad una miriade di camion, di uomini piovuti li da chissà dove, in questo imbuto umano dove tutto può succedere, e il più delle volte non sono cose carine.
Passi la sbarra che separa questi due mondi paralleli e ti trovi in un piazzale sterrato dove il caos regna sovrano, ci fermiamo, scendiamo, perchè prima di tutto dobbiamo lasciarci con il nostro collega francese, che fortuna vuole trova due suoi colleghi, si parlano, ridono, tacciono e chinano il capo scuotendolo mentre lui racconta loro la dissavventura che ha vissuto, di come siamo arrivati in suo soccorso.
Il milanese (non ci siamo mai presentati da quando ci siamo parlati la prima volta, ma daltronde non ci pensi molto al galateo, e poi lui non mi sembra un tipo cerimonioso) sembra a suo agio con loro, parla bene la loro lingua, ridono parlando di teheran e del telefono pubblico internazionale, ma non ho capito molto.
Sono come frastornato da questo viaggio, iniziato male, e come vuole la regola, deve finire cosi.
Comunque, lasciati i cugini d’oltralpe, io e lui ci addentriamo in questo girone dantesco che è Bazargan, dopo aver costeggiato un edificio (che è la dogana vera e propria), prendiamo una strada in salita che sembra il risultato di un bombardamento aereo dalla quantità di buche presenti.
Il tutto ovviamente sommerso da fango e carreggiate strettissime.
I camion li passano uno alla volta, non ha margine di manovra, proprio come dall’altra parte penso, e basta che il primo della colonna si pianti che subito ti blocchi, scivoli di lato, allora devi mettere le catene, oppure farti tirare a stanga da chi ti precede.
I turchi con le famigerate motrici, quelli che aveso a sassate, sono dovunque anche qui, stessi giochetti del sorpassarti o del fregarti il posto, ti tamponano pur di guadagnare un metro o due rispetto a te.
Ovviamente c’è coda, ci accostiamo e cominciamo la lenta salita, non senza aver rimesso le catene (stavolta nel fango quasi fino al mozzo) per poter procedere.
Varchiamo la dogana con nemmeno un giorno d’attesa, e praticamente gridiamo al miracolo.
Ci fermiamo a bordo strada, guardandoci intorno, perchè comunque il panorama è aspro come piace a me, selvaggio, duro, simile a noi, non traspare armonia o relax, solo sfida, timore, adrenalina.
Il mio nuovo compagno di viaggio, dopo aver fatto il giro del rimorchio, mi raggiunge e con aria seria, mi fa “ Non hai notato nulla da quando siamo fermi?”

Effettivamente avevo notato qualcosa, quel qualcosa che non consideri un pò per caso un pò per volontà.
Sul subito avevo attribuito la faccenda alle festività, ma siccome le feste di natale sono finite, comincio sul serio a preoccuparmi.
Da quando ho incotranto e soccorso il francese, grazie all’aiuto del mio amico meneghino, abbiamo incrociato durante la nostra marcia solamente quattro, cinque camion provenire dal versante turco. Poi più nulla, fatta eccezione per le solite motricette dei turchi, che ovviamente sono onnipresenti come formiche attorno allo zucchero.
Temo già di sapere la risposta, ed è proprio il mio compagno di viaggio ad anticiparmela.
Abbiamo accostato in uno spiazzo, sotto un cielo grigio che minaccia neve (tanto per cambiare). Lui davanti e io che seguo a ruota. Mentre beviamo il caffè, io resto seduto al posto di guida, con le gambe intraversate tra il montante di ferro e la portiera, e lui è appoggiato con un braccio alla maniglia, bevendo dalla tazza metallica e fumando contemporaneamente.
“Secondo te cosa può essere successo? Qualche casino come due anni fa alla frontiera?”
“ No” fa lui “ sicuramente è successo qualcosa lassù” e con il capo indica la montagna innevata e cupa che abbiamo davanti.
Soffoco una bestemmia, mentre mi passa una sigaretta.
Non abbiamo molte alternative: dobbiamo per forza arrivare ad Agri, ultima località prima di sapere cosa ha riservato per noi il destino questa volta.
La solitudine ha di colpo il sopravvento.
Guido meccanicamente, come ipnotizzato dal mio collega, seguo i suoi fari rossi nelle ultime luci della sera, guidiamo da ore oramai, non accenniamo a fermarci, forse per paura, forse per poter in qualche modo evitare qualche disastro.
Il fatto è che per me, per noi, tutto questo è la norma.
Ti svegli più stanco di quando ti sei coricato, se va tutto bene, che puoi mangiare e contare su un camion in ordine, puoi sperare di fare qualche centinaio di chilometri al giorno, magari quattrocento, cinquecento, certo, dipende dal clima, dalla strada, dalla fortuna.
Se piove in Anatolia, con le strade che ci sono, non superi i dieci chilometri orari, mentre schivi buche, sassi, animali che ti attraversano la strada. Se poi ti trovi in colonne come quella che ho trovato all’andata, fai tanti saluti alla tua ipotetica tabella di marcia e attendi. L’unica costante di questi viaggi è l’attesa.
Tutto il resto fa solo numero.

Arriviamo al paese che è notte fonda, fermandoci nello spiazzo fangoso dove fa capolino una pompa di benzina e gasolio con l’insegna bianca e verde della BP. Incontriamo altri europei, nemmeno un italiano, che nonostante l’ora tarda sono svegli e visibilmente nervosi. La prima cosa che facciamo ,oltre all’ennesimo caffè e sigaretta, e cercare di raccogliere notizie su cosa sta succedendo.
Attacco discorso con due ragazzi inglesi, simpatici, uno è biondo, alto, mentre l’altro moro, capelli ricci, ben piazzato; sono arrivati la sera prima di noi, e cosi come noi non hanno notizie. Sanno soltanto, stando all’ultimo telex arrivato a Mosul all’ uffico del recapito corriere cui fanno base, che ci sono del loro colleghi che stavano salendo dalla parte opposta, ma da circa una settimana non hanno più avuto notizie.
L’ansia sale, anche il milanese comincia a dare tracce di nervosismo, anche se ad un primo impatto nulla traspare dai suoi occhi.
Forse sono io che mi agito troppo, forse non è nulla, forse..
Una palla di neve mi colpisce nella schiena, mi giro con sguardo stupito, è proprio lui, che mi guarda e me ne lancia contro un altra. Lo fa sorridendo, per gioco, anche se non so che non è una grande idea, ma lo fa perchè vuole tenermi alto di morale, allora io rispondo, lancio, lui schiva. Andiamo avanti cosi per qualche minuto, finchè due fari che squarciano il buio di quella gelida notte attirano la nostra attenzione….

E’ un Man, sembra tedesco, anzi lo è!
Entra nel piazzale con cautela, ha ancora montate le catene doppie.
Subito facciamo cerchio, noi e gli inglesi, attorno alla portiera di sinistra.
L’autista, un ruspante ometto con in baffi, ci guarda con occhi stanchi, e ci dice che il Tahir è bloccato, ci sono stati incidenti per via della neve e anche dei morti.
Il silenzio cade attorno al piccolo capannello che si era formato intorno al camion.
La preoccupazione aumenta, ma nessuno di noi osa parlare.
Restiamo in silezio per qualche istante, ognuno fumando la sua sigaretta, ognuno riflettendo dentro di se su quello strano gioco di destini che ci ha condotti fino a li, di notte, in un piazzale fangoso e nevoso, a fissare negli occhi persone mai viste prima e che probabilmente, tra qualche ora, non rivedrai più.
In questo lavoro t’immedesimi molto nel collega che per un motivo o per l’altro se ne andato.
Avrei potuto essere io al suo posto, cosi come tutti gli altri, ed è per fortuito gioco del destino che adesso sono qua in cabina a scrivere questi pensieri, e non altrove.
Abbiamo concordato, assieme al milanese, di ripartire il giorno successivo, dopo aver fatto scorta di gasolio, aver reperito cibo e controllato i nostri camion minuziosamente.
Adesso il silenzio regna sovrano, mentre un alba cupa ci porta ad un nuovo giorno, io sono steso in branda, e continuo a gettare inchiostro sulla carta quasi per paura di fare altro.
Di colpo, ho come la sensazione di sentirmi smarrito, di temere per me stesso.
E’ una sensanzione che mi accompagna per poco, ma che mi serve per cercare di mantenere viva la concentrazione.
Chiudo tutto, metto su un caffè, versandone una tazza anche per il milanese.
Gliela porto, mentre lui è in cabina intento a studiare la cartina.
Purtroppo non abbiamo altre vie di fuga per deviare da tutto il casino che ci attende.
Accetta di buon grado il caffè, lo beviamo rigorosamente in silenzio.
Si accende una sigaretta e me la passa, accendendosene una a sua volta.
Tra uno sbuffo e l’altro, mette in moto il suo Scania.
Lo imito, anche come al solito devo smadonnare per l’avviamento del mio motore.
Partiamo, lui in testa, io dietro. Gli inglesi si accodano.
La neve ricomincia a cadere, dopo la pausa notturna, e ricomincia la solita solfa del togli e metti le catene ogni dieci chilometri.
Non incontriamo nessuno durante la prima ora di marcia, e mi accordo che non si sono tracce sulla pista di altri camion a parte i nostri.
Ho il culo talmente stretto che uno spillo farebbe fatica a passare, mentre affronto le prime curve che mi portano verso il Tahir.
La neve copre tutto il paesaggio, che normalmente è brullo, adesso è lunare, spettrale.
Incontro il primo camion incidentato, un Mercedes bulgaro, finito fuori strada ad una curva.
Ciò che resta del carico è sparso sulla carreggiata, come pezzi di un grosso puzzle, mentre il bilico giace coricato di lato alla strada. Nessuna traccia del conducente, finito chissà dove.
Siamo costretti a fermarci per sgombrare alcuni pezzi di ferro, che se per caso finissero sotto le nostre gomme comporterebbero forature non consigliabili in questa situazione.
La cosa che mi stupisce di più è il silenzio che ci circonda, un pò per la neve, un pò per il posto, ma mi sembra di essere sotto una campana di vetro.
Saliamo, il rimorchio scoda ad ogni curva, cerco di allargarmi, per evitare di finire nello strapiombo, e nel frattempo seguo le tracce lasciate dal milanese, che mi precede, seppur con qualche difficoltà.
Altri tornarnanti, altri camion rovesciati, tamponati, un olandese ha perso il rimorchio, che finendo in mezzo alla strada ha travolto uno slavo che sopraggiungenva in senso opposto.
Sembra di essere all’inferno, in un girone senza fine, dove al posto delle fiamme ci sono fiocchi di neve, e i gironi sono i tornanti di questo maledetto passo, che sembra non aver fine.
Ma quando arriverò dall’altra parte?
Quando finirà tutto questo inferno bianco?
Arriviamo in cima al passo sotto una nevicata pazzesca, ci fermiamo solamente pochi minuti, giusto per parlarci un secondo e verificare eventuali danni.
Accanto a noi, dall’altra parte della pista, c’è uno spagnolo, un Pegaso, con la cabina tutta bruciata.
E’ incredibile il contrasto tra il nero della lamiera ed il bianco che la circonda.
Sopraggiungono anche gli inglesi, che saltano giù dalle loro cabine e si affiancano a noi per guardare quel triste spettacolo. Uno di loro, il biondo, tira fuori dalla tasca del giaccone una bottiglietta di whisky, e ne tira una gollata. Subito la passa al suo compare, mentre noi, gentilmente, rifiutiamo.
Il cartello che indica “Tahir – Rakim 2.480” sovrasta la cima.
Tutto intorno è deserto, bianco.
Si riparte, abbiamo la discesa da affrontare.
Il primo tornante è veramente stretto, mi devo allargare tutto, ma sono costretto ad una brusca sterzata perchè un turco con una motrice,nonostante mi abbia visto, non sembra intenzionato a rallentare.
Striscio tutta la fianca del cassone contro la parete innevata, sollevanto nuvole di ghiaccio e neve.
Sento il contraccolpo degli assi che ballano, ma da quanto riesco a vedere non ho subito danni.
Seconda curva, marcia bassa, scendo quasi a passo d’uomo.
Anche qui lo scenario è sempre lo stesso, camion bloccati, altri fuori strada, rottami ovunque.
Ho quasi la sensazione di passare in una strada subito dopo un bombardamento aereo.
Più di una volta siamo costretti a fermarci, cosa non facile aggiungo, perchè altri autisti stanno tentando di liberare dalla morsa della neve un loro collega.
Ci sono i grader che spianano la strada, ma sono tremendi, i fratelli degli Apachi.
Li vedi, salgono sbuffando fumo nero, pensi che ti agevolino, e invece no, ti sbattono fuori strada, si fermano e ti chiedono la mancia per tirarti fuori dai guai!
Credo sia praticamente impossibile per chiunque che non sia qua in mezzo descrivere quello che vedo, non che sia la prima volta, è chiaro, ma ogni viaggio è storia a se.
Urla, camion distrutti, colleghi feriti che si aiutano a vicenda, mezzi abbandonati, colonne, tutto circondato dalla neve. A volte mi chiedo dove sia Dio, e di sicuro la risposta non è qua in mezzo.
Ordinaria follia quotidiana, qua, a più di duemila metri d’altezza.
La tempesta ha rallentanto d’intensità, ma per terra c’è comunque mezza gamba di neve, ed è un incubo che sto vivendo metro dopo metro.
A fuori di guardare da una parte e dall’altra ho il torcicollo, maledizione, sfioro il volante per paura che una manovra brusca mi faccia finire fuori strada, o peggio, in un burrone.
Non tocco i freni, ma allo stesso tempo se prendo velocità difficilmente mi fermerò per tempo.
Seguo il milanese, lui sembra tranquillo nella guida sulla neve, a differenza mia, che la odio.
Preferisco mille volte il deserto, anche se li non è che ci si possa rilassare.
Passano le ore, sempre con l’adrenalina a mille, e finalmente arriviamo dall’altra parte.
Ha smesso di nevicare, e nel cielo sembra esserci una parvenza di luce solare, mentre le nuvole vengono spazzate via dal vento che nel frattempo si è levato.
Ci fermiamo lungo un rettilineo.
Gli inglesi invece procedono, e sorpassandoci ci salutano con un colpo di trombe.
Adesso siamo io e il milanese. Mentalmente mi appunto di presentarmi, perchè ci parliamo ma nessuno dei due sa come si chiama l’altro.
Stavolta m’invita lui in cabina, e prepariamo un caffè, mangiandoci sopra del pane e della carne in scatola.
Ogni tanto qualche camion lo incrociamo, ma sono tutti stranieri.
Le vacanze sono andate, le fabbriche hanno riaperto e quindi si ricomincia con la solita “routine”.
Ma dove sono tutti gli italiani?

Dopo un giorno di viaggio, superiamo non senza qualche difficoltà il Kizildag Pass, a nord, passo minore rispetto al Tahir ma altrettanto insidioso, ma milanese sembra conoscere ogni suo palmo di terra e fango.
Procediamo oltre senza troppe insidie, per fortuna.
Il traffico è aumentato, incrociamo diversi camion, francesi soprattutto e gli onnipresenti bulgari.
La nostra destinazione è un posto che lui chiama “ Babà” che non ho ancora capito se si tratti di una persona o di un villaggio. Onestamente non ricordo di aver mai attraversato nessun paese con questo nome.
E’ nel tardo pomeriggio che ci arriviamo.
Il sole, che all’ora di pranzo ha fatto capolino, ci accompagna fino al piazzale del Hotel Europa, è tutto pieno di neve il babà ha fatto arrivare una ruspa che è ora ferma sul piazzale,
Prima di svoltare, noto che il milanese cede il passo ad un camion che sta entrando a sua volta nel piccolo parcheggio,
E’ un Magirus D310, e nello svoltare l’autista, un ragazzo con due baffi lunghi e stempiato, si sporge dal finestrino e ridendo urla “ Tel chi, curnunn grida
Un altro italiano!
Ma le sorprese non sono finite.
Ci sono solo italiani qua, che bello,sono davvero felice, poter finalmente parlare con dei miei connazionali, raccontare, chiedere, sapere. Tutto contento faccio manovra accanto ad un Fiat 682 di Bergamo.
Sul retro della costruzione, scorgo un torrente.
Il milanese scende per primo e raggiunge un gruppo di autisti che sta parlando davanti ad uno Scania 110 arancione e nero si abbraccia con l’autista un uomo massiccio con i baffi e un capellaccio nero, volto duro ,fa paura a guardarlo, li guardo a mia volta, i due ridono, mi avvicino a lui e mi dice ” Uhe sbarba’ te fe chi?” (cosa fai qui ) , poi si rivolge al milanese gli dice ”Ernest due te l’hè trua?” ( dove l’hai trovato) , allora Rrnesto si rivolge a me e dice lui è il Tonino ( detto anche Penna Bianca ).. sul subito non capisco il perchè di questo soprannome, poi capisco il perchè capelli neri con in mezzo una riga come una penna bianca.
Raggiungiamo la squadra, ed è proprio lui che fa le presentazioni “Allora, questo è Gianni e suo padre Amilcare, che son di Berghem, mentre quello che hai visto prima è il Bibo, con il Magirus, poi l’altro Magirus è Pupo .
Arriva un signore anziano con i baffi, scende da un 170 , Ernesto e Tonino lo salutano “ tel chi el ‘cech” è Cecchin, anche lui di milano , i tre si mettono a parlare un milanese strettissimo , il cech dice” u vist el camion del curnun”,è quello del Bibo , che arriva di corsa , dice “ Cech, me se rot el frigor dei gelati , stasera te saltet “( mi si è rotto il frigor dei gelati stasera salti ).
Li guardo e penso: questi sono tutti fuori di testa !
Entriamo, la casa da fuori è piccola, mura intonacate di bianco, eppure sembra cosi accogliente, cosi famigliare. L’interno è molto semplice, un salone ed un cucina.
Al centro una grossa stufa, che per il calore è diventata rossa.
Ci accoglie un signore anziano, con baffi e occhiali, ad occhio potrebbe essere sulla sessantina d’anni, vestito con giacca, panciotto, camicia e cappello. Saluta affettuosamente l’Ernesto e gli altri amici, e mi stringe la mano. I suoi modi sono pacati, cortesi.
Ci invita a prendere posto a tavola, dove ci sono altri ragazzi come noi che mangiano.
“ Uè, arrivato? “ chiedono al mio compagno di viaggio, e lui “ sem chi, alura, questo l’è… come ti chiami?”
“Carlo” rispondo.
“ Ben, io son Ernesto, ciao,piacere. Dunque” rivolgendosi alla tavolata “ questo l’è il Carlo” E, rivolgendosi a me” Tonino, Bibo Gianni e l’Amilcare li hai già conosciuti. Qui invece abbiamo Pupo, il Cecchin, il Gino detto Nando o Lollo (che ha lo Scania 111 vicino al tuo) e Gino subito lo corregge “ Io mi chiamo Nando e il mio Scania YoYo!” , “ seduto con Nando c’è il Gamba – Gambin” dice “ Ernest te purtà el panetun ?”, lui risponde “ no ti ho portato i pistacchi ,, e tutti giu a ridere .
Seduti a tavola, cominciamo a parlare.
Mi sento un pò stralunato, perchè sono passato dal turco al milanese in pochi minuti.
Eppure questi ragazzi, questi zingari che non ho mai incontrato prima, mi parlano come se ci conoscessimo da sempre. Di colpo, tutto cambia aspetto, mi sento come a casa.
Prendo posto accanto al Gianni ( che ha 17 anni e guida dall’Italia sino a Teheran) , suo papà ed il Gambin di fronte. Attaccano a parlare in Bergamasco, e qui le mie difficoltà aumentano, ma li seguo, mi piacciono le loro esclamazioni, mi piace vedere padre e figlio uniti sulla Linea. Il Mori mi chiede com’è andato il viaggio “ un disastro” gli rispondo, e lui sorride e comincia a parlarmi del suo viaggio e di YoYo, lo Scania.
L’Ernesto invece è con il Tonino, sembrano molto legati, almeno, è questa la sensazione che ho.
Parlano tra loro, ogni tanto gesticolano, fumando e scambiano con il Pupo e il Bibo qualche parola.
Allora il Cecchin chiama a gran voce il Bibo “ deeee, Curnooon!” , l’altro risponde, e cosi via.
Il Babà, che in turco vuol dire nonno, ci porta del formaggio di capra freschissimo sul quale spalmiamo del miele. Intanto fa bollire delle galline, dice.
“ Le fa andare in pentola per ore” mi sussurra Gianni “ ma son sempre dure!”
La porta d’ingresso si apre all’improvviso, e la soglia è occupata da una figura solida, massiccia, capelli crespi neri, pizzo, vestito come noi, sicuramente un autista, forse l’ho già visto ma non ne sono sicuro, indossa le zoccole francesi.
Si dirige verso l’Ernesto, che lo riconosce, si salutano, pacche sulle spalle.
Poi, l’orso, viene viene verso di noi, mi fissa, e mi fa “ Te ti conosco mica? Non eri due mesi fa a Torino a caricare con me per Baghdad?”
“ Si, sono io… aspetta, tu sei il Michelle, quello col Volvo!”, lui risponde” io sono Michelle” e si mette a ridere , ha due braccia che sembrano due tronchi un freddo della madonna e lui ha le maniche fatte su, dalla quale spuntano due enormi tatuaggi , li guardo lui mi dice “Q uando muoio mia moglie farà due paralumi!” ridendo , penso che qui di normale non ci sia nessuno.
MIchelle lavora per una ditta francese, senza troppi problemi si siede e inizia a mangiare .

Dopo cena, i ragazzi sempre in giro per la stanza a parlare.
Esco, mi accendo una sigaretta.
Nel piazzale, il mio 170 assieme agli altri suoi fratelli, uno Scania 110, un 111 che dovrebbe essere del Mori due Magirus, un altro 170 come il mio (che è di Gianni), il 682 del padre.
Tutti li, a parlare a modo loro, perchè sono convinto che i camion tra loro si parlino, mentre i loro autisti sono dentro, in questo incrocio di vite che è il Medio Oriente.
La notte è fredda, ma limpida, stellata, e allora penso che basta veramente poco per sentirmi a casa, sotto lo stesso cielo, anche se lontano migliaia di chilometri da casa.
Penso a tante cose, a tutto e a niente, mentre sento il vociare dei miei amici provenire da dentro.
Ho guidato per giorni come un pazzo per battere il Natale, ho perso, attendendo nove giorni in colonna, arrivo a Teheran, litigo con mia moglie, riparto e per poco non mi ammazzo. Salvo un francese, incontro l’Ernesto e tutti questi ragazzi. E adesso sono qui, con loro, a ridere e scherzare, fregandome del passato e senza paura per quello che succederà domani.
Si è fatto tardi, sarà quasi mezzanotte , sono tutti dentro in circolo intorno alla stufa incandescente , traffico zero , luna piena , vedo il Babà che si sta mettendo le racchette della neve e anche Pupo .
Mi avvicinop incuriosito e chiedo a Pupo “che fate’” , e lui “ Vado con il nonno alla caccia della volpe , vuoi venire ???”. Incredibile, a quattromila chilomentri da casa, in una notte che più bella non si può, mi sembra di vivere in un sogno, tutto cosi irreale a volte. Eppure mi rendo conto che esisto, che sto vivendo tutto quello. Dimentico in fretta tutto, casa, lavoro. Mi faccio passare un paio di racchette, goffamente le infilo e mi accodo al nonno e a Pupo.
Il bianco della neve brilla per la luce della luna che splende alta, stanotte.
Silenzio, solo questo, e i nostri respiri. Nient’altro. Il Babà apre la fila, cammina come se nulla fosse con la doppietta a tracolla, mentre io e il Pupo affanniamo nella neve come orsi.
Forse è qui che si nasconte il mio io nascosto, tra questa sterpaglia ghiacciata, in una landa desolata dispersa, che non trovi su tutte le cartine, che sai che c’è solo se ci vai.
Chi sono io veramente?
E’ questa la domanda che mi pongo da una vita, da quando ho cominciato a percorrere queste rotte.
E onestamente non trovo la risposta.
Forse perchè sto cercando qualcosa che non c’è.
Ed è il motivo per il motivo per il quale preferisco lasciarmi qualche domanda di riserva.

Epilogo

Sono quasi le nove di una calda serata estiva.
Le stelle, da quello che vedo dal parabrezza, sono alte e brillanti, come diamanti buttati sopra un manto di velluto nero.
Chiudo il diario di mio papà, che porto sempre con me, compagnia e spunto per i momenti meno buoni di questo mestiere.
Resto per qualche minuto ad osservare la copertina ormai logora di pelle, le pagine ingiallite dal tempo, eppure cosi indelibili al ricordo.
Purtroppo non gli ho mai perdonato del tutto la sua assenza durante quel Natale, ci speravo, ci credevo, eppure non arrivò.
Attesi invano davanti alla finestra che dava sulla strada tutta la vigilia, ma nulla.
Mi ricordo che gli comprai, o meglio, mia mamma comprò, una giacca a vento per lui, era bella, di colore scuro, con tante tasche per metterci quello che gli serviva.
Lo rividi che era quasi finito Gennaio.
Non mi parlò mai dei suoi viaggi, almeno, fino a quando non ebbi quattordici, quindici anni, sino ad allora sapevo solo che guidava un camion, ma il dove e il come no.
Forse non gli interessava parlarne, o forse, a suo modo, voleva mettermi in guardia dalle insidie di questo mestiere, tenermi fuori insomma, sperando per me in un futuro migliore.
Invece no. Ero quasi sul punto di dar retta a lui, di credere alla canzone dello “studiare e farmi una posizione”.
Eppure non ci riuscii.
Il sera prima di iniziare la mia esperienza di autista, andai da lui per un caffè e mi diede una busta di carta gialla con dentro questo diario, dicendomi “ Adesso sei grande abbastanza per capire cosa vuol dire fare il camionista. Ricordati solo una cosa: giusti o sbagliati che siano, sulla strada incontrerai sempre uomini veri.”

Mi accendo una sigaretta, mentre controllo nuovamente il foglio di viaggio che mi hanno appena consegnato. Due scarichi ed un ritiro in Olanda. Poi si ritorna a scaricare a Reggio Emilia e Ravenna.
Certo, nulla a che vedere con i viaggi di cui ho appena letto per l’ennesima volta la storia.
Ma a modo mio sono fiero di ciò che faccio, a metà strada tra lo zingaro e l’ordinario, saltello da un posto all’altro dell’Europa con il peso e la consapevolezza di fare un lavoro che ho io stesso scelto, adottato quasi.
Mio padre mi ha lasciato in eredità una strada, un semplice strato di catrame con delle strisce bianche sopra.
Pur avendo vissuto poco con lui, pur non avendo mai fatto le cose comuni che padri e figli farebbero, mi sento come in debito con lui, e ripago i sacrifici che ha fatto per me con la stessa moneta, facendoli a mia volta.
La nebbia è sempre la stessa, la fatica pure, anche se con camion diversi e sicuramente migliori, e so che non approverebbe le mie personalizzazioni a base di cromature e scarichi verticali!
Mi piace ricordarlo cosi, burbero, ma con un cuore grande, quando arrivava a casa stanco morto, io scendevo di corsa e gli andavo incontro, ricordo il motore ancora caldo, l’odore, quell’odore di olio, nafta, gomme che ti rimane addosso come una seconda pelle, mentre mi arrampicavo in cabina e mi mettevo al volante.
Quanti anni sono passati, e alla fine poco o nulla è cambiato in me.
Ieri mi ha chiamato il milanese,l’Ernest, è invecchiato anche lui, ma quando glielo ricordo scherzosamente lui, sbuffando il fumo della sigaretta, mi fa “ Ricordati che per essere vecchio devi prima essere stato giovane, te capì?!”. Adesso è dietro una scrivania, da anni oramai, ma ogni volta che parliamo mi sembra di rivederlo sul suo Scania, pronto a domare le piste desertiche.
Parliamo tanto, ricordando le sue imprese e quelle del mio vecchio, e quando gli dico che ho dovuto cambiare una gomma scoppiata mi risponde “ Fiulet, il routier dell’impossibile ahaahaha”!
Il Gianni e suo papà invece sono ancora in pista. Gianni l’ho incontrato una sera in Francia, a Macon, carico di legna, e abbiamo cenato assieme. Anche lui tiene botta, anche lui rimpiange quei tempi la, e tutte le volte che gli parlo di papà, beh, mi fissa con i suoi occhi chiari e mi dice “ Sei la sua fotocopia”.
Michelle non lo ferma nessuno invece. Sempre uguale, imponente, simpatico, brusco.
Ah, ovviamente porta sempre le zoccole ai piedi.
Gli altri uomini di questa storia purtroppo non ci sono più, tutti scomparsi, solo il loro ricordo nelle nostre voci, adesso stanno facendo l’ultimo viaggio, il più lungo ed impegnativo.
Quante vite spezzate, di loro ho purtroppo un vago ricordo, qualche fotografia sbiadita, e una tabella metallica circolare con disegnato sopra un cammello, che mi hanno regalato quando papà se n’è andato, e da allora la porto sul camion con me, anche se è fuori luogo, va bene, ma è come se fossero tutti li assieme, come se dicessi “ tranquilli ragazzi, che non vi dimenticheremo”.

Va bene, dai, è ora di andare, che per i ricordi c’è sempre tempo.
Metto in moto, gli otto cilindri cantano al minimo per me.
Esco piano dal piazzale dove ho appena caricato, sollevando piccole nuvole di polvere al mio passaggio.
Questa notte è per me.
Tra me e me penso” Vecio, dammi un occhio tu se puoi, va ben?” , mentre fisso la volta stellata.
“Anche se distanti, siamo sempre sotto lo stesso cielo”, mi disse una volta.
E adesso ti credo, sai?
Riparto, le luci che illuminano la strada, e per tetto lo stesso cielo che mio padre, quasi quarant’anni fa, vide nella sua notte raminga, mentre alla radio le note di “ The winner take it all” degli Abba tentano di illuminare una notte cosi scura.

” Uno dei tanti… “

Per l’avventura che sono finito qui, per cos’altro sennò?!
Beh, anche per i soldi.
Quelli piacciono sempre a tutti.
Cosa dice?! Che avventura è se un lavoro?
Lasci perdere, lei non può capire.
E poi cosa vuole?! E’ lei che mi ha fatto questa domanda, quindi non si lamenti delle risposte che le do!
Stia a sentire.
Noi siamo zingari, zingari di questo millennio.
Di frontiera in frontiera, di strada in strada, di casello in casello.
Viviamo in mezzo ad altri zingari come me.
Ognuno nella sua scatola di metallo e plastica.
Lei ci vede di notte e di giorno sempre sulla stessa striscia d’asfalto, e non come un aiuto all’economia o come lavoratori.
no, come degli ostacoli.
E mi dica che non è cosi che m’arrabbio e la pianto qui, Lei e la sua curiosità.
Ho voglia di andare a casa, di farmi una doccia, di dormire e anche di fare qualcos’altro.
Ma nella classifica di chi è più libero, io sono più avanti di altri.
Altri come Lei, per intenderci.
No, non mi fraintenda: non le sto mancando di rispetto, che cazzo!
Le sto solo dicendo che per me, per noi, è diverso.
Abbiamo scelto una libertà fatta di catene, di attese insostenibili, giorni e giorni passati davanti a questa o quella frontiera.
La solitudine delle attraversate nelle pianure nell’Anatolia o più giù, nel deserto saudita, tra preghiere che sembrano bestemmie e mani bianche da quanto sono strette al volante.
Caldo da scoppiare e freddo da farti cadere le dita se non stai attento.
Tutto assieme, tutto in un viaggio.
E non una volta ogni tanto.
Di norma un paio di volte al mese se si può.
E’ un senso di angoscia e libertà mischiate assieme.
Difficile da spiegare, meno da vivere.
Non siamo eroi, lo facciamo per scelta.
A nostro modo ci sentiamo dei duri, dei balordi, dei baroudeur, quando domiamo il Tahir o sopravviviamo alle autostrade yugoslave e alle mille insidie del “dopo Ankara”.
Però quando torniamo a casa non ci sono folle plaudenti.
Né parate in nostro onore o anche un semplice “grazie”.
Nulla.
Solo un camion ridotto uno schifo dentro e fuori, un mucchio di vestiti da lavare e un nuovo carico in attesa di essere piazzato sul rimorchio, che poi qualche cosa succederà.
I più fortunati di noi passano un paio di giorni a casa, giusto per parlare un po’ con i figli, magari accompagnarli un giorno a scuola, dare un colpo alla moglie a letto alla sera.
Scusi non ho capito?
Cosè un baroudeur?
Giusta domanda.
Si tratta dell’autista del medio oriente, detto anche “Lignard” , un uomo che non è solo conducente di un mezzo pesante, ma anche avventuriero, balordo, meccanico, zingaro, ragioniere, diplomatico, manager di se stesso e molto altro ancora.
Perché ride?
Cosa crede, che tutti ne siano capaci?
Guardi, le lascio le chiavi del mio Scania 111 e vediamo cosa sa fare.
S’accomodi .
Non vorrei però che il suo completino all’ultimo grido si sgualcisse, quindi lasci stare.
Mi sembra una brava persona, ma forse non per fare questo mestiere.
Pensi alla carta ed al suo ufficio, che a guidare lo faccio io!
Io un solitario, un burbero?
Si, è vero.
E non mi faccia perdere il filo del discorso, santa madonna!
Allora, le parlavo di noi camionisti che facciamo il Medio Oriente e sul fatto di essere un duro o meno.
Ho visto dei duri, o aspiranti tali, di quelli che incontravi da ragazzo nei corridoi di scuola e ti spostavi per cedere loro il passo altrimenti una spallata non te la levava nessuno… se li ricorda Lei?! Io si… beh, stia a sentire: quegli stessi duri li ho visti poco dopo Zako piangere con le braccia appoggiate al rimorchio davanti all’ennesima gomma scoppiata!
Capisce?
Qui non si tratta di andare da A a B e ricaricare da C per D.
Dopo la Slovenia tutto cambia, non è più come in Europa.
Usi e costumi, religioni, situazioni politiche precarie: provi lei, con la sua cravatta e la sua giacca firmata ad adattarsi al momento alle tradizioni e alle leggi di dieci nazioni in circa una mezza giornata!
Avrebbe lei la pazienza e la buona dose di palle per mettere le catene più e più volte sul camion (rimorchio incluso) per fare magari un tratto di soli 20 km?
O perché qualche paese decide di chiudere la frontiera di colpo.
Mica ti manda un messaggio e ti chiede gentilmente quando pensi di andartene.
No, basta qui si chiude, e chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori… ‘rangiatevi voi che sono cazzi vostri!
Sei dentro il paese?. Bene, ci resti.
Fuori dal varco doganale? Stai in coda come gli altri cento e più che hai davanti a te.
In un piazzale in cui fare i tuoi bisogni, mangiando scatolette e aspettando.
Il resto nisba, freddo caldo pioggia neve vento tempesta…
Li chiamano inconvenienti del mestiere.
Ancora ride? Mi prende per il culo, mi scusi?!
Venga, le faccio vedere un paio di cose.
Questi sono tutti i documenti che devo portarmi durante un viaggio verso il Medio Oriente.
Esatto, ho la borsa proprio come lei!
E sapesse quanto m’intralcia.
Provi lei a stare in piedi, magari al freddo, delle ore davanti un maledettissimo sportello doganale, la nazione la scelga Lei, mentre nessuno ti si fila neanche di striscio e stai li a fare la pianta in vaso con la borsa tra le gambe o in mano, che forse è meglio.
Anche perché questa benedetta valigia te la devi tenere stretta tra le zampe, perché ne va davvero della tua vita.
Se disgraziatamente manca qualcosa o la perdi rimani dove sei, né da una parte né dall’altra.
Quindi faccia lei i conti.
Ed è già successo lo sa?
Colleghi fermi anche per settimane perché manca una foto del mezzo o un certificato o quello che vuole…
Foto? Esatto, fa parte del Carnet TIR.
No, TIR non è un tipo di camion, che cosa dice????
Voi gente comune non capirete mai nulla se non quello che sentite in televisione.
TIR vuole dire Transit International Routiers. E’ un accordo, in sostanza, un lascia passare.
Provi Lei se ci riesce ad attraversare una frontiera senza carnet Tir.
Ecco perché vengono esposte sui mezzi le famose targhe blu con la scritta bianca in stampatello.
Cosi come le foto, capisce?!
Secondo me no?!
E non faccia quell’espressione, che secondo me vuole solo perdere tempo.
Non sono un eroe, lo faccio perché mi va.
Ho la passione, elemento non richiesto ma indispensabile.
Sono sporco, incazzato e stanco.
Ma vado avanti lo stesso, è una droga, mi creda.
E’ una sensazione inspiegabile quando ingrano le marce ed il motore mi culla e mi porta avanti.
E la pianti di fissarmi come se fossi una creatura aliena!
Si, sono un essere umano, proprio come lei.
Respiro, tossisco, vedo, amo,odio, rido…
Sono saltato su questa giostra un po’ per scherzo e un po’ per destino e mi ci sono trovato.
Perché, a conti fatti, è sempre la volta buona che decido di fermarmi.
Invece è sempre la volta buona che decido di ripartire.

Clecat vuole liberare il cabotaggio

La commissione Olandese ” CLECAT” dei trasporti e logistica , spinge per approvare la liberalizzazione del cabotaggio in Europa .la vostra opinione ?? vogliamo consigli e opinioni
costruttive e idee ferme decise.
Posto l’articolo completo .
Clecat Commissione esorta a non abbandonare la sua ambizione per uno spazio unico europeo dei trasporti

A seguito di dichiarazioni della Commissione all’inizio di questa settimana, le chiamate CLECAT sul vicepresidente Siim Kallas di fare del suo meglio per garantire che le sue proposte politiche in materia di cabotaggio riflettono gli obiettivi di uno spazio unico europeo dei trasporti. Riconoscendo che la volontà politica può non essere pronto ad accettare il passaggio a una piena liberalizzazione, CLECAT continua a chiedere per un’apertura graduale e flessibile del mercato del cabotaggio della strada che è accompagnato da una maggiore armonizzazione della legislazione sociale e le procedure di esecuzione. Il fatto che la Commissione chiede più tempo non significa certo che i suoi obiettivi a medio e lungo termine sono abbandonati, la Commissione ha chiaramente detto che le restrizioni cabotaggio attuali vanno contro lo spirito di un mercato unico europeo che garantisca i diritti di tutti i cittadini di lavorare, viaggiare e commerciare liberamente. Nicolette van der Jagt, Direttore Generale di CLECAT, ha detto: ‘le voci di opposizione alla liberalizzazione non andrà via, ma ci aspettiamo che la Commissione di presentare proposte, in linea con le esigenze a lungo termine dell’Unione per quanto riguarda il suo sviluppo economico e la competitività a fronte del rapido aumento della concorrenza globale. La valorizzazione di tale crescita industriale attraverso una migliore efficienza nella catena logistica è di vitale importanza. Le restrizioni ai trasporti di cabotaggio impedire un abbinamento ottimale di offerta e domanda di trasporto. Pertanto, e in linea con una serie di studi recenti, un approccio diverso per il “3 in 7″ regola dovrebbe essere considerato attraverso la rimozione del numero massimo di operazioni di cabotaggio (3) ha permesso in 7 giorni e una revisione della disposizione che richiede la piena scarico di un trasporto internazionale prima di un trasporto di cabotaggio. Allo stesso tempo, dopo anni di dibattito e di consultazione sulla questione, siamo fiduciosi che la Commissione è in grado di proporre misure per garantire una maggiore cooperazione e scambio di informazioni tra le autorità nazionali e gli organismi internazionali competenti per l’applicazione della legislazione strada per garantire una migliore applicazione. Ci dispiace che un ulteriore ritardo su questi temi sarà solo ritardare una più rapida armonizzazione paneuropea delle norme che disciplinano il settore e la creazione di un vero e proprio Spazio unico europeo dei trasporti. Per ulteriori informazioni: Nicolette van der Jagt Direttore Generale

Medio Oriente alla Rovescia

Buona sera Amici e colleghi , nel mio continuo ” navigare ” in questi giorni di molla assurda, mi imbatto spesso in pensieri e opinioni di colleghi di volante e di lavoro o logistica .uno su tutti questo week end mi ha commosso .e lo voglio condividere con voi , le parole sono di EDO VAN AXEL un giovane rampante che si occupa di logistica . ecco i suoi pensieri :

Edo van Axel
Il Medioriente cosi come l’abbiamo sempre inteso non esiste più.

Adesso è cambiato. E’ alla rovescia.

Dopo guerre, regimi, e menate varie il baricentro tra l’ovest europeo ed il far-east asiatico si è spostato.

L’Iraq, dopo tre guerre consecutive, è l’ombra della nazione che era.

L’Iran, forse una tra le maggiori mete ed astro nascente di quella che era la Mesopotamia dei nostri libri di scuola è chiusa nella sua ideologia, ma allo stesso tempo ha deciso di scegliersi da solo i propri partner commerciali.

Gli Emirati Arabi, beh, sappiamo come sono evoluti e migliorati negli anni.

E poi c’è la Turchia, a parte. Un ponte tra due mondi, simbolo perenne di equilibrio tra sviluppo e tradizioni, dove il verde è il colore dei soldi e dell’Islam.

La vedo tutti i giorni, tra cartine stradali e documenti. Tante città nelle poche righe degli XAB che mi passano per le mani. La vedo negli occhi di Ender, appena arrivato in ufficio, si pulisce la mano sui jeans prima di darmela e salutandomi mi dice ” Ciao Arkadas, papir per laden, dopo subito zoll poi Trieste, ferry e Istanbul casa!” …8.000 km in cinque parole.

La Turchia, un paese che sto imparando ad amare e a conoscere, che negli anni sta conoscendo uno sviluppo economico incredibile, crescita del pil a botte del 10% su base annua, ogni giorno una sua parte è nel mio piazzale. Guardo i rimorchi in attesa di carico, 34,34,34, cristo ma tutti i rimorchi han la stessa targa? no, è il dipartimento di Istanbul.

Tutto diverso adesso. Strade nuove, autostrade, collegamenti rapidi e sicuri.

Camion uguali,moderni, forse fin troppo uguali agli altri, ma le regole del gioco sono queste volenti e nolenti, e va bene cosidevo cambiare l’essicatore dell’aria ad un mio FH va bene ad Erzerum, come a Mersin o a Goteborg, Milano e Monaco.

Questa nazione sta vivendo quello che è stato per noi il medioriente, facendolo al contrario, portando i suoi beni oltre Fernetti ed il Brennero, con più esperienza, soldi e flotte, ed una determinazione incredibile.

Si è proposta come base logistica per tutto il medioriente, non vedi più bilici iraniani, iracheni in giro per l’europa.

Tutto passa di li, dai porti di Adana, Izmir, si fa dogana li e si riparte, e tanti saluti all’embargo.

Hanno saputo, cosi come le flotte dell’est, cavalcare la crisi aggredendo un mercato saturo e fin troppo sicuro di se, e non è una sola questione di prezzi. I mezzi hanno una vita media di 3 anni, circa la metà rispetto a quella italiana.

Turchia e Ungheria sono in testa come poli intermodali da e per l’Asia.

… Guardo l’orologio, è ora di caricare Ender. Metti in doppia quello, poi gli altri la dietro che sono pesanti, ok, aspetta che mette la cinghia, passa il tempo. Le etichette sui bancali parlano di un mercato che va oltre le nostre possibilità.

I pregiudizi non esistono, Business is Business, e dove tu puoi arrivarci con uno, loro ce ne mettono il triplo di camion. Autisti preparati (checchè se ne dicano io reputo gli autisti turchi tra i più validi), che percorrono al contrario le strade he i primi europei fecero anni fa con spirito da avventurieri.

Carico finito, controllo tutto, Ender è felice, va a pregare, ma prima di ripartire, beviamo il the assieme dal cassone del rimorchio.

E’ sera, giornata normale di un normale uffico di spedizioni internazionali.

I camion sono pronti per partire alla volta di Trieste: l’Izmir e due IStanbul

Mi concedo l’ennesimo caffè.

Sento una voce che mi chiama. Mi giro e nella penombra dell’ufficio oramai deserto vedo un uomo e un bambino.

Mi chiede ” Buonasera e scusi il disturbo. So che potrà sembrarle strano, ma mio figlio Riccardo vorrebbe chiederle una cosa”. E io ” Certo, dimmi pure” . E lui ” posso fare una foto dei suoi camion signore?”

Lettera di Joop van Rooij

Cari compagni di lotta “Azione nel Trasporto” – ITALIA,
Per la mia grande delusione, ho scoperto che ci sono diverse persone presenti in questo gruppo, che non capiscono completamente di che cosa si tratta qui. ‘Actie in Transport’ è una organizzazione che si è posta il compito di svelare le imprecisioni e gli errori nel settore dei trasporti, per individuare e per garantire le migliori modifiche per gli autisti e trasporto aziendale. Utilizzando ogni via legale giusta a tale scopo sé necessario.

Attraverso tutta l’Europa vi è divisione in esempio delle leggi e regolamenti a svantaggio del settore. Ogni paese ha le proprie regole, che non e un bene. In tutta Europa ci sono molte organizzazioni legate ai trasporti, quali dovrebbero dedicarsi nel interesse e per conto del settore del trasporto, ma non ci hanno rappresentato in tutti questi anni, o almeno, l’hanno fatto ma non a nostro favore. ‘Actie in Transport’ è la risposta al malcontento nel settore dei trasporti. Ora abbiamo bisogno di persone che vogliono lottare per un futuro migliore nel trasporto. Favorire questo settore insieme nella LOTTA COMUNE!

Nel momento in cui, alcune persone guardano di più l’interesse personale, o quelle che non propagano il messaggio mirando all’obbiettivo che tutti abbiamo in mente e vorremmo presto raggiungere, non si adattano a questa organizzazione!

E ‘molto importante che tutti coloro che sono legati a “Actie in Transport” di ogni paese, siano consapevoli del fatto che tutte le lotte da noi condotte, sono per il futuro del nostro settore dei trasporti e quello dei nostri figli.

Oggi io, Presidente di “Azione in Transport”, per il motivo di cui sopra, ho deciso di rimuovere dal gruppo: Sig. Jurgen Zuraw e Babolin Gaudenzio, immediatamente. Posso solamente prenderne atto che è stato organizzato l’incontro impreparato, organizzato male. Questo atto, può solamente danneggiare la nostra immagine, un gesto inaccettabile, quale non si sforza sicuramente di propagare il nostro obbiettivo e la nostra parola. In nessun caso tale incontro può ricevere il nostro sostegno. Quindi, noi dissentiamo fortemente da questo incontro. Una riunione deve essere ben preparata, e in ogni momento per scopi informativi, dovrebbe essere seguita per diffondere il nostro messaggio in modo chiaro, alla politica e alla stampa.

Per sostenere direttamente nel miglior modo e nel interesse del gruppo ‘Actie Italia’ Ho deciso di far scorrere in avanti il signor Srdjan Sergio Grujic. In consultazione con me, Sergio ha accettato il compito di sedersi a disposizione e a favore del gruppo Italiano per il 100 per cento. Per questo ha ricevuto la possibilità di parlare in mio nome, se pensa che sia necessario.

Se non ci sono commenti o domande nella mia decisione che non possono trovare, possono rispondere via e-mail : joop@truckdriversineuropa.com

Auguro il meglio a Sergio e voi tutti, con questo nuovo lancio di Azione nel Trasporto – ITALIA!

FORTI INSIEME!
Vi saluto compagni,
Joop van Rooij
Presidente Azione nel Trasporti

Scopi e obbiettivi del gruppo azione

La spada di Damocle del ‘Distacco Comunitario’ proviene dall’Est Europa (e più in là)
Ci mancava l’applicazione della normativa UE sul distacco comunitario a rimestare il coltello nella piaga dell’autotrasporto, rendendo la tenuta occupazionale ancora più a rischio.
L’allarme è stato lanciato dall’On. Debora Serracchiani, eurodeputata, componente della commissione Trasporti, la quale, in un’interrogazione rivolta alla Commissione Europea, chiede l’intervento di Bruxelles, sottolineando che “per alcune aziende italiane operanti nel settore dei trasporti sembra ormai pratica diffusa avvalersi di prestazioni di personale di lavoro temporaneo fornito da agenzie interinali stabilite in altri Paesi UE, con conseguenze negative sul fronte occupazionale per la categoria. Sempre più imprese scelgono di assumere i loro conducenti in Paesi che presentano un ridotto costo del lavoro, e tale tipologia contrattuale, ammessa dalla normativa europea, in alcuni Paesi come l’Italia viene percepita come un fenomeno negativo, attraverso cui si possono legalizzare situazioni di dumping sociale. Al di là delle conseguenze occupazionali per la categoria, viene inoltre messa a rischio la certezza di retribuzione pagata dalle aziende italiane alle agenzie di lavoro che, in teoria, dovrebbero versare i contributi al sistema previdenziale italiano. Se così non fosse, gli autotrasportatori assunti tramite agenzie localizzate in Paesi dove i costi del lavoro sono più bassi, rischierebbero di non ricevere la pensione”.
D’altronde quella della ‘concorrenza dell’Est’ è una situazione ineluttabile.
“Fenomeni come la delocalizzazione d’impresa nei paesi dell’Est, il distacco degli autisti o più semplicemente il cabotaggio, stanno rappresentando la frontiera più avanzata di quella che, di qui a pochi anni, sarà una vera e propria guerra dei noli terrestri su gomma tra i vettori dei paesi dell’Europa a 15, Italia compresa, e le imprese di autotrasporto dei paesi dell’Est Europa con in testa i polacchi, che stanno letteralmente stravolgendo l’offerta di vezione nel Vecchio continente” osservava un articolo del Corriere dei Trasporti del 5 febbraio 2013. “La marginalità nei servizi di trasporto nei prossimi anni sarà enormemente stressata dall’incremento del tasso di concorrenza e i vettori dell’Est Europa saranno il benchmark d’impresa. Da noi si continua a parlare di costi minimi, quando i TIR di imprese slovene, polacche, rumene ogni giorno varcano i confini italiani equipaggiati con doppio serbatoio riempito con in media 25/30 centesimi in meno per ogni litro”.
Ma siccome piove sul bagnato, il pericolo potrebbe annidarsi anche molto più in là ad Oriente.
Dai Paesi Bassi rimbalza l’inquietante notizia che alcune imprese europee stiano utilizzando autisti di nazionalità filippina, che costerebbero meno perfino di quelli dell’Est europeo (si parla di uno stipendio mensile di 600 euro); i camionisti filippini low cost starebbero già lavorando in Lettonia. Ma se questa notizia fosse vera, potrebbe essere un ulteriore segnale assai preoccupante.

SCOPI E OBBIETTIVI del azione nel trasporto

Questo spero , sia il primo di tanti  TAG seri che iniziamo a manifestare qui , ognuno di noi per favore inizi a scrivere 5 punti cardine  sui quali dovremmo  lavorare come scopo o fine ultimo del movimento AZIONE NEL TRASPORTO,  faro’ poi il sunto dei piu elencati ..e li elencheremo come progetto  finale del movimento ( vi invito  tutti a non perdere mai di vista l’obbiettivo ) lo scopo per cui siamo nati …. Tengo a precisare che  appena saremo attivi inizieremo anche a lavorare nello stesso movimento ma a livello Nazionale Italiano , Questo sarà seguito da altre persone  altri  soci , i quali lavorando a contatto col gruppo Europeo , forniranno servizi a livello nazionale .

Quindi come inizio  riccordiamoci che siamo nati per  combattere , l’importazione di lavoro,  il dislocamento di ditte oltreconfine , limitazione al trattato di schenghen , magari modifiche  alla  legge 95 ” CQC “e  ventuali modifiche  alle ore di guida e impegno .

per ora un grazie a tutti .

contratto interinale di somministrazione

La vostra opinione e consigli su come arginare questo fenomeno ?

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