Campionato e viaggi in camion: seguire le partite di calcio in cabina

La passione per il calcio e per la propria squadra del cuore talvolta non ha confini. Seguire i propri beniamini nel corso della stagione può non essere sempre possibile per via di impegni lavorativi o di varia natura che non consentono di assistere alle partite in totale relax sul divano di casa. Fortunatamente però, tramite i moderni dispositivi tecnologici è possibile non perdere nemmeno un minuto degli incontri più avvincenti grazie allo streaming.

Una soluzione ideale per tanti appassionati specialmente per chi svolge una professione che lo costringe a passare giornate intere fuori da casa. Un esempio concreto potrebbe provenire dai trasportatori, che nelle lunghe traversate a brodo del loro camion si trovano costretti a passare ore ed ore in cabina in compagnia della voce dello speaker radiofonico. Sottoscrivendo un semplice abbonamento si tranno vedere invece tutte le partite in diretta su Mediasetpremium e godersi lo spettacolo della Serie A direttamente in cabina tra una sosta e l’altra, sui dispositivi mobile come tablet, smartphone oppure dalla TV portatile.
Dal canto loro i club si stanno attrezzando per rendere ancora più avvincente la prossima stagione, acquistando importanti rinforzi o vendendo alcuni pezzi pregiati per risanare le casse societarie. E’ il caso di Juventus, Milan, Inter, Roma e Napoli, che promettono di darsi battaglia fino all’ultima giornata per ambire ad un posto nell’Europa che conta e sperare nella conquista del tricolore, che negli ultimi quattro anni è rimasto in pianta stabile dalle parti di Torino, sponda bianconera.

Proprio la Juventus nella stagione appena conclusa è stata protagonista di una splendida cavalcata in Champions League, terminata con un secondo posto di tutto rispetto dopo aver perso la finale decisiva in quel di Berlino contro il Barcellona di Messi. Con i pacchetti proposti da mediasetpremium è possibile seguire la squadra del cuore sia in campionato che nelle competizioni europee, grazie allo streaming in alta definizione. Ben 145 partite in esclusiva per la prossima Champions, oltre a 15.000 ore di live action, interviste, commenti dopo partita e tante altre curiosità.

Per garantirsi lo spettacolo del calcio in cabina è sufficiente disporre di un tablet dove scaricare l’apposita app gratuita per la diretta, da questo link sul Google Play, possibilmente di dimensioni superiori ai 10 pollici, da fissare direttamente sul cruscotto o sul parabrezza tramite gli appositi dispositivi reperibili facilmente online. Una soluzione “pret-a-porter” che trasformerà l’abitacolo in un luogo accogliente come il salotto di casa, assicurandovi ore di puro godimento di fronte alle partite della squadra del cuore. Un appuntamento immancabile per ogni tifoso, perché il calcio non è soltanto una passione, ma in alcuni casi una filosofia di vita, anche per chi trascorre la maggior parte del tempo ‘on the road’.

Il torto e la ragione

Discutevo amabilmente con un amico, anche lui camionista, su quanto possa essere
importane o meno, interessarsi sia al mondo camion, sia al mondo in generale.
Entrambi con le loro poche virtù, entrambi con le loro grandi nefandezze. Ci siamo
trovati daccordo nel sostenere che, curare il proprio micro cosmo, sia la cosa
migliore. Almeno per noi due. Dieci minuti dopo, mentre curiosavo sulla rete le varie
notizie che riguardano l’autotrasporto, disattendendo subito i propositi di isolamento
dichiarati qualche minuto prima, mi sono imbattuto nella triste notizia del carabiniere
morto a Piacenza. Schiantatosi con l’auto d’ordinanza mentre era alle prese con un
inseguimento di un’auto, sul culo di un camion moldavo. Camionista subito indagato
per omicidio colposo e veicolo posto sotto sequestro. Come prevede la legge, in
questi casi. Al di là della legge, rimane che un uomo è morto, il suo collega è
gravemente ferito e, forse, la vita del camionista non sarà più la stessa. Camionista
che, purtroppo, ha le sue colpe perché come si può osservare dalle foto riportate nel
web e come si può notare leggendo l’articolo al riguardo, il camion è stato
parcheggiato in curva, contromano, con la sagoma che occupa quasi mezza corsia di
marcia. Capisco il ragionamento dell’autista: “mi metto qua, che sono vicino allo
scarico e mi metto contromano perché così, chi arriva di fronte mi vede bene e chi mi
arriva da dietro, non ha problemi.” Ragionamento comunque sbagliato, perché se due
auto arrivano assieme e contrarie, si trovano ugualmente in difficoltà col rischio
concreto di un frontale. Il fato ci ha messo del suo, con l’auto dell’Arma che in curva
sbanda, finisce sull’altra corsia, e centra in pieno il mezzo pesante.
Tutto è opinabile e tutte le idee hanno diritto di esistere ma, davanti a certi commenti,
continuo a stupirmi come se la disillusione che ci ha piegato un po’ le spalle, non
esistesse ancora (bei tempi quelli). Forse sbaglio eh, mica ho le verità in tasca per
carità. Ma in una situazione del genere, le dinamiche mi sembrano talmente chiare e
nette, che prendersela con la legge, affermare che l’autista è solo un capro espiatorio e
in genere, difendere l’indifendibile, solo perché siccome è camionista, bisogna stare
dalla parte dei camionisti sempre e comunque, lo trovo stupido e ingenuo. Anzi no,
ingenuo proprio no. Ecchecavolo, l’ingenuità è altra roba. Qua è questione di essere
tarati male e forse, in mala fede. E se qualcuno di voi si arrabbia leggendo questi
giudizi poco lusinghieri, beh che s’arrabbi. Se il camion lì non c’era, come sarebbe
andata a finire? E chi lo sa. Ma è un fatto che il camion, lì, non doveva starci e anche
il ragionamento che ha fatto l’autista, e che l’ha fatto decidere di parcheggiarsi lì, non
ci sta. Il moldavo insomma, ha sbagliato su tutta la linea, sia teorica che pratica. Ora,
per la sua impudenza, una famiglia piange un suo caro.
Buona strada.

Lo Stato siamo noi!

Mi imbatto nelle foreste dell’Alsazia tedesca di buon mattino, con la nebbia che tiene il paesaggio sospeso a mezz’aria. Mica lo so perché, ma mi sono svegliato con un pensiero. A fine giornata, dimenticato il delicato silenzio dei boschi, dimenticate le scorribande in qualche centro città, ritorno con la mente alla riflessione di quindici ore prima.
Vediamo se riesco a tradurla in parole scritte senza polemizzare, solo per confrontare un’idea.
Anche se si è scoperto, e si continua a scoprire, purtroppo, che in tutto il territorio nazionale imperversa la malavita, a torto o a ragione il meridione viene da sempre additato e considerato, come la culla dell’italico male. Terra nella quale hanno attecchito in profondità le radici di molte storture economiche, politiche e sociali. Spesso, il malcostume ha trovato e trova terreno fertile nella (a mio avviso infondata) giustificazione che le istituzioni dello Stato sono assenti. Storicamente lontane e superficiali alla sensibilità e alla particolarità di codesta parte della penisola.
Sembra quasi che l’arte dell’arrangiarsi, anche e soprattutto illegalmente, siano fondamentalmente un capriccio. Della serie: Tu non mi segui, non mi ami? E io punto i piedi. Continui? E io ti tradisco e faccio da me.
Paradossalmente, quando l’Italia e il suo tricolore vengono chiamati a fare la propria parte in ambito internazionale, sia essa una partita di pallone, o una compartecipazione bellica, quelli che dimostrano più calore e devozione ai patrii colori, sono proprio le genti del sud. Come può essere spiegata questa incoerenza? E’ forse passata l’idea che l’Italia e le isitutuzioni dello Stato, sono due entità diverse? Le istituzioni non sono incarnate da persone che sono il “risultato” culturale e sociale dei luoghi da dove arrivano? E in generale allora, il rifiuto, lo scherno e l’intolleranza verso i governanti, sono atteggiamenti inconsapevolmente rivolti anche a noi stessi, popolo eternamente immaturo, giacché la patria, l’Italia, lo Stato, siamo noi?
Buona strada.

Sentimentalismi d’antan!

“Durante le ferie ti ho licenziato e riassunto, con un nuovo contratto. Posso farlo otto
volte.”
Domenica sera, alla partenza e alla ripresa dei viaggi dopo un mese di pacchia, il
capo mi ha accolto con queste confortanti parole.
E così, dopo aver lasciato un’azienda, forte di contratto a tempo indeterminato e, dopo
due anni con altrettanti contratti a termine in quella per cui continuo a prestare la mia
manodopera, mi ritrovo punto e a capo. A parte che la decenza di discutere in due,
della cosa, visto che sono parte direttamente interessata, non avrebbe guastato. A
parte che una volta, tanto e tanto tempo fa, il vocabolario della lingua italiana recava
stampate parole, con relativo significato, come: rispetto. A parte che una persona, se
non ha dei soldini nascosti sotto il materasso, e di questi tempi mi sembra che un po’
tutti stiano sputando pallini per arrivare alla fine del mese, in questo modo non può
progettare eventuali spese ordinarie e straordinarie e che, anche se le progetta, i
possibili creditori, vedasi alla voce: banche, ti ridono in faccia oggi più che mai.
A parte queste sciocchezze da sentimentalismi ormai desueti, anacronistici e di un
tempo che fu, mi chiedo… Otto volte? Cioè per otto anni vengo assunto, licenziato e
riassunto. E poi? Ripeto: otto volte, otto anni… Fra otto anni ne avrò cinquantuno.
Sarò un ometto maturo, sicuramente acciaccato più di adesso…
Ma aspetta aspetta, che finisco di riportare il breve dialogo…
“Beh – aggiungo io – , d’altronde se lo Stato offre queste opportunità, magari per
risparmiare sulle tassazioni e quant’altro, a mettermi dalla parte del datore di lavoro,
che posso dire…”
Risposta: “eh sì, approfitto, ma non per quello. L’ultima volta che ho assunto uno a
tempo indeterminato (e ho così scoperto che più di un collega è nelle mia stessa
situazione), è cambiato da così a così, e in un anno, sei mesi li ha fatti in malattia. Mi
devo pur tutelare!”
Alché, a cotanta manifestazione di fiducia e apprezzamento per il lavoro svolto fin
qua, si sono sentiti due tonfi secchi uno dopo l’altro. Erano le mie palle che cadevano
a terra, talmente piene e pesanti che non hanno nemmeno rimbalzato.
Quindi in sostanza: mi raccomando, continua a non ammalarti mai, non farti male
mai. Non avere problemi di nessun genere mai. Vietato morire. Vietato morire anche
a famigliari e amici stretti che, comunque, già sanno che una mia partecipazione al
loro ultimo saluto è sempre in forse, almeno che non muoiano di giovedì, cosicché il
funerale possa cadere di sabato (meglio al pomeriggio). Non sbagliare mai, non
protestare mai. Il capo ha sempre ragione e se non ha ragione, ha ragione lo stesso. Il
computer del camion è infallibile, ma tu uomo (hahaha! hahaha! Uomo…! che parola
stupida priva di senso!), sei un computer più infallibile di lui e non devi sgarrare mai.
Ecco, allora, se fra otto anni sarai stato così bravo, e avrai sopportato il ricatto
contrattuale, forse e dico forse, se non mi rompo prima e non vendo tutto e se non
fallisco e se non divorzio e se non finisco al SERT per tutto il vino che bevo e se, se,
se…, forse allora ti assumo. Evviva!
Ps: serve un autista col vizio della scrittura, patente CE esperienza frigo, mobili, un
po’ di centina con la carta, Italia, Estero, autocarro autotreno autoarticolato? Io lavora
bene, no sporcare, mangia poco corri tanto, dai carashò dasvidania Troika Putin
Gorbaciov, dai lavoro a me, io brava persona! Buona strada

Anime bruciate…

Ben ritrovati! Dopo tante fatiche, dopo tante corse, finalmente le ferie estive. Estive si fa per dire, preso atto del tempo sicuramente bizzarro, di questi mesi.
E poi anche queste vacanze, erose dal tempo che non si ferma mai, sono passate, o quasi. Sì perché, a dir il vero, scrivo che mi sto ancora crogiolando fra le mie cose di casa, gustandomi l’ormai quarta settimana di riposo. Son in forze, ho recuperato fisicamente, ma voglia di ricominciare non ne ho. Non mi manca il camion, non mi mancano le grandi capitali europee, non mi mancano le lingue francese, inglese, fiamminga o tedesca o spagnola. Non mi manca vagare come un randagio sciatto, fra strade comunali, statali, autostrade, metropoli e paesini di questa cervellotica Europa fatta dalle incoerenti decisioni di pochi che vengono imposte a tanti. Dopo una prima settimana caotica, figlia dell’ansia da prestazione lasciata in eredità dal lavoro, ho riscoperto che c’è una vita più comoda e tranquilla, che non è una chimera. Ho riscoperto che, cercandosi e creandosi le possibilità, si può anche ambire a un’esistenza senza troppi patemi, nonostante tutto. E questo sarà il mio principale obiettivo per il futuro prossimo. Intanto, da quando nel 2008 iniziò la crisi economica che ha investito tre quarti di mondo, sono passati “solo” sei anni, anche questi come la mia prima settimana di ferie e cioè, pieni di caos.
In questi anni, l’isterismo collettivo è cresciuto a livelli preoccupanti, anche grazie a Internet, dove si trovano milioni di informazioni spesso false, manipolate, truccate, tendenziose. Le persone, altrettanto spesso, non leggono gli articoli, si limitano ai titoli, come fanno quando capita loro in mano un giornale cartaceo, capendo fischi per fiaschi. E anche leggendo, capiscono ugualmente fischi per fiaschi. Ho fatto pure un esperimento. Ho scritto un articolo completamente falso, inventato al momento: un rettore americano candidato al Nobel aveva stabilito, attraverso una ricerca di due anni condotta con una equipe della sua Università, che chi mangia OGM è più intelligente e contento quindi, gli italiani, non mangiando OGM, sono i più stupidi e scontenti dei 18 paesi presi in esame. L’ho pubblicato e l’ho lasciato lì per mezz’ora. Poi l’ho tolto, spiegando l’inganno. Ovviamente. In quella mezz’ora cinque persone ci sono cadute in pieno, lanciandosi in opinioni estreme (fra cui mio fratello che me ne ha dette di ogni!). Così tutte le incertezze diventano certezze e viceversa. Gli animi e le differenze vengono esacerbate, si fatica sempre di più a seguire una linea ponderata. Si fatica sempre di più a districarsi nell’ambiguo ginepraio mediatico. La superficialità nell’argomentare i mille problemi della società, del lavoro e della vita in genere, è cresciuta in modo proporzionale e opposto alla lucidità e all’obbiettività con cui si dovrebbero affrontare i problemi.
Il mondo è invischiato in un’onda di confusione che sta portando a un tutti contro tutti, che arriva a folate, prende sempre più forza ogni volta che rincula e quando arriverà a scatenarsi con decisione, saranno guai. La rete informa poco e amplifica con distorsione, tanto. La rete, piaccia o no, è parte integrante del nostro quotidiano e va rivalutata seriamente. E parliamo solo della punta dell’iceberg, quella punta accessibile ai fruitori normali, cioè la maggioranza. La rete mediatica sottostante è dieci volte più grande, complessa ed estrema (si trova di tutto, dai tabellari sui costi per l’ingaggio di un killer, alla compravendita di armi, etc.) e quindi, è ancora peggio. E l’autotrasporto? L’autotrasporto è davvero affascinante per come risulta speculare e rappresentativo, del vivere generale. Coi suoi virtuosismi, le sue sacche di criminalità, la sua arte del saper arrangiarsi, il coraggio di andare avanti seppur fra mille difficoltà disseminate e pericolose, come un campo minato. I più pessimisti ripetono, da tempo, che l’autotrasporto è finito. Ma lo scambio commerciale via gomma non finirà mai, non potrà mai finire finché vi sarà la razza umana. Certo è, però, che cambia. Eccome se cambia. E l’intento della UE, manovrata dall’alta finanza e dalle lobby industriali mondiali, non è più così misterioso. Come per i cibi da mangiare, i vestiti da indossare, gli intrattenimenti ludici da seguire, i pensieri da pensare, anche il trasportare deve essere lineare, omogeneo. Uguale a. Deve costare poco o niente, deve essere un servizio senza arte né parte. E soprattutto incatenato, controllabile, gestibile, da una o pochissime fonti. Deve essere schiavizzato insomma (scrivendo la parola schiavizzato, ho dimenticato la s iniziale e la parola che rimane, senza la s, è chiavizzato. Mi son messo a ridere ironico… in effetti schiavo o chiavato, la sostanza è quella…). Perchè, fra immigrazione selvaggia, virus letali, guerre di potere, scontri di religioni e di civiltà, fra nuove povertà, cataclismi e, gli isterismi già accennati all’inizio, il progetto di certi rimane sempre uno: la globalizzazione, che rende il mondo piccolo, illusoriamente più fruibile e comodo. Ma brucia le anime

Maestri, maestrini e pallonari…

Italia! Italia! Italia! Come… come dite? Già dal primo turno, siamo fuori dal campionato mondiale di calcio brasiliano? E per chi tifiamo allora? E come facciamo senza pallone? Si dice pur, che gli italiani diventano nazionalisti solo quando c’è di mezzo il pallone. Leghisti a parte. Mannaggia oh, per una volta che ci si può unire tutti sotto lao stesso vessillo tricolore, guarda come va a finire… mah!
Trottando più o meno allegramente per l’Europa con l’instancabile e fidato camion, non mi sembra che gli altri siano messi tanto meglio. Ci siamo fatti, e abbiamo lasciato radicare, in noi, l’idea poco lusinghiera di essere un popolo avaro di nazionalismo e di senso civico. E che gli altri Stati siano più avanti e collaborativi di noi. Su certe cose è vero, soprattutto per quanto riguarda la tutela del bene pubbico e l’educazione che ne consegue per mantenere questo bene pubblico, in ordine. E indubbiamente le burocrazie oltre confine sono più agili e agevoli, dando un senso di funzionalità alle cose, che a noi oggettivamente manca. Per il resto però? Anche dal punto di vista politico, ad esempio, noi quasi ci scandalizziamo per il fatto che da un po’ di tempo vada a votare poco più della metà degli aventi al diritto. Ma negli USA e nel nord eurpoa, è normale. Sono normali, una certa freddezza e un certo disincanto. Mi è balzata alla mente questa riflessione, ispirato dal modo compassato con cui tedeschi, inglesi, francesi, olandesi e belgi, supportano le loro rispettive squadre nazionali di calcio in questo periodo, anch’esse impegnate in Brasile. Ovviamente il “modo compassato” è totalmente ironico. Palazzi addobbati con bandieroni da curva, bandiere a misura famiglia esposte dai balconi, bandierine affisse ai vetri laterali delle auto che, ancora troppo spoglie, sono state ulteriormente arricchite con pacchiani copri retrovisori elastici, dipinti coi colori di casa. Devo dire che gli inglesi, mesti sconfitti al pari nostro, hanno iniziato subito dopo la loro debacle, quantomeno lo spoglio delle auto, riportandole a uno stile più sobrio e consono. Gli altri invece, più vincono e più scatenano i loro orrendi gusti estetici. Non sarà un caso se la moda che conta, è italiana… E il bonton dei cugini mangiarane? E l’algida compostezza dei nordeuropei? Seee, addio! E’ il pallone gente, è il giuoco del calcio. E me li vedo, tutti questi benpensanti d’oltralpe, che stavano buoni buoni solo perché le loro nazionali combinavano poco o niente e ora, che li fanno un po’ sognare, sbrodolano e rilasciano i loro istinti più tribali, davanti alla TV dopo un goal. Goooooolllll! Tiè! Tiè! Tiè! Alla faccia delle passioni, poco onorevoli, sudeuropee e mediterranee. Beh insomma, mi sembra che alla fine sia sempre una questione di occasioni. E l’italiano che odia l’Italia, se ne vada altrove. Chi piange e non fa niente, se ne stia zitto. E chi ci crede, tenga la schiena dritta, che in Europa, nessuno può fare davvero il maestrino a nessuno. O no?
Buona strada.

Truck and the City

Il sole si intrufola fra le fitte trame delle tende e, anche se decisamente filtrato, colpisce i miei occhi stanchi, appena schiusi. L’apprensione è più stanca di me così posso mettermi all’opera senza troppi patemi. Un’ennesima occhiata alla cartina stradale già consumata alla sera, prima di coricarmi e via. Da una piccola zona produttiva di Wembley, mi dirigo verso Buckingham Palace. “Oh Betty dai! Vieni a far aperitivo in piazza!” Questo pensiero mi fa ridere. Immagino Betty, e cioè la Regina Elisabetta, confezionata in uno dei suoi abiti rosa confetto e armata di cappellino con piume e retina, scendere, guadagnare l’entrata e appoggiare il gomito al bancone di un bar. Sono le sei del mattino e il traffico è scarso, tanto che raggiungo il palazzo difronte alla residenza regale, con facilità. La giornata può dirsi iniziata bene e la cosa mi trasmette calma e fiducia per affrontare le ore successive. Sì, perchè da qui, mi sposto in Honeywell road e poi torno indietro, in Balcon Mews e in un’altra viuzza secondaria che non ricordo. Londra centro insomma, ma centro per davvero. Buckingham palace, New Scotland Yard, la ruota panoramica (Eye of London), Tamigi, King’s road, Stamford Bridge e via di questo passo. Impiegati a piedi o in biciletta, col caffè del McDonald in mano, fattorini silenziosi, operatori ecologici che lavano le strade. Auto sempre più numerose, i classici autobus a due piani che spuntano da ogni dove. La guida a sinistra non è un problema, che tanto, tutti vanno a sinistra! Non ci si può sbagliare! Passo la zone delle ambasciate e scorgo fuori dai palazzi scritte e bandiere a rappresentanza di un sacco di paesi. Mi piace. Anche la bandiera del Regno mi piace e vederla sventolare pigramente, complice un brezza leggera, in formato maxi beh, ha il suo fascino. Come tutta la città. D’altronde le metropoli, hanno uno storico e una personalità che per forza di cose le contraddistinguono. Esserci e farsi vincere dall’atmosfera, mi fa pensare sempre la stessa cosa: fare il camionista, vale la pena. Quando mai avrei visto tante città, tanti luoghi, altrimenti? Non è ancora mezzogiorno e già sono a venti chilometri dal centro, verso “the north” come scrivono nei cartelli. Uno scarico, un carico e camion puntato nuovamente verso casa. Nel tragitto che mi porta a Folkstone e all’Eurotunnel, quindi un’ottantina di miglia in tutto, conto sette camion del nuovo mostro dell’autotrasporto cioè Waberer’s. Sette, in un giorno solo, tutti qua. Però. Ma non ho voglia di pensarci, mi metto comodo sul sedile del vagone, mi rivedo le foto e i video che ho fatto nella City e mi dico bravo, alla faccia! Anche questa volta, tutto in ordine e a posto.
Buona strada.

Bucce di banana

Ci risiamo o meglio, ci risono. Lo so da me che dovrei stare lontano da certi
argomenti, che dovrei occuparmi “solo” delle romanticherie del camionista o giù di lì,
e spesso criticato per le mie opinioni che riguardano le problematiche
dell’autotrasporto. Ma ogni tanto, come questa volta, ci ricasco. E la tentazione di
scivolare sulla classica buccia di banana, è forte. Irresistibile.
Si sta facendo un gran parlare della nuova legge francese, adottata anche dal Belgio,
dall’Olanda e dalla Svezia (se non già in vigore per questi ultimi paesi, è questione di
giorni), che proibisce il riposo settimanale delle quarantacinque ore a bordo della
cabina di guida e impone l’obbligo del riposo in hotel. Legge emanata per dare una
decisa spallata alla slealtà che imperversa nel nostro comparto. Slealtà rappresentata
dal cabatoggio selvaggio e dal dumping sociale. Da umile e semplice operaio autista
quale sono, mi faccio comunque delle idee e capita che le voglia esternare come in
questo caso. Quindi, quando affronto un tema così scottante, non mi pongo con
polemica, con astio, con superbia. Ma solo con un sano desiderio di capire meglio il
come e perché. Mi pongo con la disponibilità a cambiare idea se ritengo sia il caso.
Ciò scritto, non trovo che questa legge, che raccoglie molti plausi e che viene
sbandierata come una vittoria per la dignità sociale e umana dei lavoratori, possa
essere così efficace. Apriti cielo! Mi son subito preso dello schiavo che ama il proprio
padrone, solo perché ho posto un problema di tipo pratico. Provo a esprimermi con
esempi: area di sosta in autostrada francese, venerdì sera o sabato mattina. Settimana
lavorativa finita. Cinquanta camion fermi per lo stesso motivo. Arriva una pattuglia
che si mette a controllare i documenti personali e di viaggio, di tutti. Quelli che hanno
prova di essere nella situazione di un viaggio lungo che li obbliga alla sosta fuori
casa, per completare il viaggio sono a posto, quelli che risultano irregolari, vitteme di
una qualche ingiustizia professionale e umana, vengono perseguiti e puniti. Se non
vengono comprese le lingue straniere dagli adetti ai lavori, che si muniscano di
traduttori simultanei nei telefoni o nel computer, come accade per gli agenti inglesi.
Non mi sembra una cosa complicata, una volta trovata la pattuglia da mandare nelle
aree di sosta, nei centre routier e in ogni dove si aggregano dei camion. C’era bisogno
di una legge del genere? Non siamo alle solite e che cioè, servono solo più controlli?
Evidentemente, per una mancanza di personale e per rilanciare l’economia
alberghiera, si sono inventati questa cosa. Ma io, che sono comunque in viaggio,
posso gioire di passare il tempo in una stanza d’hotel climatizzata, sì (e sempre che il
datore di lavoro mi paghi la spesa), ma posso davvero usurfruire liberamente del mio
tempo libero come meglio credo, solo perchè sto in albergo piuttosto che in cabina?
Sono o non sono comunque, a mille, millecinquecento, duemila chilometri da casa?
E’ davvero tempo libero, avere del tempo ma non poter usarlo per vedere la morosa,
gli amici, andare in palestra, fare la spesa dalla siora Maria, cacare nel proprio cesso
di casa? E il camion, dove lo lascio? Dove li lasciamo? Nei risicati parcheggi degli
hotel? Nelle aree di sosta e ci si fa portare avanti indietro dai taxi (altra spesa)? Venti,
cinquanta, cento camion e anche uno solo, belli fermi là da soli per due giorni, non
sono un’attrattiva per i malviventi? Ah ecco, qua scatta l’insulto dello schiavo cane da
guardia. Non è questione di far la guardia al camion. E’ questione che, se proprio non
sei un totale menefreghista, il camion che ti viene dato in dotazione, viene sempre
definito “il mio camion”. C’è un legame con quell’insieme di ferro e plastica, che ti fa
sentire responsabile come e più che se fosse di proprietà tua. E se capita di fare la
sosta in paesini di campagna senza strutture ricettive? Ah beh certo, bisogna pensarci
prima e fermarsi in luoghi adeguati perché, sapendo com’è la storia, bisogna essere
previdenti. Forse guardo a questa legge con occhi ristretti al mio campo d’azione,
forse traduco e riduco il tutto in modo troppo semplicistico, ma per concludere, in
attesa di lumi, ripeto che a mio avviso più controlli sarebbero sufficienti.
Buona strada.

Partire è un pò Morire – 2° parte

…Comunque il Lussemburgo è grande come una barzelletta e fra una considerazione e
l’altra sono già in Belgio e salgo verso Charleroi. Punto Lille, di nuovo in Francia, e
raggiunta la periferia, tiro il freno a mano anche per questo giorno ormai andato.
Accendo il computer, ma la voglia di fare qualcosa, di scrivere, è nettamente vinta
dalla stanchezza e dalla pigrizia. Un film a metà è quanto riesco a concedermi prima
di addormentarmi. La sveglia suonerà molto presto ed è meglio non indugiare sul
desiderio e sulla necessità di riposare. In piena notte riparto, non prima d’aver fatto
scendere quattro clandestini dalla biga. Ci provano sempre e sempre bisogna
controllare. Alla pattuglia della Gendarmerie parcheggiata vicino ai camion di ogni
Nazionalità, glielo dico che ci sono questi quattro a piede libero ma il loro “oui oui,
merci”, mi fa capire che non gliene può fregar di meno e che anzi, se me li tenevo sù
e li portavo di là, facevo un favore a loro e alla Francia. Mah! All’Eurotunnel di
Calais c’è sempre un gran movimento, anche di notte. Ma perdo solo pochi minuti in
coda, posiziono il camion sul vagone e vado a mischiarmi agli altri autisti, prima nel
mini bus, poi nel vagone a noi dedicato. Ogni volta lo stesso pensiero e cioè mi
scappa mentalmente un mmmhhh! verso di mucca. Non è che si può fare altrimenti,
ma insomma, accompagnati e serrati tutti assieme, mi vedo come le mucche.
Quarantun minuti più tardi sto già calcando l’asfalto inglese. Sono le quattro e trenta
del mattino ora locale. Alla mia sinistra la luna piena, grande e vicina, è davvero
sempre uno spettacolo che mi rapisce vista e animo. Alla mia destra la luce dell’alba
si fa sempre più forte, minuto dopo minuto e trovarsi in mezzo a questo contrasto
naturale, mi induce a fare una breve ripresa col telefonino. Ahimè la qualità del
risultato è pessima, ma non riesco a cancellarlo, mi sembra di fare sacrilegio. Fra
vent’anni, per quanto sfocato e sgranato, questo video e tutti video e le foto fatte e che
farò, mi porteranno in giro per il mondo un’ennesima volta e il cuore mi si gonfierà
d’emozione. Raggiungo Londra che il traffico è poca cosa, arrivo la punto di scarico
con facilità e mi concedo un breve riposo nell’attesa del cliente. MI perdo nel
dormiveglia sorridendo. Sto pensando ai leghisti del nord Italia… da quassù, siete
terroni anche voi! Haha! E’ sempre tutto, una questione di prospettiva.
Durante la giornata io e i due magazzinieri ci concediamo numerose pause sigaretta,
finché finalmente macchina e rimorchio sono vuoti. Mi accingo a ripartire e a
compiere il viaggio a ritroso, quando arriva un collega. “Fabrizio!” “Massimo!”.
Nascondo abilmente il tonfo nel petto che mi procura l’udire la mia voce. Ah ma
allora non sono in un film muto! La distanza e il mutismo, mi portano a una
inconsapevole deriva. Mi portano sempre più lontano. Lontano… Mi spingono ai
confini di questo personale e infinito vuoto inframmezzato da pensieri, da isolamento,
da emozioni. Come un astronauta che fluttua nell’universo e che si allontana sempre
di più dalla sua base spaziale e i suoi unici riferimenti rimangono stelle e asteroidi.
Così, parlare in dialetto e con uno della scuderia, è come una campanella scolastica
che mi riprende e mi riporta di qua.
Scommetto che, leggendo, vi siete dimenticati l’inizio di questo racconto. Da dove
uno (io), è partito. Così è anche nella realtà e solo il contatto col collega mi fanno
riaffiorare il senso del dove, del quando, del perchè. Punto Folkstone deciso, butto il
muso fuori dal tunnel ed essere di nuovo in continente ed essere a mercoledì sera, mi
donano l’energia per rifare tutti i chilometri appena consumati. Ora tutti i chilometri
hanno il gusto di casa, del certo. Ora, mi vado a riprendere tutti i Fabrizio lasciati
domenica sera. Venerdì, a pomeriggio inoltrato entro in azienda, mi occupo di tutte le
faccende che si devono compiere al rientro, parlo con chiunque si possa parlare e via,
casa! Che in paese c’è un’altra festa ancora. E il Fabrizio umile mangia asfalto? Boh,
per qualche ora non saprò dov’è!
Buona strada.

Partire è un po’ morire…

In paese, la festa annuale dedicata al Doge e alla fu Repubblica Marinara di Venezia,
sta raggiungendo l’apice nel suo terzo e ultimo giorno. Il sole è ancora alto, nugoli di
ragazzi e ragazze sono assiepati al cospetto dei tanti chioschi allestiti per l’occasione.
Bevono, ridono e ballano, seguendo i ritmi sincopati dei generi musicali più disparati,
che da ogni angolo vengono sparati a decibel più o meno legali. Un fiume di coppie
rilassate, di bambini che trotterellano beati e di carrozzine con neonati ignari o
urlanti, si muove compatto con anziani e perdigiorno vari. Tutti assieme riempiono
all’inverosimile, la piazza del centro e le vie circostanti.
E’ la gente normale, che fa le cose normali. Poco più in là, qualche chilometro più in
là, nel silenzio della mia utilitaria, abbandono fisicamente e mentalmente festa ed
amici, e mi dirigo verso il camion perché devo partire per l’ennesimo viaggio. Il
camion, questo oggetto incredibilmente misterioso per molti, per tutta quella gente là,
normale. E non è mai facile partire. Partire, dare inizio al viaggio di lavoro
allontanandosi da casa e dagli affetti, è sempre come un po’ morire ogni volta. E’ una
cosa lieve, è un trauma rapido e sottopelle. Quasi inconsapevole. Ma che lascia
sempre un graffio. E se tocca partire la domenica sera e, andando all’estero, anche due
ore prima degli altri, questa sottile violenza che si rinnova ogni volta, la sento ancora
di più. In inverno, col buio, con la gente infagottata nel riparo delle loro calde dimore,
con le strade deserte e indurite dal freddo, è meno faticoso. Ma con la bella stagione,
con la domenica da stroncare sul più bello, è una noia.
Da Pordenone, inizio a salire verso le montagne e, alla volta di Cortina D’Ampezzo, il
cordone ombelicale con casa e con la festa in paese, è reciso. Da Brunico in poi, le
stazioni radio italiane iniziano a lasciare il passo a quelle altoatesine e austriache.
Passato il Brennero, è reciso anche il cordone ombelicale con l’Italia. Casa, festa,
Italia. Sono già lontane, sono già ieri.
La prima notte in cuccia è passata e al ripartire, visto il lungo spostamento ancora da
compiere, mi vesto comodo come facciamo un po’ tutti. Tuta ginnica spaiata e
declassata da bella a utile solo per lavorare e zoccolo ciabattato in gomma stile
infermiere. La barba, fatta sabato pomeriggio, inizia ad essere ben visibile e i capelli
spettinati stile “chi se ne frega che in cabina nessuno mi vede”, completano l’opera.
Fabrizio amico, Fabrizio moroso, Fabrizio padre, Fabrizio scrittore e tutti i Fabrizio
che compongono il mio privato e la mia vita fuori dalla cabina, non esistono più.
Rimane solo il Fabrizio umile mangia asfalto uguale ad altri milioni di macina
chilometri sparsi in Europa.
Attraversare l’Austria è sempre una pena per i continui cambi di velocità e per le
autostrade menomate. Tutto sommato però, il tratto Innsbruck – Bregenz non è male,
se raffrontato alla piccolina da farsi costeggiando il lago di Costanza, una volta entrati
in Germania. Bella, panoramica, non c’è che dire. Le ville circondate dai vigneti
collinari a cadere sul lungo lago, sono una bellezza. Il clima mite tutto l’anno e il
luccichio della luce sull’acqua, sono una romanticheria. Ma che traffico! Un
supplizio! La strada del cucù ovvero la B33 da Villingen a Offenburg, è chiamata così
perché in queste zone fanno gli orologi a cucù. Anche qua, speri sempre che Dio la
mandi buona, ma è sempre distratto da altro. Fra una frenata e l’altra, semafori,
autovelox fissi e tratti meno impegnati, la civiltà lascia spazio al verde lussuoso e
imperante e allora il confine con la Francia è vicino. Dopo una seconda notte
tranquilla e dormita alla grande, riprendo la corsa passando sopra al Reno e
ammirando sulla destra una palafitta esagonale di colore blu, circondata da barchette
per innamorati in gita fuoriporta. Avanti dritti ed ecco Strasburgo. Anch’essa riserva
sempre sorprese in quanto a traffico e anche in questo caso, tutto si gioca sulla
fortuna e sull’orario in cui la si attraversa. Da qui a Metz e da Metz a Lussemburgo
(la città dà il nome al granducato e non viceversa), affronto la noiosa tranquillità
francese spegnendomi e viaggiando in stile robot automatico. Al confine mi fermo
per pagare l’eurovignette e ne approfitto per ridestarmi. Mi riaccorgo che ormai casa è
davvero roba lontana, mentre mi muovo con un’agilità data solo dall’abitudine, fra
parcheggio e shopcenter. La tecnologia, per quanto utile e per quanto abbia accorciato
il mondo, non arriva a limare i chilometri che dividono, quando uno ad uno, te li sei
caricati in schiena. Quando ti sei mangiato ogni tipo di asfalto, quando ti sei calato
nella camaleontica parte di dover guidare con uno stile diverso per ogni Stato che
attraversi…

to be continued

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