Le ragioni del cuore e quelle della testa

Zitto zitto, anche troppo come d’abitudine, il nostro caro e sgangherato mondo
continua a fare la sua parte. Fra ennesime vittime, contratti collettivi non rinnovabili,
padroncini che chiudono e autisti a spasso, l’aria di disillusa speranza e d’attesa che ci
portiamo appresso, ci fanno comunque consumare giorni su giorni, settimane su
settimane, mesi su mesi. E insomma, si tira avanti.
Allora, aspetta che provo a buttarmi sull’attualità, che mica si vive di solo camion.
Dai, cosa ne pensate delle coppie gay che desiderano un figlio in adozione? Io, fino a
domenica ero incerto. Ora non più. Di principio credo che la natura è la natura e se
una coppia omosessuale non può avere figli per le leggi del Creato, un motivo ci deve
pur essere. Però, se un amico mi dovesse presentare Mario anziché Maria, se mia
figlia dovesse presentarmi Francesca anziché Davide ed esprimessero un desiderio
simile, non sarei così veloce a dire no. Voglio dire; se dovesse toccarmi da vicino
attraverso persone che conosco bene che amo e stimo, non sarebbe facile schierarsi,
pro e soprattutto, contro. Poi accade che domenica, me ne vado al locale che
prediligo, vicino al mare. E’ ancora il primo pomeriggio, sono certo che non troverò
nessuno ed è quello che voglio. Sedermi, stendere le gambe doloranti dopo cinquanta
chilometri di bicicletta macinati al mattino, bere due birre in silenzio e poi a casa a
prepararmi per il viaggio. Invece quando arrivo ci sono tutti ma proprio tutti, ed è già
un caos di musica live, voci, urla, birre e festa. Amen, vorrà dire che mi adeguerò (sai
che fatica!). Susanna ha portato il bambino che ha quattro o cinque anni. Si chiama
Marco, ha gli occhi verdi e i capelli biondi. Già così mi viene un certo che, perché mi
torna in mente il mio povero compare che si chiamava come lui ed era biondo con gli
occhi verdi. Premessa lampo: il marito di Susanna ha fatto le valigie per un’altra e
sono mesi che non vede il piccolo e la figlia più grande. Purtroppo, una storia come
tante. Tempo cinque minuti e faccio il baby sitter. E mi diverto pure molto. Saltiamo,
balliamo, mangiamo il gelato, facciamo dispetti, lo porto sulle spalle. Anche gli altri
dedicano attenzioni al piccolo nei momenti che mi distraggo, ma lui ormai vuole me,
mi cerca e mi salta addosso. Lo tengo in braccio, lui mi stringe forte, mi da un bacetto
e mi dice “tu sei mio amico”. Amore! “Certo che sono tuo amico!” E me lo spupazzo.
In un momento di pausa dai nostri giochi, sua madre mi dice che “gli manca il papà,
gli manca una figura paterna”. E qui capisco. E qui tutto mi è chiaro. Mi dispiace, ma
anche se sono convinto che la maggioranza delle coppie omosessuali sarebbero in
grado di riempire d’amore un cucciolo d’uomo, il nostro modus vivendi è d’avere a
fianco due figure distinte. Una con le tette e la patata, una col pisello e la barba. Non
c’è niente da fare. Il piccolo Marco è amato dalla mamma, dalla nonna, dalla sorella,
dalle amiche della mamma. Ma non basta, continua e continuerà ad aver bisogno
anche del papà, o di una figura maschile ben definita. E per un’ora, questa mancanza
l’ha colmata solo un poco appena, con me. Come sapete ormai, poche cose sono certe
per il mio modo d’essere e pensare. Da domenica, una di queste è che per i bambini in
adozione agli omosessuali io dico di no. E voi, che idee avete?
Buona strada.

L’illuminazione delle Ramblas!

Scrosci d’acqua e bassa temperatura, degni di un clima d’alta montagna, mi
accolgono a Barcellona. E che cos’è! Quasi ogni volta che arrivo qua, piove. Mi
consolo col fatto che il maltempo sta facendo arricciare il naso agli amanti del sole
estivo, anche in patria. Creando, purtroppo, non pochi problemi in certe zone.
Intanto, in lotta col traffico delle nove del mattino di una qualsiasi città, mi infilo in
Avenida Diagonal, direzione centro. Mi devo portare a qualche centinaio di metri
dalla Rambla principale, quella che calpestano tutti i turisti, quella che conoscono
almeno per nome, tutti quanti. Penso a un capodanno lontano, passato a strusciare
questa famosa via, ma ora è un po’ diverso. Fa molto figo violare il cuore di una città
importante, con un camion. Fa molto conquista. Fa anche molto farsela sotto! Con
tutti i possibili pericoli circostanti, incombenti. Comunque… All’inizio della
Diagonal, su un palo alla mia destra campeggia un bel divieto di transito per i camion
superiori alle venti tonnellate. Ma che devo fare, devo consegnare. Quindi lo ignoro.
Compresso in mezzo a una selva d’auto private, taxi e autobus, raggiungo il posto di
consegna ovvero un negozio all’interno di un centro commerciale che ha lo scarico
merci, sottoterra. Anche a Antibes (dopo Cannes) mi era capitato un posto così e… e
niente, un’altra volta altrimenti mi perdo. Insomma, che odio queste cose. Mi fermo,
scendo a piedi. La guardia mi dice sì sì, todos les camiones entrano! E certo! Quindi
scendo col camione, ola! Ovviamente scopriamo subito che sono troppo lungo come
gli avevo anticipato, e per poter uscire dopo aver scaricato, divento matto a fare
quelle seimiladuecentotrentotto manovre per guadagnare tre millimetri alla volta. Ma
risalgo, ce l’ho fatta. Come il muso della motrice sbuca in superficie, respiro
sollevato, faccio il giro dello stabile e cerco di allontanarmi il più in fretta possibile.
Ma un camione giallo per i poliziotti, è come una… torta per le mosche. Eh là!, due
volanti mi blindano subito. Parla tu che parlo io, racconta qua racconta là, alla fine mi
dicono soltanto che per entrare bisogna farsi fare il permesso. E la multa? Chiedo.
Nada contravenzion camionero! E vai! Uno di loro intanto, gira e rigira i miei
documenti finché, incuriosito al massimo, mi chiede: e questa che cos’è? Come cos’è,
rispondo, è la CQC. Mi dice che in Spagna non esiste. Io lo so che invece esiste ma lo
assecondo perché devo percorrere cento chilometri in tempo record, mi attendono a
Tarragona. Certo che se la preparazione delle forze dell’ordine è questa, cioè non solo
non saper riconoscere un documento ma ignorarne addirittura l’esistenza, ora che
arrivino a capire se un camion è in regola o no, se è sleale o no, stiamo freschi! E non
solo per i temporali…
Buona strada.

Sentirsi violentato

Ho un’amica che, per fare il tragitto casa lavoro casa, passa davanti alla mia umile
dimora. Ogni tanto si ferma, le spaccio quel giga di musica via USB e preparo cena
per due, così approfitto di compagnia per sbizzarrirmi ai fornelli. L’ultima volta che è
accaduto, circa tre settimane fa più o meno non ricordo, ci siamo infilati in discorsi
che alla fine ci hanno fatto pensare quanto, entrambi, siamo ormai disillusi,
disincantati. Refrattari in modo marcato, ai piagnistei, alle melasse e a tutto ciò che, a
parere di ognuno, si dimostra patetico e colpevole di perdite di tempo ed energia.
Beh certo, l’età, la vita, direte voi. E’ normale questo indurimento. Io a dirla tutta, ho
faticato un po’, inizialmente, ad accettare questo mio personale cambiamento. Ma
passata questa iniziale fatica, non mi sono più preoccupato e anzi, mi sono detto che:
va bene così. Ma mannaggia a me che in fondo a questa scorza dura, albergano
ancora chiari sintomi di romanticismo e di buonismo. Ne prendo atto quando questo
lavoro, ancora riesce a darmi delle emozioni. Emozioni che scaturiscono sempre dalle
stesse cose: posti nuovi, paesaggi, situazioni particolari. E in questo periodo ho
raccolto un sacco di riflessioni che mi hanno ammorbidito il cuore.
Poi accade che ti fermi per la notte. Ti svegli al mattino, scendi e fai pipì. Col viso
ancora accartocciato dal tepore del riposo e zoppicando un po’ perché il corpo si deve
ancora scaldare e gli acciacchi sono duri da oliare, fai il classico giro del camion e
scopri che qualcosa non va. Scopri che ti hanno fottuto il gasolio. Vi hanno mai
aperto la cabina? A me sì. Vi è mai successo che i ladri visitassero casa? A me sì. La
sensazione più brutta? Sentirsi violentati. Io mi sono sentito ogni volta e questa volta
pure, violentato. Non puoi farci nulla, è accaduto, l’hai presa in quel posto e basta.
T’arrabbi, imprechi oppure taci. E’ uguale. Il senso di impotenza totale, rimane
invariato. Maledetti ladri! Trecento litri! E dove li mette uno, trecento litri di gasolio?
Mi sa tanto in un altro serbatoio di camion. Spero tanto che in settimana sia saltato in
aria assieme a tutta la sua stirpe. Io camionista rubo a te, camionista. Che… disgusto!
Per non scrivere parolacce… Romanticismo di nuovo in soffitta allora. Mi rivesto con
elmetto, anfibi e fucile, mi metto in trincea e se vi becco, ladrones, son fatti vostri.
Buona strada.

L’innarestabile omologazione

Il primo maggio l’ho passato a Bilbao. Il primo fine settimana di maggio l’ho
passato a Montpellier. In entrambi i casiho dovuto gioco forza andare a fare la spesa e
così mi è venuto il pensiero che segue. Austria, Svizzera, Germania. Lussemburgo,
Belgio, Francia, Spagna. E ovviamente, Italia. Sono stato e vado, in questi paesi. In
questi paesi sono entrato così tante volte in negozi, supermercati, centri commerciali,
boutiques e discount, che ormai ho le idee chiare. Per quanto riguarda il commercio,
distinzioni di merci e di prezzi, non se ne possono più fare, tutto uguale. Tutto il
vendibile possibile, dalla maglietta al televisore al plasma, dai pomodori alle scarpe,
dagli occhiali alle piastrelle, segue una linea comune. Anche le marche sono sempre
le stesse. Sì certo, ci sono casi dove si possono trovare delle differenze, ma questo
riguarda soprattutto le merci che dipendono direttamente dagli Stati e dalle accise che
essi impongono, come carburanti e tabacchi. Per il resto è tutto in mano a
multinazionali che si muovono in franchising ed hanno tracciato una linea unica, in
base alla strategia di mercato assunta. Non badando a eventuali particolarità di luoghi
usi e costumi. E, visto come anche le strutture vere e proprie cioè gli immobili, sono
costruiti tutti uguali o con differenze non sostanziali, visto che i prodotti vengono
esposti con criteri precisi ed identici a Palermo come ad Anversa, queste stesse
multinazionali che in teoria dovrebbero farsi la guerra per le fette di mercato, a mio
avviso hanno fatto cartello. Che c’è di male in tutto questo? Non lo so, forse nulla.
Solo che non saremo ai livelli della vecchia immagine dei cinesi tutti bicicletta e
completo coreano nero, di certo è sempre più complicato avere e mantenere una certa
originalità. Sul vestire, sul mangiare, su ciò che si può e si vuole consumare. Un
giorno, anche sul pensare?
Buona strada.

Le beghe di quartiere e il respiro del mondo!

Tre persone. Tre uomini. Tre lavoratori di lungo corso. Che dall’inizio della
divulgazione di Actie de Transport si sono date da fare per questo movimento di
taglio europeo. Che prendono e vanno addirittura in Olanda, si rendono attivi,
passano ai fatti. Che bellezza! Che forza! Poi, di preciso non so cosa accade. Sembra
si tratti comunque, di soldi. Stramaledetti soldi. Milioni di euro o pochi spiccioli,
fanno danno uguale. Ma ripeto, non so, nei modi e nei tempi, cosa va storto. Sta di
fatto, che di tre persone, due non vanno d’accordo con una, una non va d’accordo con
due. Recriminazioni, insulti e accuse reciproche si sprecano e, nel più classico e
malsano fare italiano, tipicamente italiano, come un vecchio partito politico che ha la
serpe in seno generata da diverse correnti di pensiero e di desiderio di potere al suo
interno, in un tempo anche piuttosto breve, il movimento di stampo nostrano,
praticamente si sfalda. Ti espello, ti caccio, stai offendendo, un mucchio di blablabla,
di indici puntati gli uni verso gli altri e schierati in un senso contro schierati di un
altro. Mentre alcuni si ritrovano per decidere delle cose, tipo una linea da seguire o
come dare legalità al gruppo, scende in campo anche il presidente europeo di Actie,
come se fosse un guru, un profeta che tutto può. Tu sì, tu no. Che nausea. Come già
scrissi qualche settimana fa, gruppi o associazioni o come le volete chiamare, ci sono
state ci sono e ci saranno. Nascono e muoiono sempre. C’è l’imbarazzo della scelta.
Però bisogna anche capire che quando ci si espone pubblicamente e si coinvolgono
mezzi di informazione, ci si investe di una responsabilità che va soppesata e
rispettata. Penso a chi ha scritto articoli sul caso, sbilanciandosi a favore, penso a chi
offre spazio mediatico sulla rete, sbilanciandosi a favore. Qua da Montpellier, l’Italia
o meglio, il trasporto italiano, appare sempre più piccolo, lontano. Avulso nei suoi
soliti drammi, nelle sue solite becere lotte di quartiere, anzi, di condominio.
Buona strada.

Chi va piano… risparmia!

Da qualche tempo a questa parte, ho notato, nei miei spostamenti professionali col
camion o in quelli privati con l’auto, che l’eccesso di velocità non dev’essere più un
problema come un tempo. I dissuasori elettronici ed automatici che si sono sviluppati
negli ultimi anni, hanno certamente portato i frequentatori abituali delle strade e delle
autostrade, a un comportamento diverso, dopo prime volte in cui un po’ a tutti
arrivavano multe più o meno salate. A una ricerca veloce e sommaria, alcuni dati
supportano in parte questa mia tesi. Purtroppo ho trovato solo informazioni non
recenti ma per mia curiosità vedrò di approfondire la ricerca. Credo anche, però, che
molti vadano più piano per risparmiare sul carburante. E li capisco eccome! Sempre
più spesso mi trovo a dover superare veicoli che viaggiano a 80, 85, 90 chilometri
orari. Oh beh, fra questi ci sono anche gli imbranati cronici, non v’è dubbio, ma la
frequenza con cui mi capita di sorpassare in camion, auto che si spostano lentamente,
inizia ad essere rilevante. Auto che sfrecciano in terza corsia a velocità folli mi
sembrano anch’esse in calo e macchinoni di lusso che fanno bella mostra di sé
viaggiando regolari, a fianco di scassate utilitarie, aumentano. Insomma l’effetto
della prolungata crisi economica si fa sentire anche in questo caso e nemmeno piano
piano, i nostri comportamenti abituali in parte sono già cambiati, in parte stanno
continuando a cambiare. E qui, visto che anche gli incidenti stradali sono in netto
calo, è proprio il caso di dirlo, anzi di scriverlo: di necessità virtù!
Buona strada.

Avere fede… in se stessi!

Quando viaggio col camion, lungo infiniti nastri d’asfalto e mi lascio perdere, felice,
nelle immersioni di verde collinare, blu del cielo e i colori tutti, della natura. Quando
smoccolo affannato nei traffici caotici di città invivibili e debordanti di cose e
persone. Quando vado da un amico a rubargli la bicicletta per una corsa e lui mi
presenta qualche birra e io non corro più e l’unico sforzo che faccio è di portare la
bottiglia alla bocca, per poi andarmene a casa due ore dopo con la bicicletta sì, ma
alticcio, in un delicato sabato pomeriggio d’aprile. Quando amo la mia donna nel
magico silenzio della notte che contorna, lieve e sovrana e complice, la nostra unione.
Quando esco con gli amici che sono un pugno di coetanei divertenti e unici e
facciamo allegria in centro (e la felicità degli osti per quanto spendiamo). Quando
mia figlia mi scrive “ti voglio bene papi” e se non sto attento vado a sbattere dalla
gioia che annebbia la vista. Quando… quando vivo insomma. Ovvero ogni momento,
ogni minuto, ogni giorno, ogni anno… E’ ovvio e facile, pensare che io e il mio
mondo, siamo il mondo intero. Ma non è così. Ognuno ha, e vive, il suo mondo ma è
comunque sempre dentro al mondo tutto che è di tutti e dove stiamo tutti, facendo e
vivendo cose che proviamo tutti. E siamo piuttosto indaffarati a tirare avanti il nostro
personalissimo micro universo che, occuparsi di quello degli altri, anche se per mille
motivi interagisce in modo più o meno influente col nostro, può diventare difficile. E
viceversa. Cioè agli altri può diventare dispendioso seguire eventi ed evoluzioni del
nostro piccolo mondo. Siamo, nel senso etimologico del termine, egocentrici.
Necessariamente.
Quando poi ci si imbatte in un percorso privato o professionale come un corso, uno
studio, una lotta sociale, un amore, o qualsiasi altra cosa che vi venga in mente, se
qualcuno ci chiede perché lo si fa, spesso si risponde “perché ci credo” (ok dai, fatto
salvo quando si deve fare una cosa perché ci serve). Più la causa per cui ci si mette in
gioco é ritenuta alta, più ci si crede. Più ci si crede e più forte è il desiderio che tutto
il mondo accolga il proprio credo. Quando si scopre che non è così, quando si scopre
che molto spesso il tuo credo non è condiviso o addirittura non è capito, interessante,
utile, ci si deprime. E’ naturale. E’ un nostro istinto normale. Ma non è
concettualmente corretto. Galvanizzarsi o deprimersi a seconda di quanto consenso si
raccoglie è un po’ fare i capricci. E’ un po’ lasciarsi vincere e plagiare dal meccanismo
di “voler dimostrare qualcosa agli altri e a se stessi”. Ma se uno crede, compie un atto
di fede quindi il tal percorso va compiuto al di là dei consensi o dei dissensi.
La coerenza e il modificarsi, per quello in cui si crede e si ha fede. Questa è già
vittoria. Esempio veloce: tempo fa scrissi di come, entrando negli uffici dell’azienda
per cui ho lavorato fino a dicembre, al saluto di “buongiorno!”, su venti persone non
rispondeva nessuno. Non è che allora, sono diventato maleducato solo perché ero
circondato da maleducati. Ho continuato e continuo a dire “buongiorno!”. Problema
loro, non mio. Credo e ho fede nella cordialità di un saluto civile, propositivo e
benaugurante. Se tu non ci credi, fatti tuoi, io saluto comunque. Esempio chiuso.
Poi certo, nella quotidianità e nell’intraprendere certe battaglie, c’è bisogno del
consenso a maggioranza per poter farle vivere, promuoverle e magari renderle
effettive. Ma il mutare della coscienza e della conoscenza, di una persona, sono già
un successo. Anche se poi la propria idea non trova sbocco in una legge, una riforma,
un nuovo modo di lavorare. Arrivando a conclusione, tutte queste righe le ho scritte
pensando a Gaudenzio, Jurgen e Sergio, questi tre uomini che si sono sobbarcati
l’avventura affascinante e difficile, di Actie de transport. Tutte queste righe le ho
scritte per dire a questi tre, a tutti e anche a me stesso che, se si crede e si ha fede in
ciò che si fa e in ciò che si è, non c’è timore. La serenità di fondo, nell’animo, rende
liberi. Buona strada.

La fortuna dell’invisibilità!

Il breve tentativo di sonno, nella notte fra giovedì e venerdì, è bruscamente interrotto
da rumori sospetti. Il fatto è che io e un altro camionista dalla provenienza non
definibile (multinazionale francese sul telo, rimorchio spagnolo e trattore bulgaro),
siamo fermi in un parcheggio alla periferia di un paesotto dalla parvenza
assolutamente innocua. Invece entrambi ci accorgiamo che qualcuno attenta ai nostri
serbatoi. I disperati vengono messi in fuga dal nostro destarsi e, dopo un lesto
controllo, sospiriamo sereni per non aver subito alcun danno e alcun furto. Ma di
rimanere lì, almeno per me, non se ne parla. Così mi incammino verso la meta del
giorno seguente, con largo anticipo. Dopo un centinaio di chilometri, la stanchezza si
fa sentire ma un bilico che mi precede, mi dà un po’ di adrenalina. Vedo come una
luce penzolante sotto il rimorchio. L’odore acre del ferro che brucia, inizia a investire
il mio abitacolo. Il fumo che si leva e le scintille che ogni tanto si sprigionano da
sotto, non lasciano scampo a dubbi, sta prendendo fuoco. Altro che luce. Gli
lampeggio ma lui continua. Quando ci fermiamo a un semaforo rosso su dei lavori in
corso che obbligano a un senso unico alternato, le fiamme divampano. Notte, pioggia,
nebbia, fumo, fuoco. Estintori. E il peggio è scongiurato. Lui comunque sgancia per
sicurezza, mentre io riparto. Un altro camionista, sopraggiunto dalla parte opposta,
intanto ha allertato i soccorsi. Ma… ma non volevo scrivere di questo, ho divagato
ancora prima di iniziare! Durante le ore successive a questi fatti di ordinaria
amministrazione, mi sono messo a ridere da solo quando, in piena autostrada a tre
corsie per senso di marcia, è passata un’auto della Gendarmerie a velocità sostenuta e
coi lampeggianti accesi. Panico, al loro passaggio tra noi camionisti scatta sempre il
panico. Chi sbanda leggermente, chi frena e interrompe sorpassi ormai ben avviati,
chi certamente si vota ai santi quando intravede le divise dagli specchietti. Per quanto
uno possa essere a posto con le ore di guida/riposo, documenti, etc., i tutori
dell’ordine se vogliono trovano sempre qualcosa così, al loro passaggio, se fosse
possibile si innescherebbe un fuggi fuggi generale. Ma dove lo vai a nascondere un
camion? Di certo non in tasca. Come quando a scuola c’era l’interrogazione e tutti
abbassavano gli occhi, giravano la testa, si mettevano a trafficare con qualsiasi cosa
pur di non entrare nel radar visivo dell’insegnante e la fortuna dell’invisibilità era la
cosa più agognata. Questa cosa di cercare di assumere un’espressione e una postura il
più possibile inosservabile, di fronte alle guardie, mi capita di scorgerla sempre e in
me, per primo. Siamo fin teneroni nella simpatica goffaggine di augurare al vicino la
mala sorte di essere fermati, perchè per quanto fratelli della strada, morte tua vita
mia, in una sorta di roulette russa del controllo e della probabile contravvenzione.
Buona strada.

Bucare la notte!

Sembrava potessi avere a disposizione un bel po’ di tempo, in questo fine settimana
finalmente primaverile anche nei fatti e non solo dal punto di vista del calendario. Fra
le solite faccende domestiche, un’uscita mondana e un invito a pranzo, domenicale, le
ore sono volate. Dopo una sana grigliata, mi metto davanti al pc per dedicarmi ai
progetti che ho in piedi e per scrivere qualcosa da presentarvi. Ma non mi viene
niente, la pagina rimane bianca. Nessuno stimolo esterno, dai viaggi e dalle situazioni
del mondo camion, che stuzzichino la voglia di metter giù un misero primo rigo. Ne
basterebbe uno che, poi, gli altri verrebbero di conseguenza come in un domino. E
poi mi devo preparare per partire. La testa è già sulla settimana da farsi oltr’alpe. A
malincuore spedisco la mail senza un allegato. Questa settimana zero, niet, niente.
Faccio solo in tempo ad aggiornare la chiavetta USB con nuove canzoni del genere
musicale che in questo mio periodo storico apprezzo e seguo, di più. Ogni volta che
compio una ricerca e un aggiornamento di questo tipo, mi sembra e anzi sono
convinto, d’aver trovato le tracce sonore perfette, quelle che sintetizzano al meglio la
mia emozionalità. E invece ogni settimana ne trovo di nuove, in una costante quanto
incredibile, scoperta. Nel giro di un paio d’ore e anche meno, ingrano la marcia, il
camion si muove, esco dal cancello aziendale, mi metto in strada e via, si inizia.
Qualche telefonata, un po’ di pallone via radio e di colpo mi accorgo che sto bucando
la notte. Sto viaggiando dentro l’oscurità. E’ il mio momento. E’ ora della musica, mia
fedele e insostituibile compagna di vita. Sorrido, sono al duecentesimo chilometro dei
quattromila che dovrò fare tra andata e ritorno e già sono in trip da viaggio, preso
dalla magia della musica che mi porta via. Ed è in questo istante che decido di
scrivere di questo. Nell’ordine ho pensato che, primo: lo stimolo, caro Fabrizio,
spesso viene dall’interno e non dall’esterno. E ciò vuol dire che abbiamo tutto dentro
di noi, basta cercare. E “usare” al meglio ciò che si trova, per farci del bene. Secondo:
è figo come la scoperta continua di brani musicali sempre più belli, siano come i
viaggi che faccio, sempre comunque stimolanti, anche se fatti e ripetuti in strade e
terre battute, ribattute e consumate. Dipende sempre da che prospettica si vive il tutto.
Leggo e rileggo ciò che ho scritto e penso: ma tutta sta roba per dire cosa? Boh, forse
per mettere in risalto una volta di più, le similitudini e il simbolismo intrinseco che il
nostro lavoro ha e si porta in dote, con la vita.
Leggo e rileggo ciò che ho scritto e penso: ma tutta sta roba che c’azzecca col mondo
camion? Boh, forse anche a qualcun altro/a saranno venuti questi pensieri, e vederli
neri su bianco farà piacere. Che ne so. Fondamentalmente però, questo blog si chiama
“In cabina” e in cabina, almeno nella mia cabina, capita anche questo. Capita di
cogliere l’attimo, sotto forma di pensiero scaturito da un paio di note, di vibrazioni
sonore, che fanno ballare l’animo. Allora va bene, sorrido di nuovo sperando che
anche le vostre anime ballino, e posso augurare a tutti, come di consuetudine sincera,
Buona strada.

Invictus

Lunedì all’alba partenza. Martedì sera già Barcellona. Mercoledì pomeriggio e
giovedì su su, a ritroso, fino a Marsiglia. Venerdì sera, casa. Non c’è che dire, lesto e
preciso che anche il boss era contento (con me il capo è sempre contento, tiè!).
Tra l’altro ha sentenziato che: “sono curioso di vedere quando scoppia il camion, ti
lascio quello finché scoppia.” E io, di questa decisione sono davvero contento.
Per quanto vecchio con unmilionecentoundicimilacinquecentochilometri e spiccioli,
va benissimo, tira che ha il demonio, voglio bene alla “mia” scatoletta gialla
viaggiante, mi piace e quindi ottima decisione. Quando scoppierà, in mezzo alla
campagna francese, o nel caos di una città, e dovrò farmi il fine settimana fuori per
colpa dell’imprevisto, tirerò giù un mondo di eresie, lo prenderò a calci e ne scriverò
il peggio possibile. Ma intanto la vivo con romanticismo.
Comunque, volevo scrivere di altro. Volevo dedicare una poesia a tutti noi. Tutti tutti
eh! Beh dai, con un occhio di riguardo a operai autisti e imprenditori che da tempo
non ce la fanno più. Quelli lì sì, quelli che hanno perso lavoro e non lo trovano, quelli
che hanno perso soldi e falliscono, quelli che un giorno sì e un giorno anche,
progettano di farla finita. Quelli lì che sono spariti dalle cronache dei Media, ma che i
problemi li hanno lo stesso.
E’ che una sera di queste, mentre ero via, mi sono rivisto un film davvero bello. Il
film è Invictus e racconta di Nelson Mandela Presidente del Sudafrica, interpretato da
un insuperabile Morgan Freeman. Invictus è il titolo di una poesia di William Ernest
Henley e fu scritta nel 1875. Come viene rimarcato nel film, Mandela si serviva
spesso dei versi a seguire, durante gli anni della sua prigionia, per superare i momenti
più difficili.
Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un pozzo che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per l’indomabile anima mia.
Nella feroce stretta delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho pianto forte.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Oltre questo luogo d’ira e di lacrime
Si profila il solo Orrore delle ombre,
E ancora la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.
Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.
Buona strada.

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