Partire è un po’ morire…

In paese, la festa annuale dedicata al Doge e alla fu Repubblica Marinara di Venezia,
sta raggiungendo l’apice nel suo terzo e ultimo giorno. Il sole è ancora alto, nugoli di
ragazzi e ragazze sono assiepati al cospetto dei tanti chioschi allestiti per l’occasione.
Bevono, ridono e ballano, seguendo i ritmi sincopati dei generi musicali più disparati,
che da ogni angolo vengono sparati a decibel più o meno legali. Un fiume di coppie
rilassate, di bambini che trotterellano beati e di carrozzine con neonati ignari o
urlanti, si muove compatto con anziani e perdigiorno vari. Tutti assieme riempiono
all’inverosimile, la piazza del centro e le vie circostanti.
E’ la gente normale, che fa le cose normali. Poco più in là, qualche chilometro più in
là, nel silenzio della mia utilitaria, abbandono fisicamente e mentalmente festa ed
amici, e mi dirigo verso il camion perché devo partire per l’ennesimo viaggio. Il
camion, questo oggetto incredibilmente misterioso per molti, per tutta quella gente là,
normale. E non è mai facile partire. Partire, dare inizio al viaggio di lavoro
allontanandosi da casa e dagli affetti, è sempre come un po’ morire ogni volta. E’ una
cosa lieve, è un trauma rapido e sottopelle. Quasi inconsapevole. Ma che lascia
sempre un graffio. E se tocca partire la domenica sera e, andando all’estero, anche due
ore prima degli altri, questa sottile violenza che si rinnova ogni volta, la sento ancora
di più. In inverno, col buio, con la gente infagottata nel riparo delle loro calde dimore,
con le strade deserte e indurite dal freddo, è meno faticoso. Ma con la bella stagione,
con la domenica da stroncare sul più bello, è una noia.
Da Pordenone, inizio a salire verso le montagne e, alla volta di Cortina D’Ampezzo, il
cordone ombelicale con casa e con la festa in paese, è reciso. Da Brunico in poi, le
stazioni radio italiane iniziano a lasciare il passo a quelle altoatesine e austriache.
Passato il Brennero, è reciso anche il cordone ombelicale con l’Italia. Casa, festa,
Italia. Sono già lontane, sono già ieri.
La prima notte in cuccia è passata e al ripartire, visto il lungo spostamento ancora da
compiere, mi vesto comodo come facciamo un po’ tutti. Tuta ginnica spaiata e
declassata da bella a utile solo per lavorare e zoccolo ciabattato in gomma stile
infermiere. La barba, fatta sabato pomeriggio, inizia ad essere ben visibile e i capelli
spettinati stile “chi se ne frega che in cabina nessuno mi vede”, completano l’opera.
Fabrizio amico, Fabrizio moroso, Fabrizio padre, Fabrizio scrittore e tutti i Fabrizio
che compongono il mio privato e la mia vita fuori dalla cabina, non esistono più.
Rimane solo il Fabrizio umile mangia asfalto uguale ad altri milioni di macina
chilometri sparsi in Europa.
Attraversare l’Austria è sempre una pena per i continui cambi di velocità e per le
autostrade menomate. Tutto sommato però, il tratto Innsbruck – Bregenz non è male,
se raffrontato alla piccolina da farsi costeggiando il lago di Costanza, una volta entrati
in Germania. Bella, panoramica, non c’è che dire. Le ville circondate dai vigneti
collinari a cadere sul lungo lago, sono una bellezza. Il clima mite tutto l’anno e il
luccichio della luce sull’acqua, sono una romanticheria. Ma che traffico! Un
supplizio! La strada del cucù ovvero la B33 da Villingen a Offenburg, è chiamata così
perché in queste zone fanno gli orologi a cucù. Anche qua, speri sempre che Dio la
mandi buona, ma è sempre distratto da altro. Fra una frenata e l’altra, semafori,
autovelox fissi e tratti meno impegnati, la civiltà lascia spazio al verde lussuoso e
imperante e allora il confine con la Francia è vicino. Dopo una seconda notte
tranquilla e dormita alla grande, riprendo la corsa passando sopra al Reno e
ammirando sulla destra una palafitta esagonale di colore blu, circondata da barchette
per innamorati in gita fuoriporta. Avanti dritti ed ecco Strasburgo. Anch’essa riserva
sempre sorprese in quanto a traffico e anche in questo caso, tutto si gioca sulla
fortuna e sull’orario in cui la si attraversa. Da qui a Metz e da Metz a Lussemburgo
(la città dà il nome al granducato e non viceversa), affronto la noiosa tranquillità
francese spegnendomi e viaggiando in stile robot automatico. Al confine mi fermo
per pagare l’eurovignette e ne approfitto per ridestarmi. Mi riaccorgo che ormai casa è
davvero roba lontana, mentre mi muovo con un’agilità data solo dall’abitudine, fra
parcheggio e shopcenter. La tecnologia, per quanto utile e per quanto abbia accorciato
il mondo, non arriva a limare i chilometri che dividono, quando uno ad uno, te li sei
caricati in schiena. Quando ti sei mangiato ogni tipo di asfalto, quando ti sei calato
nella camaleontica parte di dover guidare con uno stile diverso per ogni Stato che
attraversi…

to be continued

LETTURE!

Ho voglia di scrivere, quindi da subito vi informo che la prendo da molto lontano…
Il primo giudizio della maestra, valutando il primo trimestre scolastico, della prima
classe elementare, iniziava così: “Fabrizio è un bambino molto vivace…”. Il secondo
giudizio, valutando il secondo trimestre scolastico, proseguiva così: “Fabrizio è
ancora più vivace…”. E mi vien ancora da ridere a leggere le pagelline di quei tempi.
In effetti ero un infante che oggi verrebbe, e viene definito, iperattivo. E questa
iperattività me la sono portata dietro per molti anni, tanto da caratterizzare anche la
mia adolescenza e non solo. Facendomi vivere sempre a mille all’ora, spesso
pericolosamente sul confine fra la legalità e l’illegalità, conbinandone di cotte e di
crude e facendo dei miei genitori, due santi in terra. La precoce paternità, unita agli
impegni quotidiani di uomo e di lavoratore, mi misero in riga, e pian piano capii e
imparai a canalizzare la mia energia esplosiva, in un obiettivo alla volta. Insomma,
crebbi e, come si dice dalle miei parti, gli anni fanno i cristiani.
Il mio primo editore, nonché oggi amico, è anch’egli uno scrittore e pure di un certo
livello. Il primo libro che scrisse, si intitola “Gioventù d’asfalto” e racconta la vita di
alcuni giovani sgangherati e perdenti, di periferia. Il libro fu tanto apprezzato che la
compagnia teatrale della sua città e cioè Pordenone, creò ad hoc, una
rappresentazione tratta dal suo lavoro letterario. Un insieme di lettura, recitazione e
proiezione video. Andai alla prima, con Massimiliano (l’editore scrittore), suo fratello
(il boss della casa editrice che mi pubblicò) e un pugno di altri artisti. Cenammo
insieme prima, e assistemmo all’evento dopo, con la promessa di andare tutti assieme
al pub, a fine spettacolo. Il libro mi piacque molto ma veder rappresentata una parte
della propria vita su un palcoscenico, fu dirompente. Un terremoto mi squarciò dentro
e mi emozionai parecchio. Calato il sipario e presa l’uscita del teatro, non fui in grado
di seguire gli altri al pub. “Scusa Max, non ce la faccio. Sono troppo scombussolato,
devo stare solo.” Mi congedai dall’estemporanea compagnia con le parole appena
riportate, presi l’auto e vagai ore nella notte. Percorsi circa 300km, rovistandomi
dentro (“Libera-mente”, l’ottavo capitolo del mio secondo libro “Radici nel cuore
rami nell’altrove”, nacque in questa notte di vagabondaggio solitario).
Passa qualche anno e mi trovo al Traspo Day di Caserta. E posso guardarmi la
proiezione del film TIR, del regista Roberto Fasulo. A due mesi di distanza, una
persona che posso definire amica e che è pure collega, mi chiede un parere sul film.
Non è riuscita a vederlo e mi scrive così: “che ne pensi? Da camionista e non da
critico cinematografico!”
Dopo la risposta in privato, ho pensato se “recensire” pubblicamente il film o meno
ma, detto fuori dai denti e con onestà, mi scocciava essere critico verso un’opera che
comunque ha il valore intrinseco di parlare di noi. Poi ho ricordato l’aneddoto del
teatro che ho scritto sopra e, cambiando idea, eccomi qua, a scrivere quel che penso
del film, da camionista… Da camionista, non mi ha trasmesso nessuna emozione.
Vedere sul grande schermo un’altra parte della mia vita e anzi, una buona parte della
mia vita, pensavo dovesse destabilizzarmi, dovesse darmi emozioni forti come pugni.
Invece non ho provato nulla, zero, calma piatta. Quindi, a me il film non è piaciuto. E
riflettendo sui (pochi) lavori fin qua svolti da artisti e studiosi al nostro rigurado, noto
che “loro” hanno una visione comune e limitata, perchè puntano sempre sulle stesse
cose. Ho l’impressione che tutti siano figli di una concezione artistica comune,
peccando in originalità. In attesa di un artista che “legga” il nostro essere da una
posizione anticonformista e più profonda, buona strada!

Tutti Nati Imparati!

Da un po’ di tempo a questa parte, sulla rete si è scatenata un caccia all’incidente e al
danno, nei confronti dell’azienda di autotrasporti ungherese Waberer’s. L’ex azienda
Statale fallita, rigenerata a privata, e che conta più di tremila automezzi, è oggetto di
una campagna denigratoria senza precedenti.
Ma faccio un breve passo indietro… Quando guardo foto e video che raccontano le
malefatte dei camionisti, ammetto divertimento per alcuni fatti, rammarico e
dispiacere per altri, disappunto per altri ancora. Ma dico, come diceva qualcuno
duemila anni fa: chi è innocente scagli la prima pietra! O il primo cerchione, il primo
pistone! Dai, a tutti è successo di combinar qualcosa. Far cadere della merce, rompere
un fanalino, uno specchietto. Chiudersi a libro, uscire di strada. Tamponare, sbagliare
strada e incasinarsi. E potrei continuare. Almeno una delle tante cose che possono
accadere, è accaduta a chiunque. Ok, subito qualcuno/a dirà: a me in tot anni non è
mai successo niente! Beh, è anche culo e sei comunque una mosca bianca che non fa
testo.
Quindi provo anche della solidarietà verso gli incauti autisti che hanno la sfortuna di
essere catapultati sul web per i loro sbagli.
Allora tutte le opinioni offensive e sarcastiche che leggevo sugli sprovveduti al
volante dei camion Waberer’s, inizialmente mi lasciavano anche un po’ perplesso.
Tutti nati imparati! Tutti maestri e immacolati come vergini! Ma dai! E poi
bisognerebbe concentrarsi anche su altre grandi flotte e vedere il loro tasso
d’incidente interno, per essere davvero obiettivi sull’incapacità degli autisti
dell’azienda ungherese. Cioè, che ci siano degli imbranati, pazzi scriteriati, è certo.
Ma dieci o venti scemi su tremila e più, se non altro per la logica dei grandi numeri,
ci stanno. E’ purtroppo fisiologico.
Però sta di fatto che di problemi questi, ne hanno molti e molto gravi sono le
sciocchezze che talvolta combinano. Veri e propri incoscienti tentativi di strage, come
andare contromano in autostrada o fare inversione a U in un tunnel a doppio senso di
marcia. Questi sono esempi estremi di mentecatti senza speranza. Gli altri che si
fracassano sotto ai ponti bassi, si infilano in strade strette e senza uscita di montagna,
etc., rientrano in quella fisiologicità di cui prima. Non so se questi pseudo autisti,
frequentano corsi dell’autoscuola validi quanto quelli occidentali, non so se devono
avere o meno la CQC. Se vengono insomma, preparati e seguiti a dovere almeno in
teoria.
Tanti attribuiscono la mancanza di professionalità di tali conducenti o presunti, al
basso costo della mano d’opera. Ma il basso costo è rapportato a noi, non per loro.
Anch’io al confronto di un autista svizzero o lussemburghese, sono uno dal basso
costo, ma sarà problema mio all’interno del mio paese. Ognuno ha paghe più o meno
correlate al costo della vita del proprio paese. Non è il bulgaro a 1.200€ in Italia su
camion italiano. E’ un ungherese o rumeno, o cingalese, su camion ungherese che
segue retribuzioni ungheresi.
Credo si torni sempre là: c’è sì, una responsabilità diretta dell’interessato che è ovvia.
Se mi dicono “vai e guida e manovra quella gru al porto”, io rifiuto perché
responsabilmente so che non ne sono capace e capisco che posso solo fare disastri, se
nessuno mi accompagna e mi insegna prima. Esiste anche una responsabilità che non
è solo oggettiva ma è anche attiva e diretta, da parte di quelle teste (di cazzo?) a capo
di aziende senza scrupolo, di un comparto professionale, di ministeri, di un
continente, che eludono sistematicamente per convenienza (economica e politica),
l’applicazione di controlli e legislazioni adeguate, atte a garantire una certa sicurezza
sulle strade. Fatto salvo che certi azzardi stradali vanno condannati eccome,
dobbiamo imparare a insultarci meno fra di noi e, guardando un po’ più in alto e più
avanti, indirizzare le proprie proteste a chi permette che queste cose accadono. E non
solo queste…
Buona strada.

Buon viaggio, Patrizia!

Ho iniziato un’indagine personale sulle mistificazioni e sulle falsità, che girano in rete. Che condizionano il pensare comune e che distorgono eventi storici bene precisi. Ci vorrà del tempo ma alla fine, ne scoprirò e ne scopriremo delle belle. Il campo sociale e politico italiano è il terreno in cui mi muoverò. E’ un senso del corretto che mi è dentro che mi spinge a farlo e già un paio di cose le ho messe in riga. C’è troppa roba inesatta che va ricomposta perché, altrimenti, si rischia di ragionare e si ragiona, si rischia di decidere e si decide, su basi effimere, del futuro dei nostri figli. Sì perché per quanto convinti che certe scelte vengano fatte per noi che siamo l’oggi o il presente, in realtà vengono fatte per il domani. Noi siamo quelle generazioni di mezzo che pagano lo scotto dei turbolenti cambiamenti di questo periodo storico, ma i nostri figili e i nostri nipoti? A cui tutte le persone normali tengono più che a se stessi? Potranno stare meglio o peggio, in base a quello che viene fatto o che non viene fatto, da noi, oggi. La verità storica è quanto meno dovuta. Non per promuovere o condannare questo o quel personaggio, questo o quell’evento, ma per scegliere, ripeto, su basi vere.
Intanto la scorsa settimana, ha registrato sulle nostre patrie strade, ennesimi eventi tragici di morti bianche sul lavoro, catalogati come incidenti stradali. Lo sappiamo bene che uno dei rischi che corriamo è quello. Forse, in un’esaltazione epica del ruolo, viene anche da pensare che per uno che vive di strada, è fin onorevole morirvici sopra. Anche se poi, essere schiacciati come un’arancia o pestati come uno straccio, sono brutture che hanno poco di epico. Soprattutto a quarantaquattro o trendadue, anni.
La collega Patrizia Bauducco invece, che in punto di morte ha pensato agli altri, mettendo in sicurezza il camion ed evitando di coinvolgere veicoli terzi nel suo personale dramma, ha fatto sì, un gesto eroico. Ci penso… cazzo, stai morendo, lo sai, lo hai capito. E tiri fuori la forza, pensando che il camion amato e la gente innocente per strada non devono subire conseguenze. Te ne stai andando di là, ma allora deve succedere senza rompere le palle agli altri? Quasi in silenzio, in mezzo al traffico? Sei un’eroina, sì. Una pietra miliare del buono di questo mondo e ora, dell’altro. Fai buon viaggio Patrizia.
Buona strada.

Manca la volontá

La primavera si fa, ogni giorno che passa, sempre meno timida e le ore diurne soleggiate sono un vero piacere, anche per uno come me che come sapete, ama l’inverno. Dopo dieci giorni in viaggio, il rientro infrasettimanale propizia un giorno e mezzo di pausa. Giovedì e venerdì vai di locale, sabato Traspo Day a Caserta e domenica sera fondo schiena già in cabina. La manifestazione campana è stata una bella esperienza ma ad oggi, che è martedì sera e mi trovo a Lille, anche se volevo raccontare qualcosa a tal proposito, mi accorgo che devo ancora metabolizzarla, devo farla decantare. Quindi passo. Fra l’altro, e qui divago giusto un attimino, ho avuto la possibilità di vedere il film TIR di Roberto Fasulo. E voi, l’avete visto? Cosa ne pensate? Io, anche in questo caso mi riservo di esprimermi più avanti. Di certo non è un film per il grande pubblico dei cinepanettoni e simili.
Ah ecco, volevo dire… I giorni passati in patria mi hanno lasciato il tempo per sbirciare di qua e di là, nel web e nei social, un po’ di considerazioni che tanti colleghi scrivono in merito alla nostra professione e quello che ci gira attorno. L’approsimazione dei contenuti sbandierati e la poca conoscenza della lingua italiana, rendono la rete un posto vagamente osceno che, se rappresenta davvero il pensare comune, siamo ben messi! Ma fortunatamente non sempre è così. E mi sono soffermato a riflettere per l’ennesima volta, su un pensiero che mi è piaciuto. “Manca la volontà”. Nello specifico, vari personaggi dibattevano sulle solite e croniche problematiche del settore. Sapete: cabotaggio illegale, regole disattese, controlli inefficaci, e tutto quello che sta nel calderone perchè, si parte da un punto e si finisce per tirarne in ballo centocinquanta. La sintesi e l’effetto chirurgico di quel “manca la volontà” (a cambiare in meglio), centra in pieno il problema più grande. Lo so, forse rischio di essere ripetitivo e pedante, ma credo valga sempre la pena sottolineare certi aspetti.Il problema più grande rimane l’aspetto culturale. Una cultura che faccia fare ampi respiri alle menti e conseguentemente alle azioni. Che faccia scattare quel senso civico e quella lungimiranza che ancora troppo, non ci appartengono.
Nel mio isolamento ambientale e fisico, spesso fantastico sul futuro. Mio e di tutti. E ne vengo sempre fuori con una rinnovata sorridente fiducia. Poi, quando scendo dal piedistallo di questo isolamento come faceva il nonno di Haidi che scendava dal cucuzzolo della montagna per andare in paese, mi tocca prendere atto che il domani rimarrà brutto e antipatico per molto tempo perchè, manco a dirlo, manca la volontà. Buona strada.

Ohmmmmmmm!

sbuffate d’acqua vaporizzata che mi hanno tenuto compagnia negli ultimi due giorni,
si placano fino a scomparire. Le nubi nere, per la forza d’inerzia lasciata da Eolo, si
spostano quel tanto che basta a farmi intravedere una porzione di tramonto e di
arcobaleno che durano davvero poco. Le luci in autostrada si diradano. L’ora di punta
è scivolata via anche questa sera e il traffico riprende un ritmo e una densità, vivibile.
Anche il gran viavai del venerdì sera dei camion, si perde nell’abbraccio del fine
settimana che sancisce il meritato riposo. Io invece, proseguo nel mio scorrere ancora
un paio d’ore. A buio inoltrato, finisco la mia corsa in un autogrill. Non è il massimo
essersi fermati qua, considerato che devo ancora provvedere alla spesa ma è problema
di domani. Cena leggera, doccia di mezzanotte e branda.
Il domani arriva sotto forma di un sole insperato e gradito che mi invoglia ad una
lunga passeggiata, fino al primo paese utile fornito di negozio. Con fare stupidamente
innocente, ciondolo un po’ sotto lo sguardo freddo e vigile di una telecamera. Prendo
la via dell’uscita ad esclusivo uso del personale e mi incammino attraverso la
campagna. Quindici chilometri a piedi e di buon passo, fra andata e ritorno, sono un
buon allenamento, fatta eccezione per i piedi, martoriati alla fine della commissione,
dalle scarpe antinfortunistiche non propriamente adatte a tanto camminare. Ma la mia
soppravivenza a buon mercato ora è garantita. Il parcheggio che mi ospita, ad occhio
e croce può contenere un’ottantina di camion. Siamo in quattro e ovviamente,
nonostante tutto lo spazio a disposizione, il lituano e l’ucranio che arrivano, si
mettono poco lontano da me. Che male c’è? Oh no, niente. Solo che non so che razza
d’impianto stereo abbia il ragazzo lituano, fatto sta che, da dentro la mia cabina e con
le cuffie alle orecchie per ascoltare i dialoghi di un film, sento distintamente i
bumbumbum della musica tecno che il giovine sta scoltando. Alla sera, anche se la
musica in questione mi piace, il bumbumbum che continua incessante da ore mi ha
rotto le palle. Scendo, mi avvicno ai due che stanno nella stessa cabina/discoteca.
Noto una vomitata a un metro dalla portiera. Busso molto, ma molto forte, ma nulla.
Riprovo e questa volta l’autista mi vede. Spiego il mio fastidio e lui sembra capire
tanto da scusarsi. Ma nel giro di un minuto la cosa riprende. In compenso poco dopo,
quando già progettavo come farli fuori, i due vengono a chiedermi vino, o vodka, o
birra. L’importante per loro è continuare a bere, sfasciarsi d’alcool, vomitare, ri-bere e
ri-sfasciarsi. E spaccarsi i timpani. Avessi avuto anche una rivendita di alcolici, non
avrei dato loro nulla. Lo so come vanno queste cose. Se tiri fuori qualcosa, va da sè
che poi devi partecipare e fare comunella almeno un po’ e io di voglia di fare
comunella con degli ubriachi sconosciuti, che arrogantemente e superficialmente ho
battezzato come degli stupidi idioti del cazzo, non ne ho. Martedì sera sono stato a
cena, a casa di un cliente e della sua famiglia quindi, per questa settimana, la mia
tolleranza sociale è satura. Meglio perdermi in me. Meglio finire di leggere le ultime
duecento pagine del libro “Un altro di giro di giostra” di Tiziano Terzani. E’ un bel
libro. Lungo, ma quasi sempre affascinante. Detta in soldoni ma senza voler svilire le
cinquecento e passa pagine che lo compongono, l’autore racconta il percorso interiore
che intraprese, una volta scoperto d’avere il cancro. Racconta i suoi cinque anni
vissuti alla ricerca del sè, alla ricerca della risposta alla domanda “chi sono io?”,
attraverso un pellegrinaggio fatto di spostamenti in quell’Oriente fatto di Cina, India,
Filippine, Tibet, etc., che già bene conosceva per lavoro e che riscopriva attraverso la
frequentazione e lo studio delle più svariate credenze, religioni, meditazioni e stili di
vita antichi, di quei paesi. Esperienza che lo portò a ritirarsi in un eremo
sull’Himalaya. Il libro offre al lettore molti spunti di riflessione e di indagine, e
sempre in modo gentile, umile, dignitoso. Mi ha colpito il fatto che l’autore era
un’estremista del vivere. Prima, a pieno titolo attivo nel mondo occidentale con la
rincorsa contraddittoria alla realizzazione materiale tipica della nostra era consumista.
Dopo, a pieno titolo attivo all’abbandono di tutto fino a rintanarsi in una casupola a
tremila metri di quota nel silenzio e nell’isolamento più spinto.
Ho pensato a me, ho pensato a noi. Che nella praticità del nostro quotidiano, nella
semplicità del nostro vivere, nell’ambiguità di essere su due mondi (quello fuori la
strada e quello dentro la strada), abbiamo giocoforza imparato in modo più o meno
consapevole, a mediare fra materiale e spirituale. A trovare un compromesso fra stare
in società e stare soli con se stessi. A capire che se si sta male o si sta bene dentro, si
sta male o bene ovunque, in casa come a duemila chilometri da essa. A battere una
via, quella della vita, che magari comprendiamo meglio di altri.
Haha!, sta a vedere che dopo eroi e martiri, siamo pure santoni! Ma no, noi siamo
solo discepoli. Il vero santone è la strada.
Buona… strada. Ommm!

Martiri, nostro malgrado!

“C’è un cazzo da lamentarsi. Nessuno è stato obbligato a fare questo lavoro. E se lo si
è scelto, è perché faceva comodo così. Facevano e fanno comodo, certe situazioni,
seppur estreme. Non siamo nè martiri, nè eroi.” Sostanzialmente sono queste le
parole, pronunciate da un camionista, che riassumono un ragionamento sulle
condizioni di vita che tutti noi abbiamo vissuto e viviamo facendo il mestiere che
facciamo. Tal pensiero, più o meno fa il paio a quanti dicono che, “non te l’ha
ordinato il dottore di fare il camionista, o ti va bene così, o quella è la porta.”
I Pirenei lato francese, a duecento chilometri da Lerida (Spagna), sono coperti fino
alle caviglie da una sottile ed astratta foschia che, per come si mostra e come si
volatilizza a seconda della rifrazione della luce bluastra dell’alba, sembra quasi più
frutto dell’immaginazione o di qualche strano gioco visivo, piùttosto che il risultato
naturalistico dell’ effetto climatico. Buon’ora e musica tranquilla a basso volume, mi
fanno muovere lento verso il primo scarico della giornata. Gioco con le linee bianche
continue a terra, cercando di non calpestarle ma solo di sfiorarle, mentre curvo e
ricurvo in questa stretta e serpeggiante Dipartimentale pedemontana.
Intanto continuo a ragionare su quello che mi è stato detto domenica e che ho
riportato all’inizio. E siamo già a mercoledì. Già tre giorni sullo stesso dilemma! Mi
fermo un momento per scattare una foto ad un laghetto ed ecco che Eureka!, tiro le
fila conclusive della mia opinione al riguardo. Non che non ne avessi una (e in tempi
passati mi espressi già, nei miei libri, su ragionamenti simili), ma rivalutare di tanto
in tanto le proprie convinzioni non fa male. Non è detto che le si cambino, però.
E’ vero, nessuno ci ha mai obbligato a fare, questo lavoro. Nessuno ci ha mai
obbligato a essere, questo lavoro. Ed è pure vero che tutti, ma proprio tutti dai,
abbiamo per tempi più o meno lunghi, con più o meno ingordigia, cercato, e
cerchiamo, di aproffittare dell’occasione e delle occasioni, per guadagnare di più, per
arrivare prima a casa, per ottenere in sostanza, il massimo col minimo. Per cavarcela
al meglio. Beh, che male c’è? E’ istinto naturale di ogni essere vivente, dall’uomo ai
sassi, migliorarsi. E’ il senso della vita, cambiare e andare avanti, in meglio o
credendo che sia in meglio.
Ma nemmeno Gandhi o MariaTeresa di Calcutta furono obbligati a sacrificarsi per gli
altri. Allora, non siamo in odore di santità come questi due giganti dell’umanità, non
siamo nemmeno da accostare a questi personaggi della storia o ad altri a cui nessuno
ha detto di fare questo o quello. Però sì, un po’ martiri e un po’ eroi invece, nel nostro
piccolo lo siamo eccome. Perché prestarsi ad una vita estrema, com’è quella del e
della, camionista, è da eroi. Gente disposta a crescere, a diventare uomo e donna,
attraverso l’arricchimento di una scuola, la strada, che non ha pari. Attraverso
l’inseguimento di una passione che ti mette in discussione ogni giorno, ogni notte,
ogni ora di questi giorni e di queste notti, e che ti regala palpiti macchè dico palpiti,
ma sobblazi del cuore, per le emozioni date dalla natura, dalle difficoltà superate,
dall’umanità che si incontra e si intreccia attraverso milioni di chilometri, milioni di
asfalti e sterrati. Attraverso l’assecondare il desiderio di scoperta. Noi, eredi naturali
di quei geni nel DNA che dei pazzi avi, dall’alba dei tempi ci hanno tramandato e che
serivirono a loro per tracciare le prime vie e le prime rotte dell’umanità, del mondo
globale. Noi, veri abbattitori di confini, veri promotori sul campo, della comunione,
della diversità e dell’interazione fra i popoli. Noi, tanti quanti una Nazione nomade e
che risiede ovunque. Sì, siamo eroi. E siamo diventati martiri. Nostro malgrado.
Perché questo sì, non ci è stato ordinato, ma ci è stato imposto. Perché in realtà, nel
cercare bene, fra le parole di critica, di rabbia, di disillusione, di sconforto, di
preoccupazione e di una generale stanchezza di, per e verso, questo mestiere, che
sempre più camionisti/e pronunciano, io ci scovo non una perdita di passione o di
voglia di sgranare gli occhi per lo stupore e la gioia di scoprire il mondo, non un
disamore verso il sacrificio che bisogna compiere per essere eroi, ma un avvilimento
causato da una sempre maggiore presa di coscienza verso l’annientamento di quei
valori umani e professionali che hanno caratterizzato fino a pochi anni fa questo
lavoro (e chiamarlo lavoro iniza ad essere riduttivo). Annientamento generato e
perpetrato dalle esigenze di bilancio industriali. Dalla scellerata politica economica
dell’Unione Europea.
Guidare un camion e svolgere le mansioni correlate, a seconda di cosa si trasporta,
rimane bello. Sono le condizioni in cui si lavora che tolgono gli entusiasmi. Il
scoprire che un bravo, una pacca sulle spalle, una stretta di mano sincera, un rispetto
reciproco, un abbastanza equo riconoscimento monetario, oggi sono solo puttanate
per la stragrande maggioranza delle persone. Scoprire che conta di più il numero di
targa davanti al camion, che il proprio nome sulla carta d’identità. Questo è quello che
fa male davvero, è che fa sentire martiri dopo una vita dedicata all’asfalto.
Lo so, chi è daccordo con il pensiero delle prime righe, mi dirà che è il mondo stesso
dell’autotrasporto che ha permesso e promosso tutto questo. E anche se non condivido
l’affermazione dell’amico camionista che mi ha portato a scrivere quello che sto
scrivendo, anch’io non ho difficoltà a cercare responsabilità dentro il nostro mondo.
Chi mi legge, sa il mio senso critico. Ma ciò è vero solo in parte. Non è tutta una
palta. Per centinaia di aziende colluse, per qualche migliaio di autisti ambigui, ve ne
sono dieci volte tanto che subiscono le decisioni e il fare di alcuni. E comunque di
fronte alla follia dell’Unione, pilotata dai banchieri e dagli affaristi, difronte alle
scelte geopolitiche internazionali, difronte alle coordinate di potere e potenza che
vengono spostate da un continente all’altro, con la bugia che bisogna ridistribuire il
benessere sociale mentre quel che conta è solo il far crescere i guadagni sempre in
tasca ai pochi che governano davvero (anche i politici sono pedine che a conti fatti
non governano un cazzo ma asserviscono), soprattutto noi dell’autotrasporto, che è il
mezzo indispensabile per smuovere materialmente tutto, siamo i primi a pagare,
siamo niente. Anzi,

Normale????

Il cambio automatico è molto comodo ma certamente meno divertente del cambio manuale o di quello sequenziale. Per abitudine e per direttiva del capo però, l’automatico è quasi sempre inserito e anche adesso in città, a Nantes, la pigrizia vince sulla voglia di sgasare e tirare le marce. Col traffico che aumenta di minuto in minuto, man mano che la gente si scaraventa fuori dai luoghi di lavoro per andarsene a casa, sommandosi a già chi si trova in giro per commissioni private e a struscio, il desiderio di far rombare il motore e sbatacchiare per bene pistoni e cilindri, devo per forza di cose, reprimerla.
Metro dopo metro, rotonda dopo rotonda, semaforo dopo semaforo, in mezz’ora copro due chilometri e mezzo. Buona media! Sì, per finire il giro fra una settimana! Daltronde sto percorrendo una via centrale verso il centro città. Ci sarebbe un bel divieto di transito per i superiori alle 11T, ma devo consegnare e tutto mi è concesso. Assopito dall’imbrunire, accentuato dalla pioggerellina fine che s’adagia ovunque, e infastidito dallo gnec gnec dei tergicristalli, mi distraggo guardando i pedoni. C’è quello che fa jogging, vestito a puntino per la corsa, schivando passanti e aggirando le auto. C’è quella che passeggia tenendo una borsa col marchio X e dentro, presumibilmente, un prodotto appena acquistato nello stesso negozio. Ci sono due uomini sulla cinquantina che si incontrano e si stringono la mano. Entrambi, nelle rispettive mani sinistre, tengono una borsa in pelle marrone, di quelle da avvocati o notai o esattori delle tasse. C’è una mamma che spinge una carrozzina, seguita in modo incerto e scomposto da un marmocchio appena più grande di quello comodo sul suo lettino mobile. Ci sono tre ragazzi spaparanzati all’esterno di un locale, con le teste protette dal tendone teso che delimita il plateattico e sul tavolino nero, spiccano tre tazze da caffè bianche. Gente normale, che fa cose normali. Mi sento un po’ spaesato e vorrei dire a tutti questi qua, che anch’io quando sono a casa, faccio cose normali, sono normale. Che quando lo sono, a casa e normale, e mi trovo alle undici di sera fuori da un locale con gli amici e vedo un camion passare, lo guardo e penso: ma dove va questo, a quest’ora. Poveraccio!
Va da sè: tutti loro mi risponderebbero che non gliene frega un cazzo e mi metto a ridere da solo. Poi, d’improvviso, la quiete noiosa e rassicurante del lento trukketrukke cittadino, viene interrotta, ma che dico interrotta!, messa a soqquadro, ma che dico messa a soqquadro!… viene devastata dal bilico, per giunta cisterna, che mi precede di una cinquantina di metri, separati solo da alcune vetture. Credevo sapesse dove doveva andare, evidentemente mi sbagliavo perché appena ha visto, nella sua mente distorta, una possibilità di inversione di marcia, non se l’è fatta sfuggire. Peccato che si sia inventato, anzi inventata, questa manovra, proprio nel momento peggiore e cioè dove inizia a stringersi la strada, all’altezza degli uffici comunali. Poteva girare a sinistra e andare verso est. Magari allungandola un po’ ma senza traumi. La collega invece, e mi sono stupito fosse donna a fare tanto casino, perché in genere le donne al volante dei camion sono molto più accorte, attente e brave degli uomini (non è una leccata di culo ma una realtà assodata), ha voluto fare dietro front, chiudendosi. Bloccando il traffico. Scardinando di brutto un paio d’auto parcheggiate negli appositi spazi. Rompendo il paraurti anteriore del trattore. Abbattendo un segnale. Tutti che escono a guardare, gente che suona, altri che urlano parolacce all’indirizzo della malcapitata, ormai inpanicata. Due gendarmi in moto che arrivano a razzo. Un’autopattuglia di comunali, arriva in scia alle due dueruote. Pure quelle che controllano i tagliandini dei parcheggi, sono arrivate. Dopo dei bei minuti e migliaia di euro di danni, la donna è riuscita nell’intento (beh, lo spazio se lo è creato ad hoc!), si è messa il più a destra possibile e poi, non so che mazzo tanto, le abbiano fatto! Non è stato permesso aiutare, anche solo per raccogliere i cocci e spostarli. Mentre scaricavo, qualche centinaio di metri più avanti, pensavo a quei video e a quelle foto che girano in rete e immortalano le folli manovre e le sbadataggini che vengono compiute dagli autisti di mezzi pesanti. Inesperienza? Drogati o ubriachi? Cortocircuiti improvvisi del cervello, che va in tilt per un periodo tanto breve, quanto deleterio? Non lo so, so solo che nel bene e nel male, a due metri da terra con un volante in mano, a star attenti ogni giorno a ciò che capita in giro, se ne vede e scopre, una nuova ogni volta.
Buona strada.

Recitare la vita

Quando “TIR”, ha vinto il festival del cinema di Roma, il mio amico e regista
Mattuzzi Francesco, si è depresso. Comprensibilmente. Il suo collega è arrivato prima
e soprattutto, primo. Ma mica esiste solo un film di guerra, gli ho detto. Ce ne sono
mille e, di conseguenza, ce ne possono essere mille anche su camion e camionisti.
Sì, perché anche lui sta girando un film su di noi, sulla nostra vita da strada. Le mie
parole lo hanno rincuorato, si è ridestato, e questa settimana è venuto via con me,
giacchè io sono uno dei protagonisti del suo progetto in essere. Progetto che ora, si
avvierà alla fase di scelta, premontaggio, montaggio e rifinitura delle scene e della
qualità video, nonché della scelta e della sincronia della colonna sonora, curata da un
musicista di prim’ordine in questa specialità. Così, fra scarichi e spostamenti diurni,
le serate invece, sono passate velocemente fra cineprese, microfoni, faretti e
cavalletti. E poi prove, riprove, prese e riprese. Registrazioni, visioni e correzioni.
Non pensavo fosse così faticoso recitare. Oh beh, sempre meglio di guidare e
scaricare, ma decisamente un’esperienza bellissima quanto impegnativa, e pure
istruttiva. Spero venga eseguito anche un contenuto extra, come capita di trovare nei
DVD ufficiali della maggior parte dei film, con scene tagliate e ciak sbagliati. Perché
l’impegno e lo sforzo per fare le cose al meglio delle nostre possibilità, sono stati
messi, ma abbiamo anche riso un sacco sugli errori di qualsiasi tipo che puntualmente
si commetteva e soprattutto commettevo. Vi assicuro che, ad esempio, girare una
scena in cui devi essere triste al limite della commozione, mentre hai la ridarola
addosso, è davvero dura e le ripetizioni si sprecano. Per assurdo insomma, a me
personalmente, che sono sempre stato e continuo ad essere molto curioso, piacerebbe
vedere un film del film.
Messa da parte questa singolare esperienza, e fatto scattare il conto alla rovescia
dell’attesa, per l’uscita di questo film documentario, riprendo possesso solitario della
cabina e ritorno a pieno regime a fare, ed essere, “solo” un camionista. Girare in due e
con borsoni pieni di cianfrusaglie al seguito, hanno messo alla prova la mia tolleranza
verso il disordine e la convivenza forzata, tanto che per i prossimi cinque anni
almeno, non porterò più via nessuno!
Buona strada.

La magia della notte

Sempre alla ricerca di nuove e stimolanti sonorità, mi imbatto nell’ultimo lavoro musicale di un gruppo islandese. Ufficialmente i loro sforzi artistici vengono definiti post rock. A me come definizione non piace, ma è un particolare di poco conto. Quello che più conta invece, è che le canzoni mi prendono l’anima e me la portano lontano lontano, lassù nell’Universo in mezzo alle stelle. Che sensazione incredibile! Il camion inizaia a fluttuare aggraziato sull’asfalto, bagnato durante il giorno dal nevischio caduto copioso. I lunghi saliscendi autostradali che tagliano in due la campagna tedesca, sono lasciati deserti, dai più, in questa notte. Abbandonato al sedile, lascio che i pensieri si sgranchiscano, liberi di uscire e di muoversi come meglio credono. Una pattuglia della Polizia mi sorpassa, dal lato passeggero un volto si illumina di poco e velocemente, sotto il lampo di luce generato dalle insegne luminose sospese a mezz’aria. Ci guardiamo per un attimo, mi battezzano regolare, prendono il largo e scompaiono, inghiotti dal buio. Ritorno ad occuparmi delle mie sensazioni che sono soffici, calde, piacevoli. Guidare di notte, è davvero e sempre, un’altra cosa. Un altro mondo. Nonostante il mio scrivere, il mio interesse per l’arte che mi procura mille emozioni, negli ultimi anni ho eretto un muro che nemmeno io, spesso, riesco a scalfire. Un muro che doveva difendermi, mi tiene prigioniero. Non so perché, anche se addirittura certi studi scientifici, affermano che effettivamente si hanno nei geni delle predisposizioni ad essere più diurni o più nottambuli, ma vivere col buio mi rende più recettivo, più creativo, più vivo.
Alle sei, dopo pochi semafori ancora increspati dalla sonnolenza, sono parcheggiato in centro a Wiesbaden. Scarico tutta la cassa e ancora al buio, riparto flemmatico. La notte mi ha sempre dato molto da fare a livello cerebrale e sensoriale e l’alba mi ha sempre dato le risposte. Sarà il periodo, sarà non lo so cosa, ma mi è tornata voglia di viaggiare di notte col frigo. Devo essere impazzito, da quando ho smesso (come si smette da una dipendenza), il rumore del frigo lo odio, non lo sopporto. Eppure ho questo rigurgito.
Infiniti occhi rossi davanti me disposti su tre corsie, e infiniti occhi giallastri e bianchi disposti sempre su tre corsie ma alla mia sinistra, sfilano lenti. Le nuvole grigiastre ora sono ben visibili, il telefono suona, la giornata senza cielo si mostra nella sua interezza. Il muro si ridesta e mi rimetto il vestito sgualcito, del buon asino da tiro. Buona strada.

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