Siamo tutti conniventi?

I miei giorni di vacanze invernali continuano e, come scritto l’altra settimana, faccio la revisione anche a me. Fra i vari acciacchi dati dalla precoce senilità, la mia battaglia col colesterolo dura da anni, con vinti e vincitori da ambo le parti, in un continuo saliscendi di valori. Insomma, faccio il prelievo e pago. Nove euro per le prestazioni ovvero colesterolo buono, colesterolo cattivo e trigliceridi. Costo ricetta 10 euro. Per un totale, come potete far di conto, di 19 euro. Per un elettrocardiogramma pago altrettanti 10 euro di ricetta più il servizio, e alla fine della storia, in un paio d’ore ho speso 41 euro e 55 centesimi. Di cui 20 solo di ricette. Questa cosa, dopo averci pensato un po’, mi ha fatto talmente adirare che mi ha spinto in via eccezionale e fuori dalle mie abitudini, a scrivere un post sull’ormai famoso e anche palloso, Facebook. Mi sono scatenato a mal parole contro la classe politica dei tempi trapassati, passati e presenti, perché a conti fatti e per tutti i motivi più o meno validi che volete, gli articoli 1 e 32 della costituzione italiana (obbligo dei governanti a garantire il diritto al lavoro e alla salute a tutti i cittadini), sono da decenni costantemente disattesi. Un’amica, in risposta mi ha richiamato all’ordine per i miei sproloqui e per la mia generalizzazione, aggiungendo anche il seguente pensiero: “se scrivi “tutti” (i politici), forse si può intendere che generalizzi. E’ come se io dicessi che tutti i camionisti sono pericolosi quando guidano…no?”
Di mio, ho giustificato il “tutti” replicando che non riesco a ricordare e nemmeno conosco, i nomi dei politici che si sono susseguiti, nei decenni, alla guida del paese e all’opposizione anche se concedo la diversità di responsabilità a lor signori, per come hanno saputo portare un paese grandioso allo sfascio, ivi compresi tessuto e bisogno, sociale. Devo altresì ammettere che l’osservazione fattami, e cioè sulla generalizzazione, ha la sua ragione. Nel momento in cui si ribalta un pensiero all’interno del proprio mondo personale o lavorativo che sia, la prospettiva cambia. Dire che “tutti i camionisti sono pericolosi” o banditi, mi fa subito agitare perché so benissimo che non è così. Anzi, odio che si faccia di tutta un’erba un fascio, come si suol dire. Anzi, il mio stesso scrivere libri su di noi e il nostro lavoro ha, implicitamente, quello scopo di far notare come la maggior parte di noi è gente a posto.
La benevola tirata d’orecchi della mia amica (che mi conosce da venti e più anni e che sa come provocarmi), ha fatto nascere in me altre domande: quanto siamo responsabili e complici, tutti noi buoni e bravi e onesti del mondo del trasporto, rispetto a quella frangia malata e delinquenziale che ha eroso negli anni, valori umani ed economici nel nostro comparto? Quanto è forte la nostra responsabilità oggettiva, di fronte ad un autista che guida in pericolosità e non denunciamo? Quanto è forte la nostra responsabilità oggettiva di fronte alla malvivenza del settore, che sappiamo più o meno tutti, dove e come si annida, non facendo nulla per fermarli, demandando sempre ad altri, il gravoso compito? Quanto insomma, noi e in generale i cittadini di una Nazione, sono in qualche modo anche artefici, del malcostume?
Buona strada.

Romanticismi di fine anno

Come ogni anno, anche questa volta, i giorni lavorativi che precedono il Natale si sono rivelati a dir poco, frenetici. Dopo quindici giorni fra Francia e Spagna, 7700km e 61 consegne, finalmente il momento di svuotare il camion e di portarlo in officina per la manutenzione ordinaria, e in carrozzeria per manutenzione straordinaria, mannaggia ammè!, è giunto. Anzi va, mannaggia a quel muretto che si è messo in mezzo quando facevo manovra! Ecchecavolo non vedi che sono in movimento? Statte fermo! Insomma mica colpa mia se ho rovinato l’angolo basso a destra, ma colpa del muretto. Che poi devono averlo costruito da poco, perché mica c’era le altre volte.
Ah sì, dicevo che è giunto il tempo della manutenzione… Tempo anche delle ferie e della manutenzione per me! Medici, visite, analisi. Cambia qua, togli là, sostituisci questo, rimetti quello… cigolii e malfunzionamenti vari dovrebbero andare a posto, così da spegnere tutte le spie rosse del corpo. Poi, riposo assoluto fino a metà mese che dopo, il tiro senza pausa fino ad Agosto, sarà lungo.
Una cosa che mi rilassa assai, è l’opera di sistemazione, rinnovo e sostituzione, degli accessori, degli indumenti e delle cose essenziali, che mi porto in cabina durante i viaggi. Compiendo queste azioni ho iniziato a pensare a quanto poco ci metto per sgomberare il monolocale viaggiante, rispetto ad un tempo. Ho iniziato a pensare e il mio pensiero è andato a parare lontano. Perché un tempo avevo la cabina abbastanza decorata. Luci, TV, oggettini vari, insegna luminosa col nome, apparato CB sempre in funzione. Cenavo al ristorante, magari sedendomi al tavolo di qualche collega sconosciuto e si parlava un po’. Partecipavo, a pieno regime, al circo dell’autotrasporto, con tutte le sue caratteristiche di contorno che, a torto e a ragione, hanno creato e alimentato gli stereotipi su di noi. Man mano che la disillusione sostituiva l’incanto, sono diventato sempre più minimale, sempre più schivo, sempre più silenzioso. E solitario. Via luci, scritta, CB. Via tutto. Dopo anni passati a sentir discorsi, lamentele, programmi e aspettative puntualmente disattese, sempre uguali e che mi hanno nauseato, mi sono reso invisibile. Mi sono nascosto per salvaguardare il mio romanticismo. E affrontare un dialogo seppur minimo, con un collega, era diventato motivo di fatica. Dopo aver guidato e scaricato tutto il giorno, avevo e ho, altro a cui pensare. Ho i miei libri che mi aspettano e che bisticciano per uscir fuori dal mio cuore, per prender posto nei fogli bianchi del computer. Ogni tanto un moto d’orgoglio e d’innato animo battagliero, mi fanno desiderare di cambiare il nostro mondo sempre più alla deriva. Mi fanno desiderare di partecipare in modo attivo. Poi prendo atto dei continui fiaschi, dei continui insuccessi, delle continue reciproche accuse in un tutti contro tutti. Allora richiudo la porta, mi risiedo alla scrivania, mi rimetto a digitare sulla tastiera. Che, forse, una buona azione fatta dal gruppo X di camionisti, un’iniziativa sociale presa dal gruppo Y, un articolo di un cristo qualsiasi, fanno più bene delle urla inconcludenti di molti altri. E, scusate l’egoismo ma, il mio romanticismo è salvo.
Buona strada e, buon anno.

L’erba del vicino è sempre piú verde

Gli USA, hanno una loro personale black list di Stati canaglia ovvero una lista di Stati nemici giurati. Eh beh, anch’io ne ho una mia personale, fatta di persone, cose e Stati, cosiddetti appunto, canaglia. Con buona pace di uno dei miei fratelli che vi nacque nell’ormai lontano 1966, la Svizzera è al primo posto (ex equo con un altro paese) della mia graduatoria. Dai dai: nel cuore dell’Europa e ancora con le gabelle doganali e di tre lingue parlate non ne fanno una. Suvvia! Se non fosse per i soldi che da tutto il mondo hanno confluito e continuano a confluire, hai voglia te, di campare bene a suon di cioccolata e orologi! Questa bonaria antipatia di cui non faccio mistero però, non mi impedisce di vedere e captare ciò che funziona. Eh qua, non c’è che dire, funzionano tante cose.
Oltre alla passeggiata sulla neve col pensiero rivolto alle amiche delle LadyTruck, mentre mi sposto da una consegna all’altra, ascolto radio rete uno che almeno, seppur abbia una quotidiana scelta musicale orribile, è in lingua italiana. Nel giro di quattro giorni, il Governo confederato ha emanato un paio di leggi discusse in quindici ore, ha aumentato (di molto) le quote di soldi da versare ai comuni, e hanno fatto piazza pulita di un paio di problemi inerenti a nomine di dirigenti pubblici.
E’ che cos’è, ho pensato, il paese del bengodi? Soldi ai comuni? Rimpiazzo di gente non perfettamente in linea col costume elvetico? Decisioni importanti quali il nucleare e il ministro degli esteri, prese in quindici ore di discussioni? Ma allora, volendo, si può far funzionare uno Stato? A quanto pare sì, si può farlo funzionare. E pure bene.
Alla morte di Mandela, si susseguono servizi radiofonici vari e fra questi, l’attenzione mia è catturata da un’analisi del Sud Africa oggi. Dice che, nonostante il lavoro del compianto ex presidente, il paese versa ancora in una situazione razziale preoccupante, che la piccola classe benestante è ancora troppo lontana dai meno abbienti e che la corruzione rimane ad alti livelli. Sconsolato, non posso altro che pensare all’Italia, molto più simile al Sud Africa che alla Svizzera.
Insomma è proprio vero, l’erba del vicino è sempre più verde. Buona strada.

Insolite Mondanità

Superati due camion lentissimi, davanti a me si apre finalmente e inaspettatamente un tratto di strada in completa solitudine. Niente auto, niente camion, solo io, il sole, la neve immacolata che copre la montagna e gli alberi, i laghi ghiacciati e i torrenti stanchi, provati dal freddo. Questo inaspettato silenzio, questa inaspettata solitudine, mi riempiono di serenità e non posso far altro che bloccare il camion e concedermi una breve passeggiata in mezzo alla neve.
Il piacevole fuori programma mi fa quasi sentire più buono. Così, che il film TIR abbia vinto il Festival del Cinema di Roma, che un altro film, sempre su di noi, sia in divenire, che ci si prepari a scioperi più o meno sentiti, con la solita armonia che il settore può sfoggiare, o che il Governo abbia già speso sette mesi per annunciare morte, nascita e rimorte parziale dell’IMU, non hanno importanza. Si dissolvono. E l’unica cosa che mi fa piacere pensare è al pranzo organizzato dal gruppo Lady Truck Driver Team, a cui ho preso parte domenica a Piacenza.
Forse non è un caso se negli ultimi 3 mesi ho partecipato a 3 eventi pubblici del mondo camion (cosa mai fatta nei 21 anni di volante precedenti). Forse non è un caso se, nel momento in cui mi sento particolarmente e negativamente ostaggio e imprigionato di e da, questo lavoro, incontro gente buona, sana. Forse non è un caso che a un pranzo, qualcuna da vicino mentre ci parlo, qualcuna da lontano, guardo queste donne. Guardo e osservo i loro occhi, l’acqua indomita che tutti questi occhi contengono, e vi trovo una passione e una tenacia che insegnano la forza.
Queste righe un po’ senza capo né coda, queste righe improvvise che sgorgano e che detto a braccio al telefono, sono per loro, per le Lady Truck Driver Team, che hanno ancora tanto di che dare.
Buona strada.

Anima Mundi

Da quando cambiai azienda, dopo i primi periodi in cui tutto c’è da imparare per sapere come muoversi in un nuovo ambiente, mi accorsi che albergava in me un lieve senso di incompleto. E finalmente ho capito perché. O meglio, ho capito cos’è, questo senso di incompleto. Mi mancava il viaggio. Ma come, se viaggi sempre e ovunque, penserete. Si certo, ma prima, dalla partenza alla prima consegna passavano 900, 1.200 km. Più spesso 1.300, 1.500 km. Questa cosa mi faceva partire con una certa leggerezza, con la mente sgombra. Che tanto c’era tempo. E quel tempo me lo godevo, mi rilassavo.
Dove sono ora, per quanto i chilometri percorsi siano uguali e di più, le prime consegne, generalmente, le faccio dopo 500, 800 km. Questo fa sì che, fin dal primo minuto di guida, la testa si immerga nel lavoro. Tempi di percorrenza, arrivo, scarico, strade, etc. Non c’è stacco, respiro. Lavoro, macchine, unità produttiva. Dall’inizio alla fine senza tregua. Accade però che, per una volta, il viaggio di lavoro abbia un’anomalia. Così, di colpo, mi trovo a Marsiglia e viaggio. Montpellier e viaggio. Perpignan e viaggio. A Barcellona, un’alba biblica di unica bellezza m’accarezza il cuore con tocco delicato ma efficace. Il cielo sembra fatto di cartapesta da un’abile artista. Le nubi, con cappelli blu cobalto, sono dipinte di bronzo, rame, oro giallo e rosso. Sembrano sospese da fili invisibili. Un’alba così vestita a festa non l’avevo mai vista. E qui mi accorgo che sto viaggiando per davvero. A cuor leggero e rilassato. E sono ormai a Valencia. E sono ormai ad Alicante. A metà novembre ci sono 24 gradi, con un bel sole che si specchia vanitoso sul mare.
Continuo a viaggiare, passo Cartagena. Almenia e viaggio ancora. E la meta è ancora lontana, per fortuna. Fra chilometri e pause corrette, ce ne vuole ad arrivare. Mangio patatine e bevo cocacola mentre sorrido al bumbumbum di una radio spagnola perfetta per i miei gusti musicali e più che perfetta, è magica.
Mi sento dentro ad un documentario natural turistico. Il paesaggio mediterraneo qui è al massimo splendore. Qui tutto il Mediterraneo si è sempre incrociato e puoi vedere un palazzo metà romano metà bizantino. E Granada, e Antequera, e Siviglia e Huelva. Ecco, sono arrivato. Davanti a me il Portogallo. Alla rotonda a sinistra il Marocco. Mi sento al centro del mondo e sono così sereno e pieno, per aver fatto, dopo tanto tempo, un viaggio vero, che il sole non poteva non esserci e si specchia come il giorno prima. Ma questa volta lo fa in due mari. Mediterraneo e Atlantico. Che qua si mescolano e si amalgamano, come due anime in una. Ma come non esistono tante anime ma tanti pezzetti che ne fanno una sola, unica, immensa, così anche il mare è unico e indivisibile. Solo i nostri limiti danno più nomi a qualcosa che è tutt’uno. Solo i nostri limiti porzionano qualcosa che non è porzionabile.
E se tutti noi camionisti avvicinassimo i nostri pezzi d’anima per farne una sola? Una sola che si muova come il mare? Si può sconfiggere il mare? E se anche noi ci trasformassimo in un unico moto ondoso, chi ci sconfiggerebbe?
Poi mi desto da questo sogno e, a volte sono davvero troppo visionario.
Buona Strada.

British Mood!

Dalla zona nord est di Londra, mi dirigo verso la parte opposta. Percorro la A406 che è la North Circular Road. Scampato il pericolo degli immigrati clandestini e sverginato da questo evento, ormai mi sento parte del luogo. Mi lascio tirar dentro a questo composto caos di persone e macchine. Il tempo è quello tipico che ci viene sempre riferito, ovvero grigio, umido e piovoso. Le case tutte uguali e schierate lungo la strada, corrispondono perfettamente a quelle che si vedono nei film o telefilm britannici. Ripercorro con la mente pellicole cinematografiche come Danny the dog, Holligans, The Snatch. Una Londra vissuta in celluloide che ora è qua, una Londra che ora mi contiene. E’ molto affascinante. Quando vedo le insegne stradali che indicano West Ham, Totthenam e altri quartieri resi famosi dalle rispettive squadre di calcio, mi sento… non so come mi sento! Ma che cavolo, fa figo esser qua. Quando intravedo una porzione delle tribune dello stadio di Wembley, so che sono vicino alla meta. Intanto le abitazioni in serie, carine e discrete, hanno lasciato il passo ad alloggi più trasandati. E qui vi abitano islamici con tunica e burqa. Attenzione! Nessuna polemica o giudizio discriminante, ma è un fatto incontrovertibile. Tutte le zone più brutte delle città, e di città in Europa ne ho passate in rassegna davvero tante, sono abitate dagli immigrati di ogni dove. Spesso musulmani. E quel senso di brutto e fatiscente che si percepisce dei loro paesi attraverso i media, se lo portano appresso anche in giro per il mondo. Mai una facciata dipinta di fresco, mai una cosa ad abbellire un luogo. Mai un senso feticistico che ti faccia sentire di appartenere. Sempre e solo il senso di utilizzare una cosa per uno scopo, senza poesia. Come i camionisti che hanno viaggiato con me, in treno.
Ecco, Park Royal. E’ la mia uscita e cinquecento metri dopo sono dal corriere. Ho trentacinque cubi di merce da tirar giù, un lavoraccio. Anche le costruzioni ad uso lavorativo, in questa zona almeno, sono di mattoni rossi e marron, come le case e come tutti gli immobili del nord Francia, Belgio, Olanda. Tutta quell’aria inglese che respiravo e di cui scrivevo uno o due anni fa, girando il nord del nostro vecchio continente, ora si conferma. Mi compiaccio allora, per un momento, col mio sesto senso, col mio sentire. Che quando si fa comandare dalla pancia, sede dell’anima, non sbaglia mai.
I ragazzi dello scarico mi accolgono con bonarietà e mi offrono un tea. Insomma un classicone. Uno di loro sfoggia sul cranio rasato, un tatuaggio raffigurante la faccia di Cristo con corna e lingua da Belzebù. Un altro ha scritto Chelsea un po’ovunque, collo, cranio, braccia. Sono evidentemente dei curvaioli da stadio e guardandoli, magri rasati pallidi, con bomberino e anfibi, immagino da che parte stanno. E me li vedo a menar botte. Dopo un paio d’ore la cassa è quasi vuota e arriviamo al pezzo forte: tre bancali di pavimenti legno e pietra. Tirali giù? Un’impresa titanica. Lunghi due metri e mezzo e pesanti non so quanto, non riusciamo a muoverli. Così, nell’indecisione se scaricarli o no, nell’abisso di decine di chiamate fra me, l’ufficio, il cliente finale, il fornitore e loro, alle tre del pomeriggio sono ancora lì. Ero arrivato alle nove…
Ma bisogna tirali giù e con due trans pallet e in quattro, riusciamo ad aver la meglio. Non senza sforzi e fucking shit ripetuti a nastro. Il tipo col cristo indiavolato tatuato in testa, all’ennesimo sforzo scorreggia platealmente e tutti scoppiamo a ridere e in
coro esclamiamo: Oh fucking shit! Qualche momento di ilarità non guasta mai e anzi, salda i rapporti, seppur fugaci e occasionali.
La poca luce solare che da dietro alleggerisce le nubi grigio topo, inizia a farsi ancor più flebile. Speravo di fare il percorso a ritroso, verso Folkstore, col chiaro. Ma il tempo perso e il chilometrico incolonnamento cittadino, mi condannano all’ennesimo viaggio immerso nel buio generale. Beh, fatto salvo per lampioni, luci varie e fanali.
Scarpe nere, calze nere al ginocchio, mini nera e soprabito beige in un’improbabile stile tenente Colombo. La ragazza che cammina lesta sul marciapiede incrocia il mio sguardo, la saluto con un cenno della testa ed un sorriso. Lei ricambia e continua per la sua. Penso: Hey, baby! Big italian stallion! E me la rido da solo per questo estemporaneo siparietto mentale che mi sono confezionato.
Dopo una mezz’ora in cui continuo a partecipare attivamente al caos stradale, da una citycar nera scende un dandy che, avvicinandosi alla mia portiera, si mette a starnazzare non so che. Capisco solo touch me! Touch me!
Quello che ho pensato? Ve lo scrivo papale papale e in dialetto: touch me? Oh, ma te son recion e te vol che te tocco qua, in meso alla strada? Brutto porco!
Il tipo sostiene che l’ho toccato col camion. Gli faccio notare che son fermo, che ho il freno di stazionamento inserito e che, soprattutto, sono a un metro e mezzo da lui! Io non lo so, mi capitano sempre questi tipi. Due volte a Parigi, una a Barcellona, a Francoforte o giù di lì. Ora qua. Mah! O che ho la faccia da pirla, o che ne so.
Fatalistico, gli dico, per la seconda volta in giornata, “call the Police”. Per tutta risposta mi ripete “you touch me” e riparte. Valli a capire. Forse voleva davvero farsi toccare, sto dandy finocchio.
A forza di dai e dai, riesco a portarmi fuori città. Due incidenti di lieve entità provocano rallentamenti sulla M20 che avevo percorso dodici ore prima, dall’altra parte. La guida a sinistra che tanto mi impauriva, mi è entrata subito, tanto da cimentarmi anche in qualche sorpasso.
Alle 19 ora locale, sono al channel tunnel e alle 19:24 sono seduto nel vagone passeggeri, in movimento verso la Francia. E quando ho rimesso le ruote per strada, per un attimo ho esitato. Stavo per mettermi a sinistra! Guardo dietro, soppeso le sterline in moneta, sogghigno. Come prima volta in UK, niente male. A questi ritmi se passo due mesi là, o mi trovate sotto il Blackfriars Bridge come Roberto Calvi, o divento Re!
Sto scrivendo queste righe e ho il mal d’Inghilterra. Dai sapete, come il mal d’Africa. Non vedo l’ora di tornare e di spingermi in su, in mezzo a quell’enorme isola per scoprirla un po’, magari fino a Glasgow o un po’ più su.
Buona strada.

The best start!

Che inquietante ripetersi degli eventi. A distanza di un anno, il computer è partito e il blocco dello scrittore è tornato. Chi (ri)và e chi (ri)viene!
Ma dopo due settimane di silenzio, ora vi beccate la solfa a seguire, e pure a puntate. Inizia ovviamente, dal 1600.
La lingua inglese mi è sempre piaciuta, fin da piccolo. E non vedevo l’ora di andare alle scuole medie per impararla. Ma al momento delle formazioni delle classi, con alunni e genitori presenti, udii: “Piras Fabrizio sezione B, francese”. Alla ferale notizia reagii scappando e piangendo ( e te pareva!) e i primi giorni di scuola furono drammatici, fin tanto che non digerii la cosa.
Considerate come sono andate le cose, e cioè che sono un assiduo frequentatore della Francia, tutto ha un suo perché. Ma non mi arresi mai all’idea di non imparare anche la parlata dei sudditi della Regina così, armato di vocabolario, a forza di tradurre canzoni, iniziai a dar del tu anche all’inglese. Tanto che qualche simpatica volta, io e un amico andavamo allo Snoopy e parlavamo in quel modo per fare esercizio. Ah, lo Snoopy era una paninoteca in viale Trieste a Portogruaro, non più grande di quattro cabine. Bancone con piastra per cucinare, un micro bagno, cinque tavolini. Muri bianchi e arredi lilla. Lo Snoopy chiuse e io, preso da mille vite tutte tumultuose, dimenticai tanto, troppo, dell’inglese. In compenso appresi e so bene, il friulano. Ma nel Regno Unito, dove finalmente mi sono recato per la prima volta questa settimana, è cosa irrilevante.
Generalmente, quando affronto una prima volta, mi agito un po’. Quella sana preoccupazione che alza il livello d’attenzione e ti mantiene bello carico e sveglio. Ma questa volta, non so perché, l’agitazione si è trasformata in paura. Paura vera e propria. Il piacere e l’emozione di questa meta quindi, sono stati soppiantati di gran lunga dal timore esagerato. Un’inquietudine anormale che mi ha fatto presagire losche fini. Domenica, lunedì, martedì. Di giorno e di notte non è esistito null’altro che il pensiero negativo. Guardavo la cartina di Londra, dove mi attendevano le due consegne da farsi, e più guardavo questo immenso e caotico intreccio di strade, più l’ansia saliva.
Mi son votato ai Santi, ai morti, ai vivi. Ho cantato riti e nenie. Ufficio e casa mi hanno rincuorato, ognuno a modo loro. Ma niente, il turbamento regnava. Dopo una prima consegna in Austria e quindi sottocasa, son passato per la Germania, la Francia e il Belgio. Martedì sera, all’ultima stazione di sosta prima del confine e a circa un’ora da Calais, mi fermo per la pausa notturna. Complice l’influenza in incubatrice, e ora che sto scrivendo, bella che esplosa in tutti i suoi effetti classici, dormo bene e profondamente. Poco prima delle quattro mi alzo, mi preparo, faccio il giro del camion e tutto sembra in ordine. Aspetta… ma… non avevo messo lucchetto piccolo e lucchetto grande? Ora, nell’ordine, ci sono lucchetto grande e lucchetto piccolo. Boh! Sarà!…
Buio, pioggia, folate di vento trasversale. Eurotunnel col treno. Insomma non godo nulla del paesaggio, che da queste parti mi piace. E che tristezza non essere in nave, non vedere la costa inglese avvicinarsi, ingrandirsi, accogliermi. Senza tutto questo contorno, è tutto così meccanico, grigio. E tutto così e solo, lavoro. Senz’anima. Efficiente, puntuale. Ma vuoto. La ragazza all’UK border control mi fa un gran sorriso e mi saluta con un “ciao”. Ricambio volentieri sorriso e saluto e per un attimo mi sento meno globalizzato. Ci infiliamo nei vagoni, lasciamo i camion e ci facciamo portare dalla carrozza dedicata ai passeggeri. Muuu! Come mucche. Polacchi, lituani. Non abbiatevene a male ma che brutte lingue, sembrate handicappati quando parlate. Ma loro qua, ora, regnano. E non vedo un briciolo di poesia nelle loro stupide rughe da somari da tiro. Per un momento ho anche la folle idea di chiedere informazioni ma mi capirebbero? E poi mi sono sempre arrangiato. Sarà così anche questa volta. L’avrete capito, non mi piace per niente far comunella, non me ne frega niente. In questo stupido treno ci sono anche due ex colleghi che mi hanno visto troppo poco per ricordarmi. Anch’io. Ma mi precedevano all’imbarco e li ho riconosciuti. Li evito come la peste.
Cazzo, intanto che arrogantemente sputo sentenze, siamo arrivati. Welcome to United Kingdom! Ora ci sono proprio, ora devo farlo proprio. Ora ci sono dentro. E allora via! Mi guardo sullo specchietto, mi sorrido, mi faccio un complimento. Noto che la paura dei giorni e delle ore precedenti non c’è più. E mi dico: vaffanculo, asfalto è asfalto, sempre quella è! Parto, mi metto a sinistra e non mollo più!
Per arrivare a Barking, nella zona nord est di Londra, percorro la M20 dallo sbarco, mi immetto sulla M25 ovvero l’autostrada o Motorway, che circonda tutto il territorio definito come Londra o Big Londra e che conta 14 milioni di abitanti. Attraverso il Tamigi passando il ponte di Dartford o ponte della Regina Elisabetta II. Di giorno il ponte è a pagamento e al casello rimango perplesso. Alla mia sinistra non c’è nessuno. Cazzo! I caselli sono a destra! Infatti il tipo guarda e attende che sbuchi dal lato passeggero. Si può pagare in Euro così gliene allungo 50. Mi dà il resto in sterline, 34. Riparto e mentre mi allontano faccio due conti e capisco la fregatura. Costa cinque sterline e lui se n’è tenute 16! Bastardo. Benvenuto insomma, italiano somaro. Dopo il ponte, giù a sinistra sulla A13 e dritto fino a destino, sulla industrial estate. Il traffico è sostenuto e questo mi aiuta. Andando piano, ragiono bene sui nuovi movimenti stradali. Non è tanto tenere la sinistra, quanto non incasinarsi con le precedenze. Arrivo senza problemi dal cliente e appena scendo, sento bussare. Mi guardo attorno e non c’è nessuno. Tempo due minuti e il ragazzo che apre la falegnameria arriva, parcheggia la moto e mi viene incontro. E sentiamo bussare. Ci guardiamo e siccome non abbiamo le allucinazioni, capisco. I lucchetti! Avevo ragione sulla loro sistemazione.
Li controllo e mi rimangono il mano. “Call de Police, please”. Ho pensato: ho dei clandestini sulla cassa. Li lascio andare o chiamo la Polizia? Non ho perso un secondo di più e Tim ha chiamato le forze dell’ordine che cinque minuti dopo sono arrivati. Tre auto per cinque di loro. Il capo dei cinque urla verso la cassa. Abbondante nelle forme, con faccia tonda, colorito pallido e gote rosse. Capelli biondi. E’ proprio inglese. La poliziotta coi capelli viola si posiziona più indietro degli altri e tiene in mano uno spray. Penso che la libertà personale di una divisa in Italia, non è così spiccata tanto quanto qua. Tanto da tenersi i capelli viola. Noto che hanno pistole gialle, forse a scarica elettrica. Un paio di manganelli vengono alzati al cielo, pronti ad abbassarsi sui clandestini in caso di resistenza o fuga. Ok, apro le porte. “Oh my God!” esclama il poliziotto più giovane. Sei clandestini di chiara matrice indiana, stanno lì seduti, con le facce da cani bastonati. Vengono fatti scendere e, ammanettati, messi in fila a ridosso di un muro. A questo punto scarico i sei colli e poi controllo. Questi animali che fanno tanto le facce tristi, fintanto che sono stati miei inconsapevoli ospiti, hanno fumato, pisciato, rotto cartoni per starsene più comodi. Disseminato i loro pochi vestiti ovunque e abbandonato tre telefonini, dopo averli rotti e fatto sparire le SIM. Ho un moto di rabbia e dalla cassa cerco di tirar un calcio in faccia a uno di loro ma son troppo lontano per riuscire a colpirlo. I poliziotti non fanno una piega e quella coi capelli neri e antenati imparentati coi beduini qua davanti, mi chiede il numero di telefono. Per un’eventuale indagine o cosa? Certo, per questo fatto qua, ci mancherebbe. Ma me la tiro pensando che a due ore dal mio arrivo ho già fatto una conquista.
Spiego come sono andate le cose e chiedo se ci sono problemi per me. Nessun problema e anzi, mi dicono bravo che li ho fatti chiamare. Fossi stato in dogana sotto scanner, a quest’ora sarei ancora dentro. Mi è andata indubbiamente bene. Ironicamente dico loro che “ This is my first time in London and UK, the best start”. Il capo mi sorrise e mi fa ok col pollice alzato. All’arrivo del cellulare i clandestini vengono fatti salire e portati via. Le tre auto mi salutano e sbaraccano. Io posso riprendere il mio viaggio. E che il cielo me la mandi buona perché, se queste sono le premesse, son rovinato.
To be continued….

Oggi ne è valsa la pena

Ho già percorso circa cinquecento chilometri oggi, ho messo a segno dodici consegne. Ho fatto metà giro in un giorno eppure non sono per nulla stanco e non ho nessuna voglia di fermarmi. Ho tre ore a disposizione e disto dall’ultimo scarico giusto giusto tre ore di strada. Allora vado avanti, allora faccio la corsa sulla notte, che alla mia destra avanza con le sue fauci scure, ingorde, e mangia l’azzurro alla mia sinistra. Poi lo vomita, trasformato in un rosso violaceo e rigonfio. Io, beh, ora che sto così bene, ora che ho la colonna sonora perfetta per questo momento, volo dentro il tramonto e oggi è valsa la pena essere un camionista. E’ tutto il giorno che una certa magia mi ha accompagnato. Tutto è andato bene, sembrava di viaggiare sui cuscinetti d’aria dei treni d’altissima velocità giapponesi. Dopo la scorpacciata di cielo che s’è fatta, la notte fuma una sigaretta e la luce della piccola brace è impersonificata dalla luna. Anche adesso mi sembra d’essere a qualche centimetro da terra. Tutte queste curve, tutti questi saliscendi, percorsi in modo così sinuoso. Certo però, il Volvo sarà anche un bel camion, ma ha una potenza luminosa che fa schifo, sembra di non aver fari.
Non so perché negli ultimi tempi sono così introspettivo nei miei scritti, fatto sta che anche questa volta mi viene da domandarvi qualcosa, più o meno sul filone dell’altra volta, e cioè: Quante volte avete pianto, nel bene e nel male, per “colpa” del camion? Che abbiate pianto come un moccioso, o che al vostro posto sia stato il cuore a versare una lacrima che ha fatto pling sul fondo dello stomaco che si stringe d’istinto, non importa. Quante volte, quindi? Ve le ricordate tutte, queste volte? Che bello sarebbe, poter ascoltare le vostre risposte immediate. Ascoltare i primi aneddoti che vi vengono in mente e che allora, probabilmente, vi hanno in qualche modo segnato. A me viene subito in mente quella volta là, tanto tempo fa, quando a qualche metro dall’Oceano, mi sono sentito così grande e forte e fiero e così io, così me stesso che pensai: qui, io sono. E furono lacrime felici. Oppure quell’altra volta là, quando a Termoli e quindi a solo qualche centinaio di chilometri da casa, mi sono sentito così lontano che credevo di essere dentro un incubo da film horror, non pensavo più possibile il rientro e piansi di paura.
Penso a quando portarono uno Stralis nuovo in azienda e io rompevo già da sei mesi che spettava a me il trattore nuovo. E quando lo vidi, così bello, nuovo e lucido e il capo mi disse che era per me, io ringraziai, dissi che non lo volevo e mi avvicinai al mio trattore che usavo e con cui condividevo quattordici, quindici, a volte diciottomila chilometri, al mese. Lo accarezzai, lo baciai (sì, lo baciai proprio, sui deflettori laterali) e con gli occhi lucidi dissi che: ghe voio ben a questo, me tegno questo. Lo dissi così, in dialetto, mentre il boss scuoteva la testa e sorrideva.
Oppure quando, dopo due giorni bloccato sulla neve ripartii per poi, quattro ore più tardi, fermarmi per un guasto. Dopo un’ora di inutili tentativi di meccanica improvvisata, sotto pioggia e neve, mi misi col corpo dritto, levai il volto al cielo, lasciai gli occhi aperti e vittime degli aghi freddi che scendevano e bestemmiai all’indirizzo degli dei, in un moto di rabbia e di sconforto, che mi fece odiare tutta la mia vita sul camion.
O ancora, quella per fortuna lontana notte, in cui ero dentro un baratro infinito e l’unico modo per tendere una mano verso l’alto di questo pozzo oscuro, fu mandare un sms. Che mi calpestò la mano e mi buttò ancora più a fondo. Mai mettersi con una donna sposata, crei solo danni se mandi messaggi fuori orario e, fuori orario, non sei nessuno.
Ma anche quella volta, ricordo, quando mi “persi” nelle colline toscoemiliane con altri tre colleghi, improvvisammo una cena e mangiammo e bevemmo da schifo, alla faccia di quelli che erano in colonna sulla A1, poco prima di Barberino in direzione sud e imprecavano. Storia tanto carina questa, che ne feci un capitolo nel secondo libro mio. E potrei andare avanti così per pagine e pagine, ma mi piacerebbe che a scriverle foste voi.
Buona strada

Il confine

Durante la giornata o la settimana lavorativa, quali sono per voi il momento migliore e il momento peggiore? Cosa vi fa star bene e cosa vi fa star male? Alcuni dicono che Dio, è quel momento d’attesa che si ha quando si gira una pagina di un libro. Quel momento che ti divide da ciò che sai e quello che non sai. Lasciando stare Dio e tutto ciò a cui uno può o non può credere, prendo la frase solo a riferimento e ad esempio, di quanto durano le sensazioni a cui mi voglio riferire in queste righe.
Mi voglio concentrare su questi attimi che però lasciano il segno. Sono incuriosito dal sapere quali sono i vostri attimi peggiori e migliori.
Non ho mai fatto molto caso a queste cose ma l’altra sera, appena partito, mi ha telefonato un amico, anche lui autista da decenni e per ora, purtroppo, senza lavoro. Sei partito, dove vai e solite domande così. Mi dice che “per me i momenti peggiori sono la partenza e l’arrivo al confine.” La partenza perché sai che davanti hai tutta la settimana e il confine perché, nonostante internet e telefoni, varchi una soglia che ti manda in un altro mondo. Allora ci ho pensato a questa cosa qua e in effetti, anche per me, l’avvicinamento al confine porta in sé un sottile disagio.
“A me tremano sempre un po’ le gambe”, confessa un mio collega di scuderia. Vi assicuro, non è di primo pelo, tutt’altro.
Ad oggi, proverei angoscia a lavorare in Italia, abituato come sono a una frenesia di molto minore, negli altri Stati. Però, ribadisco, arrivare lì, arrivare alla linea immaginaria che ti fa lasciare la tua patria alle spalle, arrivare a quel momento e a quel punto dove i cartelli cambiano lingua, è strano. Passare dalla Francia alla Germania, dalla Germania all’Olanda, etc., non fa lo stesso effetto. Sei via, un paese vale l’altro, fatto salvo pregi e difetti di ogni luogo. Una volta di là, passa tutto. Anzi, dopo le prime consegne, dopo il primo giorno, passa tutto. Entri nella parte e via. Ma quel momento, non cambia mai.
I momenti più belli invece, sono due e uno lo provo quando faccio il traforo del Monte Bianco. Mi piace fare il Bianco perché passo dei minuti completamente isolato dal mondo. Non funzionano telefoni e radio, a parte la radio del tunnel, ok. Per qualche minuto scompaio dai radar della mia esistenza e questa cosa mi fa stare bene, mi rallegra. Il secondo attimo bello invece, lo provo ogni volta che, rientrato in patria, al telefono riesco a fare del cabaret con chi mi ascolta, sparando dieci minuti di cazzate per lo più volgari, blasfeme e normalmente irripetibili. E’ il mio primo contatto vero non lavorativo e mi fa capire che umore avrò nel fine settimana. Se questo monologo irriverente ma divertente, parte bene e finisce meglio, so che ok, andrà tutto bene. Altrimenti vuol dire che mi porterò appresso l’aria stagnante dell’esiliato e saranno cavoli amari per tutti e prima ancora, per me.
Buona strada.

Sentirsi un eroe

Il fatto di scrivere ogni settimana di esperienze mie, nella pratica rende questo spazio
che mi è concesso, uno spazio ad personam. Quindi, approfittando a man bassa e in
modo spudorato di questo status, le righe a seguire conterranno anche una
dichiarazione privata resa pubblica. Spero per voi che molti vi ci si possano
comunque ritrovare e la possano a loro volta dedicare.
Succede che tramite conoscenze comuni e i miei libri nelle mani di queste
conoscenze, ho iniziato ad interagire con una persona che al momento, definire amica
è forse troppo ma insomma, almeno qua fra noi, non importa. Dettaglio trascurabile.
Fatto sta che questa signorina convive con un camionista e lei stessa in gioventù
voleva fare la patente professionale. Progetto arenato, passione rimasta. E di tanto in
tanto, il suo uomo la porta a fare un giretto.
“E mi fa anche guidare!” Risposta mia: “Brava! Quando puoi vai via. E’ romantico e
il camionista quando ha in parte la cinquanta, si sente un eroe.”
In un primissimo momento pari a un secondo o giù di lì, non ho capito perché mi è
venuta tal risposta che ho scritto di getto (comunicazione via sms). Ma la stessa mia
risposta mi ha fatto venir un po’ di magone. Quel magone sano, bello, che
ultimamente provo più per le bestie e la natura, che per gli esseri umani. Fatta
eccezione di alcuni. Al secondo… secondo, ho realizzato il motivo. E’ successo che un
mese fa più o meno, ho fatto un viaggio breve in Austria. Partenza lunedì pomeriggio
e quarantotto ore dopo ero già alla base. Ma è stato un viaggio speciale perché per la
prima volta mi son caricato e mi son portato dietro, la morosa. In ventidue anni di
camion, è stata la terza volta che ho concesso a qualcuno di salire e di viaggiare con
me. E una delle altre due volte ero con mia figlia. E tutti: e chi c’era l’altra volta
ancora? Che curiosi! Mio papà. Ecco fatto. Ah, piccola considerazione traversa:
lasciando perdere la gelosia per i propri spazi camionistici che non vogliamo ci
vengano usurpati, calpestati e violati, quante volte vi è successo di sentirvi dire:
voglio fare un giro con te, vengo via con te, portami via con te…? Tante? Sempre!
Non è vero? Poi al dunque, nessuno di questi ha mai aperto il portello lato
passeggero. Fine considerazione, inizio dichiarazione.
Beh morosa, tu hai pianto due tre volte, in quei giorni, per la gioia di aver realizzato il
sogno di viaggiare con un camion, tua grande passione. Sei stata tanto bene (eri come
una bambina curiosa in gita, però brava e composta) e hai anche perso un po’ la
quadra della realtà, per un paio di giorni successivi al viaggio. Tutta presa
dall’esperienza vissuta. Tu, che davvero non so come potresti fare la camionista,
avendo la forza di un criceto in pensione (ora tutte le donne camioniste mi staranno
massacrando a parole, ma insomma io e te sappiamo il perché di questa affermazione
simpatica e tenerona). Tu, che pensi di aver ricevuto un dono grande e bello, in quei
giorni passati finalmente a due metri da terra. In realtà il dono l’hai fatto a me. Che mi
sono sentito importante, che mi sono sentito un eroe. E pure fortunato perché non
sopporti, ma condividi con rispetto e amore, il mio lavoro, il mio sacrificio.
Vabbè, ora sai perché non ti ho letto al telefono e in anteprima, come d’abitudine a cui
tengo e tu attendi, il pezzo della settimana. Ps: avanzo una birra per sta cosa…
Tornando al pubblico: tutto questo, ovvero il dire della ragazza quasi amica, la mia
dichiarazione, quello che provate tutti quando siete apprezzati per il vostro lavoro che
spesso è anche la vostra passione più grande, tutto questo ripeto, cosa cela? Cela,
conserva e nutre, un orgoglio, una voglia di fare e un amore verso il trinomio magico
gasolio gomme asfalto, che è davvero grande, è immenso. E chi ha pesantemente
contribuito e contribuisce, a distruggere questi preziosi valori aggiunti, sono stati,
sono e saranno, degli emeriti idioti. Basta e basterebbe così poco, per alimentare e
curare l’animo di una categoria professionale che ha nell’abnegazione totale un gene
principe del proprio DNA. Basterebbe qualche carezza soltanto, per far tornare voglia
e sorrisi. Dal/la coniuge che spacca i maroni facendovi sentire in colpa per essere
sempre via etc, al politico che non risolve la concorrenza sleale etc. Chiunque sia la
mano che può dare questa carezza (quindi sia a livello umano che a livello pratico) e
non la dà, considerando il danno che contribuisce ad accrescere, è proprio… come si
può sostituire il volgare stronzo, con una parola di italiano corretto e non così
triviale? Boh, non lo so, quindi passatemi il termine: è proprio stronzo!
Buona strada.

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