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Napul’è… (storie di car sharing napoletano)

Vi sono alcune parole che stanno caratterizzando la mobilità del XXI secolo e due di queste sono riferite in particolar modo alla mobilità urbana: car sharing e mobilità elettrica.

Non a caso le più importanti aziende automobilistiche stanno strutturando delle linee di business per andare a soddisfare le esigenze di spostamento delle persone e anche delle merci in maniera differente.

Il termometro di questo cambiamento epocale può essere il successo registrato a Milano dal car sharing one-way che già oggi vede 1100 veicoli disponibili e altri 500 in arrivo a breve considerando tutti gli operatori che hanno vinto i bandi del Comune per divenire operatori.

Il capostitpite di questo cambiamento è stato Car2Go, pensato come un alternativo modo per far guidare una Smart, che oggi a Milano conta 60.000 iscritti, uno smacco per il car sharing gestito dalla ICS che per anni ha annaspato come tutti gli altri da loro gestiti in dodici città italiane.

La causa non è da ricercarsi nel fascino della Smart ma nella modalità di fruizione del servizio; il car sharing tradizionale detto tecnicamente round trip obbliga infatti a riconsegnare il veicolo nel parcheggio da cui si è prelevato o, in alcuni casi, in un parcheggio del gestore del car sharing. Una soluzione molto vincolante e poco flessibile adatta a spostamenti prevedibili e programmabili, insomma l’esatto opposto di quanto oggi il mondo del lavoro e anche quello ludico richiedono.

il dover parcheggiare in aree prestabilite può essere un limite alla diffusione del car sharing

Non così Car2Go che invece è offerto con logica open ended o one way, vale a dire che prendi il veicolo e lo lasci dove vuoi all’interno della zona servita. Non a caso a Milano e Roma i bandi redatti dai Comuni per il rilascio delle licenze prevedevano esattamente questo tipo di car sharing, che oggi occorre dirlo viene gestito dalla maggior parte degli operatori con veicoli termici – benzina o gasolio – ma che potrebbe avere una valenza ambientale amplificata con una flotta di veicoli elettrici.

Già perchè i veicoli elettrici ci sono, funzionano e vi sono anche operatori di car sharing che si sono specializzati in questa nicchia di mercato. Anche qui vi è un capostipite, come sempre, che non è milanese e neppure romano ma napoletano: la Bee.

È fatta direte voi! Se è vero che “è la somma che fa il totale” – come diceva Totò – abbiamo ottenuto un gran risultato per l’ambiente ed anche uno per la fruibilità del servizio e Napoli potrebbe essere un esempio per tutte le città italiane recuperando un po’ di credibilità rispetto a tutte le recenti vicende poco edificanti per la reputazione cittadina.

E invece no. A Napoli il car sharing one-way non si può fare. Quello che a Milano e Roma ritengono indispensabile per avvicinarsi alla mobilità delle grandi metropoli europee a Napoli è vietato. Questione di vil denaro, sembrerebbe.

Pare infatti che il Comune escluda questa opzione, vincolandola al fatto che dovrebbe permettere a tutti i veicoli elettrici di parcheggiare gratuitamente nelle strisce blu e questo comporterebbe un danno alle dissestate finanze pubbliche.

Per cronaca occorre ricordare che il Comune ha un buco di 1,2 miliardi di euro e che la Corte dei Conti ha dichiarato questo deficit “irreversibile”.

Non saranno quindi gli spiccioli derivanti dal mancato pagamento della sosta di qualche veicoli elettrico a cambiare le sorti del bilancio e viene il sospetto che dietro alla scelta ci siano altre ragioni, sempre economiche, che nel caso specifico si nascondano dietro al nome Ciro.

Ciro è un progetto sperimentale da 2 milioni di euro finanziato dalla EU per la mobilità elettrica a Napoli. Ma che bisogno c’è di sperimentare se esiste già un servizio privato che sta sul mercato? Ma questa è un’altra storia.

Napul’è mille paure…

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